giovedì, Dicembre 2

Musica Usa e Getta? Uccidete il batterista

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Di batteria si muore. Un volume ambientato tra Piemonte e Liguria che ruota attorno alla figura del batterista. L’uomo con le bacchette alla mano dietro a piatti e tamburi: spesso ultimo in ordine di disposizione logistica in fondo al palco, ma invece sempre più elemento primo, cardine e collante nel tenere insieme per decenni una band. Stiamo parlando de ‘Il Rullante Insanguinato’, uscito la scorsa settimana, opera prima in chiave noir di Lele Boccardo: piemontese doc, classe 1961, giornalista e critico musicale per prestigiose testate musicali e di spettacolo italiane con un passato alle spalle anche quale dj e speaker per storiche radio libere nazionali fiorite qua e là per la penisola sul finire degli anni Settanta.

Una serie di delitti a prima vista inspiegabili: i batteristi, per l’appunto, di diversi gruppi musicali di cover crudelmente uccisi dopo un concerto. Apparentemente nulla lega tra loro le vittime, se non la passione per la musica e lo strumento suonato. Perché uccidere persone del tutto normali, che per passione suonano in piccoli locali e per pochi denari? Un interrogativo irrisolto, una fotografia che ricorre con sempre al centro Valerio Liboni, il più famoso batterista torinese, drummer del gruppo storico della musica leggera italiana ‘I Nuovi Angeli’.  Un criminale spietato e attento che uccide e scompare nel nulla. Un modus operandi senza precedenti, mai visto prima, che segna l’avvincente debutto dello scrittore Lele Boccardo nel mondo del noir.

Il Rullante Insanguinato’, divertimento a parte,  è anche uno sguardo attento ai fenomeni del cambiamento in atto nella musica e dintorni. Quale, in primis, quello da nessuno prima d’ora mai indagato, a livello letterario, delle ‘tribute band’. Noi abbiamo incontrato Boccardo proprio per parlare di questi mondi che sono entrati nel suo romanzo e di dove sta andando la musica e l’industria che ci ruota attorno, il tutto senza peli sulla lingua.

Un noir sui batteristi: da dove nasce l’idea?

Nasce dal profondo amore, sì, proprio amore, che provo per la batteria. Lo strumento che ho cominciato a suonare fin da adolescente, e che ancora adesso, a distanza di tanti anni, suono quando voglio estraniarmi da tutto e da tutti. La mia valvola di sfogo. Coinvolgere la batteria, e quindi chi la suona, è stato naturale, quasi automatico. Non avrebbe potuto essere altrimenti.

Per la prima volta in un romanzo sono coprotagoniste tribute band: perché?

Era da parecchio tempo che avevo intenzione di scrivere un thriller, o comunque un romanzo con una forte dose di sana suspence. Ma mi mancava l’ispirazione giusta. Poi, una sera, sono andato ad assistere a un concerto di una tribute band, con l’idea di recensirla per un noto quotidiano on-line di cui sono Vice Direttore, per il quale scrivo e curo anche una rubrica proprio su questo fenomeno. Peccato che, dopo la seconda canzone, volessi già andarmene…

Per quale motivo?

Non tanto per la band in generale, quanto per il batterista: era proprio negato, tanto che ho pensato, scherzosamente, tra me e me: ‘Sarebbe da sopprimere, per quanto suona male’. Così ho cominciato a distrarmi e a guardarmi attorno. Al bancone del bar, ho notato un tipo col berretto calcato sugli occhi e gli occhiali da sole, nonostante fossimo al chiuso: improvvisamente ho avuto un lampo, come si suol dire. Appena tornato a casa, ho cominciato a prendere appunti, e pian piano ho creato la storia, i personaggi, l’ambientazione, eccetera. La scelta di coinvolgere le tribute band è stata la logica conseguenza.

Che ruolo hanno, per Lei, i batteristi nella storia della musica italiana?

Fondamentale, e di primo piano. Personaggi come Tullio De Piscopo, non a caso soprannominato “Il guru”, rappresentano un orgoglio per la musica italiana nel mondo, un esempio da seguire per tanti musicisti oltre confine. Con lui e come lui anche l’indimenticato Giancarlo Golzi per i Matia Bazar e il Museo Rosenbach. Stili diversi, ma grande classe sempre. Una menzione a parte spetta all’impareggiabile Franz Di Cioccio della PFM, il Maestro, il mio preferito, il migliore in assoluto. E’ innegabile che tutti i ‘drummer’ professionisti abbiano dato qualcosa alla musica di casa nostra, soprattutto a partire dagli anni ’70, suonando in band strepitose come, ripeto, in primis la Premiata Forneria Marconi. E poi ancora a seguire i New Trolls, ma anche Le Orme, rispettivamente con Gianni Belleno e Michi Dei Rossi, sono state caratterizzate profondamente dal suono della batteria, con gli uomini seduti dietro a piatti e tamburi diventati presto dei miti immortali, dei modelli a cui ispirarsi.

 Il romanzo ha la prefazione di Andrea Mingardi, anch’esso batterista prima che cantautore: come l’ha conosciuto?

Ho incontrato per la prima volta Andrea nell’estate del 1982. All’epoca facevo lo speaker radiofonico e curavo le interviste con gli artisti. Andai ad un suo concerto al Parco della Pellerina, all’epoca si chiamavo ‘Punti Verdi’, conoscendo di lui solo un paio di singoli, ‘Datemi della musica’ e ‘Pus’. Mi trovai ad assistere a uno spettacolo mai visto prima, intitolato ‘Xa vut dalla vetta’ (Cosa vuoi dalla vita, ndr), basato sul disco omonimo, primo album di rap in Italia, tra l’altro.

Mingardi è un vero animale da palcoscenico, ha un’energia infinita dal vivo…

Ebbene, assistetti all’epoca a uno spettacolo pazzesco, quasi un musical, con monologhi, cabaret, travestimenti e tanta musica. Semplicemente fantastico. Dopo lo show lo incontrai, e passammo almeno due ore a parlare, a raccontarci: Andrea è una persona squisita, simpatica, arguta, da buon bolognese qual’è, e disponibile come pochi. Nel corso degli anni ho assistito ad altri suoi concerti: quando ho ricevuto via mail la prefazione che aveva scritto per me, mi sono quasi commosso. Non lo ringrazierò mai abbastanza.

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