mercoledì, Maggio 12

Musica dal berlusconismo al renzismo field_506ffbaa4a8d4

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All’interno della funzione rituale, quella dell’amplificazione del rito civile, e dunque, del potere, è da sempre stata coltivata con attenzione dalle strutture di governo delle società occidentali (e non solo).

Agli inizi del sec. XV, ad esempio, parallelamente alla istituzione di una scuola per funzionari di Stato della Repubblica di Venezia, fu stabilito che i ‘cantores’ della Basilica di San Marco  dovessero istruire anche otto fanciulli di origine veneta affinchè «…siano accresciuti onore e fama dei nostri domini con la presenza di bravi cantori nella nostra chiesa di San Marco».

Poco più di due anni fa un noto latitante camorrista fu catturato perché le Forze dell’Ordine si sono accorti del suo nascondiglio a causa dei suoni che provenivano da esso; il latitante, infatti, era molto appassionato della cosiddetta canzone neomelodica napoletana e amava ascoltarla a volume altissimo.

La passione per la musica connotata da una linea melodica di matrice popolare, in parte derivata dalla tradizione delle sceneggiate -sublimata però da autori come Gigi D’Alessio–  e in parte debitrice della tradizione dei cosiddetti ‘posteggiatori‘ è assai diffusa, non solo nel napoletano ma persino in territori assai lontani e in culture apparentemente altrettanto distanti da quelle che hanno generato organizzazioni criminali quali la camorra.
Questa passione ha dato frutti interessanti che rappresentano un felice incontro tra un certo filone della tradizione canzonettistica partenopea e un modo di interpretare il ruolo dell’uomo politico potente e risolutivo dei problemi del Paese, assai in declino in questi ultimi due anni ma che ha certamente ha vissuto da protagonista l’ultimo ventennio dell’italica storia.
Si tratta di una sorta di colonna sonora, scanzonata e rassicurante; un suono di sfondo, diremmo, dell’interpretazione berlusconiana del potere.

Qualche secolo prima, un musicista di origine italiana costruì i suoni che contribuirono ad amplificare il potere che presto diventò assoluto di Luigi XIV: Jean Baptiste Lully (Giovan Battista Lulli) ambizioso e talentuoso fiorentino, figlio di un mugnaio, capì che poteva far leva sulle due passioni dell’altrettanto giovane re: la danza e le marce militari.
Mescolando questi due elementi di base, Lully creò la grammatica e la sintassi del sistema di comunicazione sonora che contraddistinguerà le giornate del Re, sia negli aspetti privati (il risveglio, la colazione, il momento di andare a dormire…) che quelli pubblici (incontri con ambasciatori, regnanti e festeggiamenti, spettacoli musicali, parate militari…).
Un  film francese racconta assai bene come Lully sia stato capace di costruire il suono del potere di Re Sole.

L’ascolto comparato di questi due esempi musicali racconta con molta precisione la distanza abissale tra due modi di esprimere il proprio smisurato ego: nelle canzonette di Apicella l’ego berlusconiano si nasconde dietro la rassicurante melodia assolutamente convenzionale e mille volte già ascoltata; nelle musiche di Lully, quello di Luigi XIV esplode  in tutto il suo abbacinante splendore.

Il declino del berlusconismo ha coinciso con la rapida ascesa del renzismo: due modalità di interpretare il ruolo della guida del Governo italiano che, pur avendo alcuni tratti in comune, si differenziano in significativi e determinanti particolari.

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