domenica, Settembre 19

Museveni e la politica di contenimento dell’Occidente Elezioni amministrative a Luwero. E il presidente lancia la nuova campagna

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Museveni

Questa settimana è stata segnata dalle importanti elezioni amministrative nello strategico distretto di Luwero, dove nel 1980 iniziò la ribellione del National Revolutionary Army (NRA) che portò al potere il giovane guerrigliero marxista Yoweri Museveni. Non è un caso che il presidente ha scelto l’arena della battaglia pre-elettorale per lanciare la nuova politica di contenimento dell’Occidente.

Il discorso pronunciato il 21 maggio scorso «Ho il dovere di difendere il mio Paese» ufficializza un progetto di indipendenza politica ed economica, la quarta fase del progetto strategico del NRA. Strettamente ancorati alla progettazione su base di piani quinquennali, retaggio dell’esperienza marxista, Museveni e i veterani della rivoluzione avevano tracciato lo sviluppo del Paese dopo i primi orribili 25 anni di indipendenza. La prima fase si è concentrata sulla ricostruzione del Paese. La seconda fase sull’espansionismo militare regionale, saccheggio delle ricchezze naturali del Congo compreso, che ha portato al primo boom economico (1998 – 2004). La terza fase è stata quella di rafforzare l’esercito utilizzando finanziamenti esterni per la maggioranza provenienti da Stati Uniti ed Unione Europea tramite l’utile stratagemma tanto caro all’Occidente della lotta internazionale al terrorismo. Il pretesto, che nasconde le vere mire geo-strategiche dell’Uganda che spiegano la sua avventura militare iniziata nel 2007 in Somalia contro il terrorismo di Al-Shabaab. Questa tattica ha permesso al Uganda People’s Defense Forces (UPDF) di divenire il primo esercito regionale e un temibile esercito a livello continentale.

«Non ho mai chiesto alle Nazioni Unite di aiutarmi a garantire la sicurezza in Uganda. Piuttosto di farlo, io, Yoweri Museveni, preferisco impiccarmi. Abbiamo privatizzato la sicurezza nazionale sviluppando un forte esercito altrimenti l’Uganda avrebbe seguito le sorti del Congo, Sud Sudan, Somalia o della Nigeria dove delle milizie ora effettuano rapimenti di massa presso le scuole. Sarebbe immediatamente giustificato un voto di sfiducia contro di me se non garantissi la sicurezza nazionale. Che tipo di Presidente sarei?», spiega Museveni durante il comizio elettorale.

Il presidente ha ricordato agli elettori che il NRA è giunto al potere con l’obiettivo di rivitalizzare l’economia e la società. Il governo ha dato priorità i principali pilastri dello sviluppo nazionale attraverso la sicurezza che ha reso pacifico e stabile il Paese, la sanità attraverso l’immunizzazione di massa, l’educazione attraverso il programma di educazione popolare fino alle scuole medie e le infrastrutture quali strade ed elettricità.

Nella località di Bombo il presidente ha assicurato la Comunità Nubica che verrà risolta la problematica dei beni congelati dopo la caduta di Idi Amin Dada. La comunità nubica composta prevalentemente dalla tribù Kakwa diede i natali al famoso dittatore ugandese e lo sostenne al potere formando la base delle sue forze di difesa. I beni congelati a cui si fa riferimento riguardano le proprietà immobiliari e conti bancari esteri appartenenti ai fedeli sostenitori del dittatore. Un messaggio di distensione rivolto ai Kakwa nella tipica logica di integrazione etnica sempre adottata dal partito al potere. Una distensione obbligatoria in quanto la tribù è per la maggioranza di fede musulmana. Passati rancori potrebbero spingerla a diventare la base nazionale per le operazioni terroristiche di Al-Shabaab in Uganda. Al proposito Museveni ha ribadito la sua alleanza strategica alla comunità musulmana, chiarendo di aver evitato l’errore tattico del Kenya che al contrario ha dichiarato una spietata quanto inefficace campagna repressiva contro i suoi cittadini somali e di fede musulmana.

Più enigmatico e sinistro è stato l’argomento trattato da Museveni sui soldati ugandesi che hanno combattuto in Congo. Senza specificare il periodo, Museveni ha promesso che i veterani saranno trattati con il pieno diritto di cittadinanza. Una promessa incomprensibile in quanto il diritto di cittadinanza si acquisisce per nascita. Alcuni osservatori regionali suggeriscono che il messaggio era diretto non ai soldati ugandesi ma ai ribelli congolesi Banyarwanda che formarono il Movimento 23 Marzo noto con la sigla M23 che per 20 mesi hanno sfidato la autorità del governo di Kinshasa mettendo a rischio la sua tenuta. Dal novembre 2013, quando il M23 ricevette l’ordine di Museveni di ritirarsi dal est del Congo, la maggioranza dei ribelli viene protetta in Uganda, ufficialmente disarmati e raggruppati in precise località.

