sabato, Novembre 27

Mutilazioni genitali femminili, problema africano ma non solo

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Il percorso dell’emancipazione e dell’evoluzione, nonché del miglioramento, della condizione femminile non è stato lineare e continuo, né tantomeno ha coinvolto tutti i Paesi del mondo. In quelli che per noi oggi sono Paesi più evoluti ed occidentalizzati, come l’Italia, o l’Europa e gli Stati Uniti d’America in generale, le donne hanno da tempo portato avanti una battaglia affinché potessero avere gli stessi diritti, la stessa parità, a livello sociale, politico ed economico, dell’uomo, cosa che fino alla metà del secolo scorso non era possibile neanche immaginare.

Ci ritroviamo però nel 2017, nel pieno della modernità, a dover assistere in altre parti del mondo a scene molto gravi e delicate.

Una di queste riguarda il fenomeno delle MGF, cioè le mutilazioni genitali femminili. Questa pratica consiste “nell’asportazione dei tessuti dei genitali esterni della donna, parziale o totale, eseguita per motivi, non terapeutici, ma per motivi culturali”, ci spiega Aldo Morrone, medico dermatologo, considerato uno dei maggiori esperti mondiali di medicina delle migrazioni, delle patologie tropicali e della povertà, e, continua, “le mutilazioni genitali femminili si dividono in tre grandi gruppi: nel primo gruppo c’è solo l’asportazione di una parte del clitoride; nel secondo si asporta una parte di tessuto maggiore; nel terzo gruppo, oltre all’asportazione di tessuto, c’è la chiusura dell’orifizio vaginale, lasciando un’apertura solo per il flusso mestruale”.

Secondo gli ultimi dati dell’UNICEF risalenti al Settembre 2016 nel mondo oggi sono almeno 200 milioni le ragazze e le donne che in 30 paesi hanno sofferto di una qualche forma di mutilazione genitale. La pratica sarebbe altamente concentrata in una serie di Paesi dalla costa atlantica fino al Corno d’Africa, nelle aree del Medio Oriente, come l’Iraq e lo Yemen, e in alcuni paesi dell’Asia come l’Indonesia. La pratica è, invece, quasi universale in Somalia, in Guinea e in Gibuti.

Nel complesso, però, le mutilazioni genitali femminili sembrano essere in declino, tra le ragazze dai 15 ai 19 anni, in Paesi come il Kenya e il Togo. Diversi sono i motivi all’origine di questa pratica. “Il primo è quello strettamente collegato al matrimonio e alla tutela della verginità. Dobbiamo pensare che il matrimonio rende, viene prescritta una dote. Quindi nel momento in cui una figlia viene promessa in sposa, e stiamo parlando di ragazze molto giovani di 15/16 anni, deve essere pura e c’è un problema strettamente economico alla base”, ci dice Fabrizio Bogliatto, ginecologo e presidente della ECSVD (Il Collegio Europeo per lo Studio delle patologie vulvari); un altro motivo è l’appartenenza etnica; infine determinante è la pressione culturale che viene fatta, cioè l’idea che l’infibulazione rappresenti sostanzialmente “il passaggio dalla bambina alla donna. Bisogna dire che non è mai l’uomo a praticarla sulla donna, ma son le stesse donne a farlo. Quindi nel momento in cui è la donna, che sia la madre o la nonna, a praticarla sulla ragazza si instaura una sorta di complicità, diventano cioè complici nel trasmettere alle figlie l’idea che l’infibulazione sia giusta. Quindi, in primis dal punto di vista educativo, commettono un grave errore”.

Il problema principale, inoltre, riguarda i non pochi rischi che queste bambine, e ragazze, corrono: si va dalle infezioni al rischio immediato di morte: “i rischi a medio termine sono cicatrici ipertrofiche e tiroidee che possono impedire la fuoriuscita del feto durante il parto; i rischi più a lungo termine sono le fistole vescico- vaginali”, continua Morrone, per non parlare del dolore e della sofferenza che provoca un simile atto e dell’impossibilità di provare piacere nei rapporti sessuali.

Il problema non è così lontano come sembra: si pensi che “nel 2010, in Italia, pare ci fossero 57 mila donne e ragazze straniere tra i 15 e i 49 anni con mutilazioni genitali femminili. Di queste, circa 20 mila erano appartenenti alla comunità nigeriana, seguita poi da quella egiziana con 18 mila. Il 35 % del totale sono nigeriane, 32% egiziane e 15% provengono dal Corno d’Africa, in particolare dall’Etiopia, dall’Eritrea e dalla Somalia”, ci spiega dettagliatamente Bogliatto. Dati che aumentano anno dopo anno per via dei flussi migratori che arrivano nelle nostre coste.

Proprio per questi motivi, l’Italia, così come l’Unione Europea tutta, ha cercato di legiferare in materia per prevenire e curare le donne già infibulate che arrivano, e vivono, nel nostro Paese.

La legge del 9 gennaio 2006, n. 7, dal titolo ‘Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile’, prevede dei provvedimenti atti a contrastare e reprimere queste pratiche poiché esse violano i diritti fondamentali dell’integrità della persona e della salute delle donne e delle bambine; gli obiettivi di questa legge riguardano la promozione di campagne informative, la realizzazione di attività di prevenzione, assistenza e riabilitazione delle donne e delle bambine sottoposte a mutilazioni genitali e, naturalmente, pene da 3 a 12 anni, in base al tipo di mutilazione genitale commessa e alla gravità della stessa.

Anche la Commissione Europea si è espressa, più volte, in merito all’argomento. Dopo la comunicazione al Parlamento del 2013, dal titolo ‘Verso l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili’, l’anno successivo il Parlamento Europeo accoglie le richieste con una risoluzione.

