mercoledì, Maggio 12

Musica 2016: ci vogliono buoni propositi

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Ormai è certificato, assodato e accertato: siamo un Paese fuori dal tunnel della recessione e stiamo procedendo a grandi falcate verso un profondo cambiamento, una palingenesi meravigliosa che sta riscattando un oscuro periodo popolato da gufi e menagrami che hanno tentato in tutti i modi di ostacolare il riscatto italiano.
Dunque, è ora di guardare con ottimismo allo sviluppo della cultura musicale in Italia, da troppo tempo impastoiata da lacci e laccioli di ‘forse‘, ‘si però‘ o ‘sarebbe preferibile che…

Perché la musica possa davvero diventare un’arte compresa da tutti sarà necessario pensare e mettere in campo una complessa strategia che dovrà riguardare l’istruzione musicale (da quella di base all’alta formazione artistica), le strutture produttive (dai teatri e dalle orchestra fino al più piccolo festival o rassegna), quelle economiche e finanziarie (dal sistema di finanziamento pubblico, ai diritti d’autore fino ai finanziamenti privati).
Ovviamente sarà necessario uno sforzo congiunto che dovrà integrare con riforme efficaci il tutto, in modo tale che l’intero sistema non consenta l’apertura di una seppur piccola falla attraverso la quale potrebbe inserirsi il germe del dubbio, della perplessità o della seppur velata e allusiva forma di contestazione.

C’è da dire che per quanto riguarda l’istruzione musicale molto è stato fatto, a partire dalla giustamente velleitaria riforma Moratti che si poneva obiettivi talmente sfidanti che chiunque avrebbe potuto facilmente rendersi conto del fatto che, date le condizioni generali di partenza, sarebbero stati assolutamente irraggiungibili.

Dunque, poco o nulla è cambiato da quei gloriosi tempi ed è proprio per questo motivo che la nuova riforma della Buona Scuola, al di là delle generiche affermazioni di circostanza, nulla ha voluto mettere realmente in campo per favorire una competenza musicale di base che sappiamo tutti potrebbe portare a conseguenze disastrose per il tessuto sociale del nostro Paese.

L’abbiamo scritto e lo ribadiamo: la consapevolezza nell’ascolto è un fardello troppo pesante e duro da portare, il cittadino è già oberato da mille responsabilità per cui uno Stato degno di questo nome ha l’obbligo di liberarlo da questo peso e sciogliere le catene rugginose della difficile attribuzione di valore su ciò che potrà ascoltare.

Dunque, per facilitare l’approccio alla musica sarà opportuno sostituire, ad esempio, uno strumento obsoleto come il flauto dolce con il più moderno e popolare kazoo e, una volta la settimana, far esercitare i bimbi nell’esecuzione di divertenti brani popolari quali ‘Il ballo del quaquà‘ o ‘Sugli sugli bane bane‘.

Per quanto riguarda il prosieguo dell’istruzione musicale c’è da aprire una parentesi tanto dolorosa quanto doverosa: poiché il sistema dimostra, nonostante tutto, di saper ancora formare musicisti che riescono a trovare impiego presso strutture estere  -orchestre, teatri d’opera o ensemble cameristici- va da sé che uno Stato moderno non può certo permettersi di finanziare la formazione di figure professionali di cui altri Stati potrebbero giovarsi.

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