Discutibili sono i progressi raggiunti nei settori sanità ed educazione nel Paese portati come esempio dal presidente Museveni. La maggioranza delle strutture sanitarie ugandesi versano in uno stato di degrado da Paese del Quarto Mondo, e l’educazione di base seppur gratuita soffre di severe mancanze qualitative. Il 60% degli alunni che finiscono le elementari non sa ancora leggere e scrivere correttamente.

Nonostante queste ombre di luce e problemi reali di cui urgente deve essere la soluzione, l’inaugurazione della politica nazionalista avvenuta  durante la campagna elettorale rappresenta l’ufficializzazione di un progetto maturato nell’establishment del potere ugandese e attuato progressivamente e “dolcemente” per giungere inosservati al momento di non ritorno che si sta verificando proprio ora.  La politica nazionalistica è stata preceduta da due altri significativi avvenimenti. Il primo avvenuto verso  la seconda metà di gennaio quando il presidente ha dettato le priorità politico economiche nazionali in occasione di un workshop consultivo nazionale sulle finanze dello Stato, tenutosi al Conference Centre del Serena Hotel, Kampala. Le principali priorità dettate sono la rivoluzione industriale, l’espansionismo economico ugandese nella regione, integrazione tra i due blocchi economici anglofoni in Africa, la East Africa Community e la SADAC (l’unione economica dell’Africa del Sud) e il rafforzamento del UPDF per permettergli di assicurare la stabilità interna e regionale.

Il secondo avvenimento si è verificato nel Midrabd, Sudafrica, il 18 marzo in occasione del decimo anniversario della fondazione del Parlamento Pan Africano. Nell’occasione Museveni ricordò ai capi di stato africani la necessità di una indipendenza economica e politica dall’Occidente accusato di contenere con tutti i mezzi possibili la crescita e lo sviluppo del Continente. All’epoca Museveni prese come esempio il fallimento dei tentativi di mediazione fatti da Sud Africa e Uganda tra il regime del Colonnello Gaddafi e la ribellione durante la guerra civile in Libia. Fallimento causato dal rifiuto della NATO di entrare nel paese e rivolto alla missione diplomatica sudafricana – ugandese. «Immaginate il livello di arroganza raggiunto dal Occidente. Presidenti africani in terra africana in missione con mandato dell’Unione Africana, che ricevano l’ordine dalla NATO di non entrare in Libia. In Swahili questa è una politica “tharau” di contenimento» affermò Museveni dinnanzi ad un compiaciuto Jacob Zuma. I discorsi pre-elettorali di Luwero chiariscono le intenzioni mettendo l’accento sulla determinazione del nazionalismo ugandese.

L’intenzione del presidente Museveni è di utilizzare questa politica di contenimento contro l’Occidente cercando di non creare uno scontro diretto che porterebbe all’isolamento e forse allo scontro militare ma cercando di alterare gli attuali equilibri a favore dell’Africa diminuendo l’influenza occidentale e aumentando quella delle potenze emergenti del BRICS. Una politica in realtà iniziata fin dal 2012 in modo silenzioso e quasi percepibile seguendo la millenaria e famosa tattica di “penetrazione non invasiva” adottata dalla Cina nel Continente. A fasi alterne e progressivamente l’Uganda ha contenuto gli interessi occidentali nel Paese, limitando l’accesso alle materie prime, agricoltura e idrocarburi. Obbligando le multinazionali europee di gestire i giacimenti petroliferi per il fabbisogno energetico regionale e non europeo. Difendendo il presidente keniota Uhuru Kenyatta e il vice presidente William Ruto contro la Corte Penale Internazionale e creando la ribellione presso l’Unione Africana verso questo istituto giudiziario internazionale accusato di essere uno strumento di Europa e Stati Uniti contro l’Africa.

I primi segnali della reazione occidentali si sono verificati nel febbraio scorso, quando gli Stati Uniti hanno preso posizione radicali contro l’approvazione della legge antigay in Uganda. Non togliendo la gravità della decisione presidenziale di firmare l’ignobile legge per aver in cambio dei voti necessari all’interno del suo partito per presentarsi alle presidenziali del 2016 e gestire la fase petrolifera fino al 2020 decisione definita “baratto ugandese”, la reazione dell’Amministrazione Obama fu dura quanto ipocrita. Le sorti delle minoranze sessuali ugandesi furono prese come pretesto dagli Stati Uniti per esprimere tutto il loro malcontento verso la politica di contenimento ugandese e per lanciare velate minacce a Museveni.

Un altro scontro tra Kampala e Washington è avvenuto sul repentino cambiamento strategico dell’Uganda fatto nei primi giorni della guerra civile in Sud Sudan. Il presidente Museveni ha reso prioritari gli interessi regionali del suo Paese rispetto a quelli americani che, scontenti della amministrazione di Salva Kiir avevano deciso un cambiamento di regime supportando l’ex vice presidente Riek Machar. L’appoggio iniziale del UPDF alla ribellione è stato trasformato nell’appoggio al presidente Kiir per salvaguardare gli interessi petroliferi ugandesi che si allineano a quelli delle multinazionali cinesi in netta contrapposizione con gli interessi petroliferi occidentali in Sud Sudan.

