mercoledì, Settembre 22

Musica Usa e Getta? Uccidete il batterista

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Lei è un critico musicale, oltre che scrittore. Che cosa ne pensa dell’attuale stato dell’arte della musica italiana?

Penso che ci troviamo in una situazione senza uscita. Ci sono due aspetti da considerare: uno, la musica, e quindi l’industria discografica, che è schiava dei ‘talent-show’ e agisce di conseguenza, Cantanti, o presunti tali, buttati allo sbaraglio, senza preparazione, senza la doverosa ‘gavetta’, come si diceva una volta. Mi ricordo di Marco Masini, tanti anni fa, tastierista nella band di Umberto Tozzi, per “farsi le ossa”. I risultati di tale tirocinio, mi sembrano abbastanza evidenti. Adesso non succede più. Siamo circondati da musica ‘usa e getta’ ed anche in questo caso i risultati sono alquanto evidenti: cantanti che durano al massimo un paio d’anni e poi cadono nel dimenticatoio.

Come dire, carriere ‘usa e getta’?

E qui tocchiamo il punto due: sta diventando un ambiente contaminato dal ‘caporalismo’, dove i giovani sono ammaliati da un successo che è solo mediatico e che non porta a reali guadagni personali, ma che fa ricche le poche major ancora presenti sul mercato. Il Festival di Sanremo di quest’anno, anzi del triennio targato Carlo Conti, mi pare emblematico. Mi chiedo se tra trent’anni, ci ricorderemo ancora di Michele Bravi, Sergio Sylvestre o di Francesco Gabbani.

Lei che proviene dalla radio ed è stato uno dei primi dee-jay torinesi nel lontano 1977, che cosa pensa del rapporto tra questo mezzo di comunicazione di massa e l’attuale stato dell’arte della discografia italiana?

Un tempo le radio erano libere: di nome, e soprattutto di fatto. Noi giovani speaker in erba allora ascoltavamo di tutto, proponevamo di tutto, davamo spazio a tutti. Il che era la cosa più importante. Così sono diventati popolari i grandi cantautori. Intorno si respirava aria di novità, voglia di far conoscere i nuovi artisti, le nuove tendenze. Erano altri tempi. Di questo atteggiamento oggi, nella discografia moderna, non è rimasto nulla.

Certo, c’erano anche molti meno cantanti in giro, era naturalmente più semplice anche per questo. Sicuramente. Oggi, invece, le radio dettano il gusto e decidono tutto da sole: canzoni, stili musicali, modi e tempi. Esercitano una sorta di ius vitae necisque, un vero e proprio diritto di vita e di morte artistico sui cantanti.

 

Che dalle radio, loro malgrado, per la maggiore ancora dipendono, nonostante l’avvento e l’avanzata massiccia del web

Negli ultimi vent’anni la durata media delle canzoni, per volontà delle radio, è passata da 4 minuti a trenta ai circa tre attuali. Vorrà pur dire qualcosa? Non per nulla Renato Zero, alcuni anni fa, nel suo album ‘Il Dono’ del 2005 scrisse un pezzo al vetriolo, dal titolo emblematico ‘Radio o non radio’, in cui a buon diritto punta il dito contro la metamorfosi involutiva senza ritorno delle antenne italiane. Gli speaker parlano sempre di meno, sempre più velocemente, visti i tempi imposti dal count-down e soprattutto non annunciano quasi più i brani, tanto che per sapere chi canta che cosa, spesso si deve usare una applicazione del cellulare tipo ‘Shazam’. Lo trovo avvilente. Oggi le radio guardano solo il profitto: sono diventate case discografiche, editori musicali anch’esse: si producono gli artisti e se li passano, blindando dall’interno l’accesso all’etere. Come dire, se la cantano e se la suonano in barba agli altri operatori del settore, facendo così business circolare.

E, soprattutto, fatto ben più grave, trasmettono più musica straniera che italiana, causando gravi danni al mondo artistico e al relativo mercato di riferimento nazionale.

Le scalette musicali sono imposte da logiche prive di logica, e dalle forti pressioni delle case discografiche che scelgono i singoli “per” le radio con passaggi multipli giornalieri: con il triste e sterile risultato di ascoltare dappertutto la stessa musica, e di non valorizzare al meglio tutti i brani di un intero cd. Per fortuna, esistono emittenti con dei canali tematici che passano solo musica, meglio se a tema, anni ’80, musica italiana, tanto per fare due esempi: personalmente ascolto solo più questo tipo di radio, soprattutto in auto.

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