sabato, Luglio 24

Musica di qualità? arrangiatevi!

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Un questione chiave, brillantemente posta poco meno di trent’anni fa da Roberto Freak Antoni e il suo gruppo di rock demenziale, è se in Italia valga più o meno la pena di esercitare l’intelligenza.
L’album che segnò il ritorno del gruppo di Antoni, gli Skiantos, sul mercato discografico nazionale risale, infatti, al 1987, ed era profeticamente intitolato ‘Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti’.

In effetti, proprio a partire da quegli anni, si è assistito a quel processo di abbrutimento antropologico che ha caratterizzato la recente storia del nostro Paese. Ora, che la questione l’avesse posta il leader di un gruppo musicale che non perseguiva certamente obiettivi di raffinatezza estetica può apparire paradossale, ma esiste una consolidata tradizione di musicisti e intellettuali che, attraverso la prassi del rovesciamento, hanno esercitato con intelligenza l’ironia e, talvolta, persino il sarcasmo.

Giacomo Rossini, Erik Satie e prima ancora Adrian Villaert, Adriano Banchieri o Orlando di Lasso hanno utilizzato detriti musicali di basso profilo per costruire divertissement musicali estremamente arguti, che lasciano l’ascoltatore magari alquanto perplesso, pur tuttavia lo spingono a riflettere su come sia possibile fare musica di qualità con materiali triti e banali. Ciò che tutti costoro hanno dimostrato, insieme a molti altri artisti, è che per far bene la parte degli stupidi, dunque per prendersi gioco dell’umana stupidità, ci vuole una certa intelligenza. Ma quando la prima prevale in modo soverchiante sulla seconda, quando l’ironia annega nel mare magnum dell’ottusità, ecco che emerge, disperata, la tentazione di abbandonare ogni speranza di riscatto qualitativo attraverso una sensata proposta artistica e culturale.

Ma tornando allo specifico musicale è bene ribadire un concetto: la musica di qualità non è strettamente collegata a generi definiti.

Esiste musica cosiddetta classica di pessima qualità: a questo proposito basterebbe ascoltare le prime, imbarazzanti, prove compositive del giovane Richard Wagner. D’altra parte riesce difficile, se non impossibile, non considerare musica di qualità quella prodotta, ad esempio, da Frank Zappa, Paolo Conte o da un numero impressionante di musicisti jazz nel corso dello scorso secolo.

D’altra parte la musica di qualità non è definita dal gusto personale di chi l’ascolta: personalmente non amo Bruckner e le sue sinfonie ma non posso negarne la qualità.

La qualità non è, inoltre, proporzionale alla complessità: tantissima musica di qualità, da Guillaume de Machaut a Mozart, da Miles Davis a Fabrizio De Andrè, è caratterizzata da un alto grado di semplicità ma evita accuratamente qualsivoglia semplificazione o, per meglio dire, banalizzazione.

La musica di qualità, in fondo, si basa su pochi principi: deve essere in grado di stimolare un ascolto attivo, dunque richiede un certo livello di attenzione da parte dell’ascoltatore. In secondo luogo deve dimostrarsi efficace nel raggiungimento di alcuni obiettivi di comunicazione o, per meglio dire, nello svolgere le funzioni per le quali è stata concepita -rituale, rappresentativa, di intrattenimento, consolatoria… – evitando comunque un appiattimento su stereotipi più o meno ripetitivi che limitano l’esercizio della memoria e del confronto da parte dell’ascoltatore.

Infine, la musica di qualità è anche quella che provoca un certo grado di stupore, che fa dire a chi l’ascolta ‘ah, però…!’

La musica di qualità ha il brutto vizio di limitare l’assuefazione alla banalità, alla convivenza passiva con ciò che è di fatto alienante, come il trascorrere la maggior parte della propria esistenza in un brutto condominio di un quartiere degradato davanti a uno schermo televisivo e mangiando cibo spazzatura.

La musica di qualità, di qualsiasi genere possa essere, costringe, in buona sostanza, le persone ad un’attività cerebrale un pochino più intensa di quella normalmente richiesta dallo standard abituale imposto dall’agonizzante mercato discografico, dall’insipienza dei sedicenti operatori culturali, dalla spaventosa tendenza all’appiattimento in basso dei principali media generalisti.

La forza della musica consiste nella sua natura asemantica: gli elementi che la compongono, i singoli intervalli, le figure ritmiche o altro ancora, non sono portatori di alcun significato assoluto. L’ascolto consiste nell’attivare un processo di attribuzione di significato a ciò che si sente, attraverso codici più o meno consapevolmente condivisi.

L’ascolto attivo è un’assunzione di responsabilità da parte dell’ascoltatore, che esercita liberamente il modo in cui attiva, appunto, questo processo di attribuzione di significato.

E la musica di qualità, come abbiamo già affermato, favorisce questa assunzione di responsabilità, in molti casi addirittura obbliga l’ascoltatore a farsene carico.

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