Conscio che la sfida all’occidente non può essere intrapresa dalla sola Uganda, il presidente Museveni ha lavorato per creare le condizioni politiche per un alleanza regionale ed internazionale. Sotto l’influenza politica del presidente ugandese, Kenya e Rwanda stanno a loro volta adottando la politica di contenimento contro Stati Uniti e Europa, alleati ormai considerati troppo invasivi e deleteri. Il Kenya ha attuato scelte finanziarie coraggiose quali l’introduzione del cambio ufficiale della valuta cinese con l’obiettivo di distruggere il monopolio del dollari sulle transazioni commerciali tra il Kenya e il paese asiatico.

L’accettazione della politica di contenimento proposta dall’Uganda da parte di altri Paesi africani è stata espressa durante il quarantanovesimo meeting della Banca Africana per lo Sviluppo che si sta tenendo a Kigali, Rwanda in questi giorni. All’apertura del convegno Rwanda, Nigeria e Sudafrica hanno appoggiato l’idea promossa da Museveni. Olusegun Obasanjo ex presidente della Nigeria ha ricordato la necessità che il continente non si sia oppresso sottolineando che ogni paese ha l’opportunità di sfruttare le proprie potenzialità. Il presidente Paul Kagame ha posto l’accento sulla necessaria maturità politica che capi di stato e governi africani devono adottare accettando di essere valutati secondo quanto riescono a soddisfare le esigenze delle proprie popolazioni. L’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki auspicandosi un’Africa libera dalle violenze e dai conflitti, ricorda che ogni capo di stato deve fare una seria critica di se stesso e riflettere sulle future azioni che devono essere tese al rafforzamento sociale ed economico del continente. Possiamo intravvedere che il contagio nazionalistica promosso da Museveni sta contaminando gli indirizzi di paesi importanti sotto il punto di vista strategico economico e militare.

La politica di contenimento ugandese, che nelle intenzioni di Museveni dovrebbe essere adottata dalla maggioranza dell’Africa, si basa su alleati solidi: i “cavalli vincenti” di questa nuova era multipolare: Cina, Russia, India, Brasile. Il fallimento economico, la corruzione politica, l’uso strumentale di valori universalmente acetati quali il rispetto dei diritti umani e le continue guerre perse dall’Occidente sono una realtà ben nota in Africa che ha costretto i vari governi a trarre le dovute conclusioni. A questo Stati Uniti e Francia hanno risposto con l’arroganza creando nuove crisi africane (Repubblica Centroafricana e Sud Sudan) e accelerando il processo di militarizzazione del Continente utilizzando lo spauracchio terrorista. La Francia invierà 3.000 soldati a rafforzare le sue basi nei paesi Shariani (Ciad e Niger). Gli Stati Uniti invieranno 800 Marines nella Repubblica Centroafricana.

I nuovi alleati del BRICS sembrano maggiormente idonei alle necessità africane in quanto non interferiscono negli affari interni e hanno intenzione di favorire il processo di rivoluzione industriale fino ad ora negato dall’Occidente. In meno di cinque anni i paesi del BRICS (Cina in testa) si sono assicurati i migliori contratti nella realizzazione di mega-progetti di infrastrutture e giacimenti di petrolio e gas naturali in vari paesi africani a danno di Stati Uniti e Europa. Le multinazionali occidentali nell’Africa Orientale e del Sud stanno perdendo terreno. La capacità di indirizzare gli orientamenti politici in Africa fino ad ora dimostrata da Washington, Parigi e Bruxelles sta nettamente diminuendo dinnanzi a diplomazie più discrete ma maggiormente efficaci promosse da Pechino, New Delhi, Rio De Janeiro e Mosca.

Incapace di uscire da una logica coloniale l’Occidente ha reagito attraverso il solo strumento che dall’Impero Romano in poi la culla della civiltà conosce: violenza e guerra. Il Sud Sudan è il primo e speriamo l’ultimo esempio della guerra fredda e su procura tra le potenze uscite dalla seconda guerra mondiale ora in decadenza e le nuove potenze in ascesa. Il Sud Sudan segue inoltre la politica di distruzione e destabilizzazione dei governi contrari agli interessi occidentali attuata recentemente in Libia e Mali. Negli ambienti giornalistici, economici e politici africani sta progressivamente prendendo piede la teoria che l’Occidente stia creando i vari gruppi estremisti islamici operanti in Africa per creare una destabilizzazione permanente che pieghi governi reclutanti agli interessi americani ed europei. Secondo questa teoria Boko Haram o i gruppi terroristici kenioti sarebbero supportati dall’Occidente con il chiaro obiettivo di giustificare un intervento militare in “aiuto della democrazia” teso a consolidare i propri interessi e bloccare la penetrazione economica e politica dei paesi del BRICS. Una teoria tutta da verificare ma non da escludere a priori. In fondo è storicamente comprovato che Al-Qaeda e Osama Bil Laden furono creature della CIA per contrastare l’esercito sovietico in Afganistan nei lontani anni Ottanta. 

 

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