martedì, Maggio 11

Myanmar: l’ASEAN prova a cercare una soluzione Tra assenze meditate, Paesi che scelgono un profilo basso e formali proclami contro le violenze, il capo militare birmano partecipa al suo primo appuntamento ufficiale estero

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Il Vertice ASEAN convocato d’urgenza su proposta avanzata da Indonesia e Malaysia ha trattato la ‘questione’ Myanmar entrata nel faro dei media mondiali per la particolare violenza applicata nei confronti dei manifestanti che chiedono la liberazione della leader Aung San Suu Kyi, a causa del folto numero dei prigionieri politici arrestati durante le manifestazioni che spesso sono state funestate da scontri violenti con le forze di polizia e dell’esercito birmano (sono più di 3.000 arrestati) e soprattutto per i 748 morti rimasti sul selciato colpiti dai proiettili dell’esercito birmano.

Un primo fattore da annotare è relativo al fatto che le due Nazioni facenti parte del gruppo di Paesi ASEAN e proponenti il vertice d’urgenza sul Myanmar sono di estrazione principalmente islamica; il vertice d’urgenza è stato richiesto nei confronti di una Nazione prevalentemente buddhista ma che ha avuto lungamente mano dura -se non durissima- nei confronti della minoranza islamica dei Rohingya. Sullo sfondo, quindi, c’è anche l’altra questione ‘irrisolta’ della repressione verso una minoranza musulmana che ha raccolto adesioni scarsamente rilevanti a livello internazionale ed un linguaggio alquanto balbettante presso la sede ONU, a parte alcuni proclami abbastanza formali sul tema.

Linguaggio paludato anche quello che si è condensato nel comunicato finale del vertice ASEAN dove, tra altre cose si legge che si chiede «la cessazione immediata della violenza in Myanmar» e dove si esorta ad un «dialogo costruttivo tra tutte le parti per raggiungere una soluzione pacifica nell’interesse della popolazione». Si promette anche l’invio di aiuti umanitari.

Altro fattore da annotare: il Presidente indonesiano Joko Widodo anche organizzatore del summit convocato d’urgenza, ha ricordato che «la violenza deve essere fermata e devono essere ripristinate democrazia, stabilità e pace» mentre il Premier di Singapore Lee Hsien Loong ha invitato i militari birmani a rilasciare il Presidente Win Myint e liberare la Premio Nobel Aung San Suu Kyi, entrambi sono attualmente in regime di restrizione ai domiciliari.

I vertici politici di Vietnam, Cambogia e Laos hanno mostrato la propria contrarietà alle sanzioni nei confronti del Myanmar, proprio le Nazioni che hanno al governo regimi autoritari mentre Indonesia, Singapore e Malaysia che hanno nelle posizioni di comando governi meno autoritari, se non più democratici, hanno mostrato finora un profilo meno neutrale. Casi a parte sono le Filippine, dove a Manila siede un Presidente –Rodrigo Duterte – che spesso è stato aspramente criticato -in Patria e all’estero- per i suoi metodi durissimi nella guerra condotta contro i cartelli dei narcos che, però, hanno lasciato sul terreno molti morti civili e la Thailandia, dove al Governo c’è Prayut Chan-o-cha che è anch’egli un leader attualmente in giacca e cravatta ma che fino al golpe militare del 2014 vestiva la divisa. Proprio il leader thailandese ha deciso di restare a Bangkok per non entrare in alcuna forma di conflitto col vicino militare e soprattutto per non esacerbare eccessivamente la spinosissima questione degli sfollati (si dice non meno di 250mila) che tentano disperatamente di sfuggire alla repressione militare birmana cercando riparo in territorio thailandese, attraversando il confine a piedi o con pochi altri mezzi a disposizione.

Il capo militare birmano, il generale Min Aung Hlaing si è presentato al summit in abiti civili, non con la divisa con la quale è solito presentarsi in pubblico. Non ha adottato un linguaggio netto, ostativo e barricadiero, dimostrando -in questo modo- di rispettare il clima dei vertici ASEAN ma, allo stesso tempo, è apparso chiaro che il generale birmano è perfettamente conscio del fatto che l’ASEAN -nella molteplicità dei punti di vista che la caratterizza- è tutt’altro che unita nel perseguire metodi, scopi e finalità.

Oltretutto, proprio la partecipazione a questo summit -sebbene nessuno dei Membri ASEAN abbia attribuito al generale birmano i crismi dell’etichetta adottati verso Capi di Stato o di Governo- in un certo qual modo sanziona il ruolo di guida governativa birmana del generale Min Aung Hlaing, lo riconosce, il che potrebbe essere un ulteriore fattore da utilizzare, nel suo peso specifico, al ritorno in Myanmar.

Tra i punti sui quali l’ASEAN nel proprio vertice tenutosi a Jakarta ha raggiunto un’intesa sulla questione delle violenze perpetrate in Myanmar dopo il colpo di stato militare dello scorso primo febbraio, vi è quello dell’invio di una missione di osservatori guidata da un proprio ‘inviato speciale’ al fine di far ripartire il dialogo tra la giunta militare ed il fronte dell’opposizione. Resta, però, da verificare quanto questa missione potrà realmente operare in tal senso in territorio birmano, quanta operatività potrà esplicare realmente e se non sia tenuta in una posizione solamente marginale nel processo di pacificazione nazionale in Myanmar. Ci si chiede, ad esempio, se tale missione potrà essere accompagnata dall’inviata ONU che fino ad oggi non ha potuto fare accesso al Myanmar.

Osservatori critici verso l’azione ASEAN fanno notare che vi è stato parecchio ritardo nell’agire nella direzione della condanna verso la giunta militare birmana e che, in ambito diplomatico interno all’ASEAN stessa, vi son stati eccessivi tentennamenti, al di là della afasìa che caratterizza spesso certi organismi internazionali, ONU in primis.

Al tempo stesso, il fatto che un vertice sulle violenze in Birmania sia stato chiesto e sia stato tenuto, è un primo segnale nella direzione di una potenziale distensione molto auspicata, visto il livello del contrasto sanguinoso cui si è giunti allo stato attuale. Un barlume di speranza atteso anche da parte di altri attori rilevanti sulla scena asiatica, come la Cina che da tempo attribuisce grande attenzione all’ASEAN non solo in termini di competitor economico e commerciale ma anche in quanto a varietà di regimi politici che caratterizzano l’anima plurima della Associazione delle Nazioni del Sud Est Asia. Alla luce delle numerose questioni diplomatiche relative ai confini, le zone contese nel Mar Cinese Meridionale e per l’importanza delle quote commerciali e finanziarie detenute dall’ASEAN tutti i principali attori della scena estremo-orientale ed asiatica nella loro complessità sono interessati all’andamento delle cose in quella importante zona geopolitica del Continente Asiatico.

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