mercoledì, Settembre 29

Myanmar: elezioni, tra crisi dei Rohingya e speranze di democrazia La ‘democrazia senza diritti’ concessa dal governo del Myanmar potrebbe portare a elezioni libere, ma finché la pulizia etinica contro i musulmani continuerà, rimarrà deluso chiunque rivendichi queste elezioni come importante passaggio verso la democrazia

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Cinque anni dopo aver votato per le prime elezioni libere ed eque dopo venticinque anni, il popolo del Myanmar andrà alle urne questo novembre.

Come spiega , il Myanmar ha ottenuto l’indipendenza dagli inglesi nel 1948. Negli anni successivi, il Paese ha subito un diffuso conflitto interno e colpi di stato militari nel 1962 e 1988 che lo hanno posto su un percorso dittatoriale dal quale non si è mai allontanato. Oggi la violenza e il conflitto colpiscono ancora il Myanmar, che negli ultimi anni ha visto la pulizia etnica ampiamente condannata del popolo musulmano Rohingya.

Dopo quasi 50 anni sotto una dittatura militare, nel novembre 2010 il Myanmar ha iniziato la sua transizione verso un governo democratico. Nello stesso anno, afferma Yusuf, la giunta militare ha anche liberato dagli arresti domiciliari la leader democratica e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.

Negli anni successivi al suo rilascio, è stata accolta a braccia aperte dai leader di molti Paesi nella speranza che avrebbe portato a un Myanmar democratico. Ma da quando ha celebrato la vittoria per il suo partito National League for Democracy (NLD) nelle elezioni storiche del 2015, queste speranze sembrano essere state deluse.

In effetti, la transizione del Myanmar alla democrazia è stata delineata nel 2003, quando il generale Khin Nyunt ha annunciato il percorso per avvicinarsi alla democrazia. In linea con questo piano, la Costituzione del 2008 ha aperto la strada alle prime elezioni dal 1990.

In realtà l’elezione è stata corrotta, ha escluso il partito NLD di Aung San Suu Kyi e ha assicurato la vittoria dell’Union Solidarity and Development Party (USDP) – composto in gran parte da ex e attuali membri del Tatmadaw, le forze armate del Myanmar.

Nel 2011, sostiene Abdullah Yusuf, il NLD è rientratonell’arena democratica esprimendo la volontà di essere attivamente coinvolta nella vita politica del Myanmar. Nelle elezioni suppletive del 2012, dopo una votazione storica che ha visto la contestazione di 45 seggi, l’NLD ha vinto 44 seggi, sebbene l’USDP mantenga la maggioranza.

Dato che il Myanmar sembrava dirigersi verso un regime democratico, i leader occidentali erano favorevoli e nel 2012 Barack Obama è diventato il primo Presidente americano in assoluto a visitare il Myanmar. Ricordando al Myanmar la necessità di avviarsi alla democrazia e le divisioni etniche in corso in tutto il Paese, il Presidente ha sottolineato il rapporto ostile tra l’etnia Rakhine e quella dei Rohingya musulmani, facendo un sottile riferimento alla violenza del Tatmadaw nei confronti della minoranza musulmana. Ha anche sollevato questioni sullo status giuridico dei Rohingya, resi apolidi dal governo del Myanmar, inquadrando questi problemi in una luce piena di speranza.

Nel novembre 2015, le prime elezioni libere ed eque in 25 anni hanno segnato un cambiamento critico nel panorama politico di Myanamar quando l’USDP sostenuto dai militari ha perso la maggioranza e l’NLD si è assicurata una maggioranza assoluta in parlamento.

In contrasto con le elezioni del 1990, quando il regime militare ha rifiutato di riconoscere la vittoria della NLD, il 2015 ha segnato l’inizio di una nuova speranza per la transizione del paese alla democrazia. Guidata dal suo nuovo leader Aung San Suu Kyi, la Birmania ha stabilito passi chiari per diventare un Paese veramente democratico attraverso il rilascio di decine di prigionieri politici.

Ciò – sottolinea Yufus – ha sollevato la speranza che avrebbe difeso anche i diritti del popolo Rohingya che all’epoca stava affrontando un nuovo preoccupante capitolo della loro persecuzione decennale. Dopo l’ascesa alla ribalta di Aung San Suu Kyi, gli appelli per aiutare il popolo Rohingya hanno preso slancio e nell’agosto 2016 ha annunciato la creazione della Commissione consultiva sullo Stato di Rakhine guidata da Kofi Annan, ex segretario generale delle Nazioni Unite.

Il nuovo panorama politico del Myanmar ha promesso una nuova attenzione alla democrazia e ai diritti umani in questo paese etnicamente diversificato. Si prevedeva che il rapporto tra il governo e le sue 135 minoranze sarebbe migliorato e la situazione dei Rohingya sarebbe stata adeguatamente affrontata.

Ma in quella che, ricorda Yufus, l’ONU ha descritto come la crisi dei rifugiati in più rapida crescita nel mondo, un milione di musulmani Rohingya sono fuggiti nel vicino Bangladesh nell’agosto 2017. L’anno successivo l’ONU ha definito l’offensiva militare a Rakhine contro i Rohingya un ‘esempio da manuale di pulizia etnica‘. Da allora questa esclusione di massa di persone basata su razza e religione è stata un problema serio, sia in termini di impatto umano che in termini di processi democratici e responsabilità.

Con la violenta accelerazione della persecuzione etnica e religiosa dei Rohingya, la comunità internazionale ha perso la fiducia in Aung San Suu Kyi quando è apparsa incapace o riluttante a prendere una posizione ferma sul loro terribile trattamento.

Quest’anno il Myanmar si sta dirigendo verso un’altra elezione. Finora, grazie alla struttura di comando generale del Tatmadaw – con tre figure militari nei posti chiave del governo degli affari interni, della difesa e degli affari di confine – la crisi dei Rohingya è stata minimizzata come una questione di insurrezione.

E sebbene la costituzione stabilisca ufficialmente una separazione dei poteri tra i principali organi dello Stato, il Tatmadaw rivendica la piena autonomia con la possibilità di riprendere il controllo politico in qualsiasi momento utilizzando il potere del Consiglio nazionale di difesa e sicurezza.

Sembra che Aung San Suu Kyi sia stata trascinata nel sistema ‘democratico’ senza essere in grado di effettuare un cambiamento nella sicurezza delle persone e dei beni, nella non discriminazione e la protezione dei cittadini vulnerabili o svantaggiati o delle minoranze. L’immagine di Aung San Suu Kyi è stata quindi offuscata come difensore dei militari, solo rafforzata dalla sua recente apparizione davanti alla Corte internazionale di giustizia nel processo contro Gambia vs Myanmar, dove ha difeso il genocidio contro i Rohingya, classificandolo come un ‘mero conflitto armato interno’.

Questa difesa del genocidio presso la più alta corte mondiale dimostra, secondo l’esperto dell’University of Dundee, la volontà di Aung San Suu Kyi di cooperare e sostenere i militari in cambio del sostegno reciproco nel governare il Myanmar.

Con le elezioni che si avvicinano nel novembre 2020, la ‘democrazia senza diritti’ concessa dal governo del Myanmar potrebbe portare a elezioni libere, ma finché la pulizia etinica contro i musulmani Rohingya non si ferma, rimarrà deluso chiunque rivendichi queste elezioni come importante passaggio verso la democrazia.

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