Il parlamento si impegna così a ricorrere ai fondi UE per prevenire tali pratiche e migliorare il sostegno fornito alle vittime, a facilitare lo scambio di esperienze e buone prassi tra gli stati membri, le ONG e gli esperti, coinvolgendo anche la società civile; e fa notare la necessità di una posizione rigida nei confronti dei paesi che non condannano questa pratica.

Non solo. Il 14 Marzo 2017 viene approvato a Strasburgo un testo, il cui titolo è ‘La parità tra donne e uomini nell’Unione europea nel 2014/2015. Risoluzione del Parlamento europeo del 14 marzo 2017 sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea nel 2014-2015’, in cui il Parlamento Europeo esprime preoccupazione e rammarico per il fatto che l’UE soddisfi solo parzialmente il conseguimento dell’uguaglianza di genere e invita gli Stati a fare di più. Inoltre, si legge che il parlamento europeo «sottolinea che le forme di violenza e di discriminazione basate sul genere, inclusi, ma non solo, lo stupro e la violenza sessuale, la mutilazione genitale femminile, i matrimoni forzati, la violenza domestica, i cosiddetti delitti d’onore e la discriminazione di genere autorizzata dallo Stato, costituiscono una forma di persecuzione e dovrebbero essere considerate una valida ragione per richiedere asilo nell’UE».

Alla base di una politica sana ed efficace, sarebbe necessario creare, comunque, delle attività volte all’educazione, facilitando l’accesso di queste ragazze alle scuole a al lavoro, favorendo la loro integrazione nella società civile; “l’importante è lavorare soprattutto sulla prevenzione, piuttosto che sulla repressione; è necessario favorire un clima favorevole, aiutare le donne e le famiglie a comprendere che questa pratica non è necessaria per il futuro delle loro figlie”, ci dice Morrone.

Bogliatto ci spiega, infatti, come “in paesi come l’Olanda, vengono trattate maggiormente le donne infibulate perché le donne lì sono già integrate all’interno della società, capiscono che la mutilazione genitale è una pratica ancestrale, tribale, che è stata fatta loro dalle madri, che, a loro volta, l’avevano subita dalle nonne. Esse capiscono che è un ostacolo alla loro femminilità, alla loro immagine corporea e chiedono pertanto di avere una ricostruzione genitale”. Si tratta di donne che sono già integrate nella società poiché hanno raggiunto i paesi industrializzati già da bambine, hanno avuto modo di crescere con la nostra cultura e capire questo tipo di messaggio. “Le altre donne che arrivano da noi, invece, o la ragazza che ha già subito l’infibulazione da bambina, ma che viene qui a 20 anni, ci mette più tempo perché non ha acquisito quella mentalità che le altre invece hanno acquisito raggiungendo il paese in età molto più precoce. E quindi diventa molto difficile educarle, perché se gliel’ha fatto la loro mamma, o la loro nonna, vuol dire che è un qualcosa che viene considerato normale”, continua.

A proposito di ricostruzione genitale, la chirurgia ricostruttiva è una nuova speranza per le donne vittime di mutilazioni. Essa è già in uso in Italia, anche se sono poche le donne che la richiedono (anche per questo sono pochi i dati e le statistiche a disposizione). “Ovviamente sono degli interventi che devono essere eseguiti da specialisti che si occupano specificatamente di genitali esterni e hanno una preparazione di chirurgia plastica. Bisogna poi cercare di controllare la situazione, parlare con gli assistenti sociali, le psicologhe in modo da supportare queste donne le quali devono reinserirsi nella società e non devono essere isolate”, ci ricorda Bogliatto.

Chiunque può richiedere l’intervento e ottenerlo all’interno del servizio sanitario nazionale, poiché si tratta di un intervento terapeutico. Nonostante i tentativi legislativi e sociali in atto tra le diverse Nazioni, la pratica delle mutilazioni genitali continua a persistere e sono tante le bambine e le ragazze che sono costrette a subire questa violenza fisica e psicologica.

Per questi motivi, anche l’ONU, naturalmente, ha adottato, nel 2014, una risoluzione per mettere al bando le mutilazioni genitali femminili. Riconoscendo che le mutilazioni genitali femminili costituiscono irreparabili e irreversibili danni ai diritti umani di donne e bambine, e sostenendo che si tratti di una pratica nociva e una minaccia per la loro salute, l’ONU si mostra preoccupata per il fatto che, nonostante gli sforzi, la pratica continua a persistere. Dunque sottolinea che l’emancipazione delle donne e delle ragazze è fondamentale per interrompere questa violenza e invita gli stati ad adempiere ai loro obblighi, a concentrarsi maggiormente sullo sviluppo di strategie di prevenzione globale, a rafforzare la sensibilizzazione; sollecita gli stati a condannare tali pratiche, a prendere misure punitive, a proteggere e sostenere le donne che sono state sottoposte a mutilazioni genitali; esorta gli stati a stanziare risorse sufficienti per l’attuazione di politiche e quadri legislativi mirati ad eliminare tali pratiche.

Ma “la chiave di volta è diffondere la cultura. Ed è molto difficile perché alla base ci sono enormi problemi culturali, la maggior parte di queste donne sono analfabete; diventa complicato far capire cosa sono la psicologia, l’integrità del corpo, la femminilità, cos’è l’immagine corporea, che cos’è l’anatomia dei genitali; è complicato perché per loro è la normalità. Ci vuole un enorme sforzo ma si vincerà nel tempo”, conclude Bogliatto.

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