venerdì, Ottobre 22

Musica: quando il Manager fa la differenza

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Le quote rosa conquistano la discografia. Lasciando dietro di sé una lunga scia di successi.
In principio fu  -e lo è ancora oggi, più in forma che mai- Caterina Caselli, titolare della Sugar, la major del disco tutta italiana che ha lanciato artisti del calibro di Gerardina Trovato, Andrea Bocelli, Elisa, Negramaro, Avion Travel, Paolo Vallesi, Francesco Baccini.
Poi, venne il tempo  -ed è tuttora un tempo felice- di Iaia De Capitani.

Professionista a 360° dello showbusiness, figlia d’arte, donna capace e instancabilmente appassionata di quel che fa, ha attraversato con coerenza, entusiasmo e soluzione di continuità tutti i profili del mondo dello spettacolo, prima di scoprirsi e scegliersi manager per sempre.
A lei si sono affidati ormai da anni in esclusiva artisti di primo piano della scena musicale mondiale, come la PFM, alias Premiata Forneria Marconi, da sempre la rockband italiana più famosa all’estero da oltre 45 anni a questa parte.

Iaia De Capitani, membro di autorevoli organi ufficiali di categoria della musica italiana a livello professionale quali FEM (Federazione Editori Musicali) e PMI (Produttori Musicali Indipendenti), è riconosciuta da tutti come la ‘manager in rosa’ per antonomasia delle sette note made in Italy.
Ma quanto conta la figura del manager nella carriera di un’artista? Quali i risvolti nascosti della discografia? Abbiamo cercato di capirlo in questo lungo colloquio con Iaia.

 

Lei è nota al grande pubblico soprattutto come coreografa, regista, autrice e produttrice televisiva. In quali di questi ruoli si ritrova meglio?

Fanno parte del mio passato e presente tutti allo stesso modo. Sono porzioni importanti della mia vita. Non rinnego nulla, è tutto un background fortemente artistico, pratico. Sono un manager un po’ misto, all’americana.

 

Che cosa significa ad oggi essere manager di un’artista?

In Italia è un termine un po’ ibrido: ci sono manager che sono procacciatori d’affari oppure solo artistici. Io copro entrambi i ruoli, entro nel progetto dell’artista, divento artista insieme all’artista. E’ chiaro che l’ultima parola rimane all’artista, ma io mi faccio coinvolgere nel progetto ed esprimo sempre le mie idee. Molte iniziative sono partite da me: io porto i progetti, se l’artista è disposto a “sposarli” bene, altrimenti me li tengo nel cassetto, non è un problema. Quando però qualcosa si mette in moto, devo arrivare fino in fondo, comprendendo anche la parte più prettamente materiale, economica e di marketing…Tutto quanto, insomma.

 

Che valore ha, per Lei, la musica?

Sono figlia di una musicista quindi sono nata già con le note nel sangue. Seguendo anche mio nonno, sono cresciuta tra suoni e spartiti, partendo dalla classica. La musica per me è un’entità fortissima e dovrebbe essere presente  nella vita di chiunque.

 

Quale, secondo Lei, l’attuale ‘status quo’ della musica italiana?

Attraversa un momento di passaggio. In questo momento però la musica popolare, il cosiddetto ‘pop’ nel nostro Paese è un po’ in stallo. Il suo periodo migliore, a mio modesto avviso, è coinciso con gli anni ’70. Un decennio in cui si respiravano a pieni polmoni ricerca e contaminazione di generi. Ultimamente, la musica popolare vive una fase un pochino più sterile. Parlando con i giovani, avverto una voglia di sperimentare, di guardare indietro per scoprire il nuovo e quindi una ricerca per far meglio oggi. Spero che quella di questo momento sia semplicemente una transizione passeggera.

 

Qual è il segreto dell’eterna giovinezza di un’artista? Dipende solo dalla bravura o ci sono altri elementi che incidono?

La bravura, chiaramente, è essenziale. L’eterna giovinezza, però, è avere sempre progetti nuovi. Se tu hai un obiettivo stimolante innanzi a te e quando lo hai realizzato ne vai subito a cercare un altro, rimani artisticamente vivo e attivo.

 

Vi sono artisti che scompaiono: il pubblico pensa che non valgano niente o che non vogliano più fare musica. La realtà è che sono legati da contratti alle case discografiche che non gli danno la liberatoria per migrare ad un’altra etichetta o cambiare manager. Così restano imprigionati tra uffici di avvocati e tribunali, in cerca di libertà. Passano gli anni, il pubblico si dimentica di loro…

Il fatto che un artista non venga liberato è un problema legato al suo comportamento. Perché quando un artista è leale, con se stesso prima di tutto e poi con l’entourage, quindi in questo caso con la casa discografica, questa lo libera. Chiaro è che se ha delle pendenze, se si è comportato male, se non è riuscito a mantenere un rapporto di etica, la casa discografica non fa beneficenza…Tutto dipende da quello. Poi, se un artista ha lavorato bene e riparte anche dopo 10 anni, la gente non se lo dimentica… Certo, deve farsi conoscere dalle nuove generazioni: ma questo è uno stimolo, un arricchimento.

 

Non esistono, quindi, dei meccanismi micidiali di contatti capestro per gli artisti?

Le case discografiche si prendono sempre tutte le colpe. I contratti capestro sono quelli esteri. Per quelli italiani, dipende poi anche dall’avvocato che uno ha. Io ho liberato degli artisti miei da contratti in essere con multinazionali del disco, mantenendo comunque inalterato il rispetto e i rapporti con quelle aziende. PFM, per esempio, aveva un contratto con una major, prima di approdare alla mia etichetta indipendente, Aereostella. Anche se adesso sono con me, con l’azienda multinazionale collaboro tranquillamente perché c’è stata un’etica e rispetto da ambo le parti. E’ questione di maturità, sempre, innanzitutto.

 

Nella musica, come in tutte le altre cose.

Proprio così. Se l’artista pensa di avere un contratto-capestro, è perché non ha saputo gestire al meglio la situazione al momento della firma con il suo legale, oppure non ha avuto etica di comportamento. Dovrebbe farsi un serio esame di coscienza. Non è sempre colpa delle case discografiche.

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