martedì, Ottobre 19

Musulmani obbligati a convertirsi al cristianesimo

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Anche per la Francia il rapporto di Amnesty è un duro colpo; per due anni era riuscita mettere la sordina sulle sue gravi responsabilità nel Paese. Le denunce in questo senso stanno emergendo da varie fonti, la prima era arrivata dall’ex Generale francese e responsabile del centro di studi geo-strategici Geopolitique-Geostrategie (il sito di analisi politiche autorevole riferimento dell’Unione Europea, Nazioni Uniti e dell’Amministrazione Obama), Jeans-Bernard Pinatel.

Il 24 dicembre 2013 Pinatel aveva spiegato attentamente i rischi della crisi nella Repubblica Centrafricana prevedendo la tragedia della comunità musulmana.  Pinatel aveva indicato senza giri di parole le responsabilità della Francia, offrendo un quadro chiaro di quanto era avvenuto e stava avvenendo dall’interno della catena di comando dell’Esercito francese. Una denuncia che si contrappose alla complice cacofonia di notizie sul Paese, rese volutamente incomprensibili dai media internazionali. Pinatel dimostrò, prove alla mano, che l’intervento francese in Centrafrica difficilmente sarebbe riuscito risolvere la situazione, in quanto l’Eliseo, fin dall’inizio della crisi, non aveva adottato un atteggiamento neutro, aveva, infatti, assicurato il supporto finanziario e militare funzionale alla presa del potere da parte della coalizione ribelle Sèlèka di matrice estremistica islamica.

Pinatel informò che la Francia nel marzo 2013 decise di non intervenire contro le milizie Sèlèka che stavano marciando sulla capitale, Bangui, poiché l’Eliseo aveva deciso di sbarazzarsi dello scomodo Presidente Francois Bozizé. All’epoca la Coalizione Sèlèka fu individuata come il miglior alleato per garantire gli interessi francesi nel Paese. Successivamente la Francia cambiò campo di gioco, appoggiò le milizie cristiane, innescando la guerra etnico-religiosa conclusasi a sfavore della comunità musulmana. La pulizia etnica quasi completata nel Paese e la conversione forzata al cristianesimo, di questi mesi, sono sottoprodotti di queste scelte politiche che costringono la Francia non solo a non intervenire ma a bloccare ogni intervento dei Caschi Blu delle Nazioni Unite teso a salvare migliaia di vite umane. In gioco ci sono vasti interessi economici dettati dagli immensi giacimenti di uranio, petrolio, diamanti e oro presenti nel Paese.

Il Governo francese riuscì a bloccare la diffusione sui media internazionali delle pesanti e ben argomentate accuse del Generale Pinatel, distogliendo l’attenzione internazionale sui crimini commessi in Centrafrica. Per allontanare i sospetti la Francia influenzò le proprie agenzie stampa e alcune altre agenzie occidentali affinché dessero risalto e moltiplicassero i massacri -realmente avvenuti- di cristiani, commessi dalle milizie Sèlèka durante la presa del potere. Questo permise di nascondere il premeditato piano genocidario delle milizie cristiane, fatte passare come comitati di auto difesa popolare.

La tattica mediatica si basava su due elementi. Il primo relativo alla facilità di far passare tra il pubblico occidentale notizie di atrocità commesse dai musulmani, facendo leva sull’ignoranza riguardo la religione islamica e sulla paura per il terrorismo di matrice islamica. Il secondo relativo all’effetto moltiplicatore delle notizie manipolate e riportate dalle principali agenzie stampa e riprodotte acriticamente dai vari media, sopratutto in Paesi dove i corrispondenti all’estero sono ormai inesistenti, come nel caso dell’Italia.

I crimini commessi alla luce del sole tra il 2013 e il primo semestre del 2015 dalle truppe francesi di occupazione in Repubblica Centroafricana (presentate come contingente umanitario di pace, proprio come avvenne con l’Operazione Turquoise nel Rwanda del 1994) hanno avuto proporzioni talmente elevate da provocare fughe di notizie e denunce: da quella sugli atti di pedofilia e sistematiche violenze sui minori centrafricani commesse impunemente dai soldati francesi (denuncia fatta dal quotidiano britannico ‘The Guardian’) a quella pubblicata il 15 luglio 2015 dalla Ong Internazionale Anti-Corruption che offre all’opinione pubblica le prove dei finanziamenti delle milizie islamiche estremistiche Sèlèka da parte della Francia e della Germania.

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