venerdì, Ottobre 22

Musica 2016: ci vogliono buoni propositi

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Peraltro, essendo uno Stato moderno e democratico, non ha nessuna necessità, come abbiamo già dimostrato, di investire direttamente nella cultura musicale: è la stessa Europa che ce lo impone, visto che si tratterebbero di aiuti di Stato per un settore di produzione in profonda crisi e ormai agonizzante.

L’accorpamento del desueto comparto AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale) nel generale comparto scuola, immaginato e richiesto dalla lungimirante riforma Brunetta, è certamente un primo passo nella giusta direzione pur tuttavia non appare ancora sufficiente: ci vorrebbe il coraggio di abolire definitivamente istituzioni ammuffite e che non hanno mostrato di volersi e potersi rinnovare come i Conservatori italiani.

Chi si volesse ostinare a studiare musica lo faccia pure a proprie spese, non si capisce per quale motivo debba essere lo Stato ad occuparsi di tali inutili e depravate passioni.
O che vadano a studiare all’estero: visto che poi ci andranno a lavorare, si facciano aiutare a casa loro!

Di conseguenza ci vorrà ancora più coraggio per portare avanti con determinazione una sana ristrutturazione del sistema produttivo: i tentativi falliti presso alcuni teatri d’opera, quali quello di Genova, Bologna e Roma, hanno mostrato come sia necessario un intervento maggiormente coordinato e non affidato alla sola buona volontà del singolo soprintendente benché supportato dal sistema mediatico.

La scusa delle difficoltà e degli ostacoli posti dalle organizzazioni sindacali non regge più, si licenzino pure i musicisti utilizzando a fondo gli strumenti del Job Act: di conseguenza si smettano di programmare nuove stagioni liriche che prevedano l’uso di orchestrali e cantanti di coro. Una buona regia moderna, di quelle che si vedono fortunatamente sempre più spesso e che non tengono affatto conto delle inutili ragioni musicali, sostituirà definitivamente la costosa messa in scena dei melodrammi: basterà l’esecuzione al kazoo di alcuni accenni dei temi principali, poi lo spettacolo sarà tutto dedicato alle invenzioni registiche e agli effetti speciali.

Una Traviata, ambientata in un futuribile impero egizio, che muore di polmonite durante un attacco virale di corpi alieni dallo spazio o un Don Giovanni transessuale di colore che seduce solo uomini politici ma che si innamora di un sottosegretario alle attività produttive e con lui fugge in una stazione di osservazione meteorologica in Antartide.

Dunque lo Stato potrà finanziare solo quelle opere e quei programmi che incontreranno i favori del pubblico, che garantiranno cospicui incassi al botteghino: queste, si sa, non sono poi molte e d’altra parte sono diversi anni che la programmazione delle stagioni concertistiche di molte istituzioni va verso questa direzione. Saranno dunque incentivati i grandi eventi ai quali il cittadino sarà chiamato a partecipare con entusiasmo poiché, trattandosi appunto di grandi eventi, non avrà alcuna responsabilità nel definirne la qualità essendo la stessa assicurata dalla grandezza dell’evento.

E’ inutile spreco di risorse e intelligenze organizzare due concerti di Jazz alla settimana in una città semidistrutta dal terremoto, meglio 100 concerti una volta sola all’anno nel corso di un’intera giornata: se l’esperimento ha funzionato per richiamare l’attenzione su una situazione per certi versi imbarazzante – lo dobbiamo ammettere – , come ha fatto giustamente notare il nostro ministro ai Beni e alle Attività Culturali, sarebbe bello poterlo riproporre ogni anno, col tempo siamo sicuri che l’imbarazzo scemerà.

Ma questi intenti, in quanto nobili, legittimi e necessari, devono essere pubblicamente dichiarati, basta nascondere le giuste ragioni politiche dietro alibi quali “è l’algoritmo che ha cancellato i finanziamenti alle rassegne di musica contemporanea.”

Uno Stato moderno e democratico non ha bisogno e non deve finanziare la musica contemporanea e, in generale, la musica d’arte: essa nuoce gravemente alla salute poiché genera e insinua il seme del dubbio.
Il dubbio è nemico dello Stato moderno e democratico.

 

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