martedì, Settembre 21

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Museums and the Web Florence 2014

Dal 19 al 21 febbraio, a Firenze, si è tenuta la conferenza internazionale ‘Museums and the Web Florence 2014’ (MWF 2014)  dedicata al rapporto fra i musei e i luoghi della cultura, e ai nuovi paradigmi delle conoscenze digitali: social media, mobile tour, realtà aumentata. Il titolo della manifestazione di quest’anno era ‘Open Museums and Smartcities: Storytelling and Connected Culture’: strategie, strumenti, best practice per connettere il patrimonio culturale alle comunità delle ‘smartcities’ del futuro, ossia le città intelligenti. L’idea è nata da Ilaria D’UvaStefania Chipa e Laura Longo in collaborazione con ‘Museums and the Web’, l’annuale conferenza sulla pratica dei media digitali applicati al patrimonio culturale, naturale e scientifico.

Il MWF 2014 è stato organizzato dai Musei Civici di Firenze in collaborazione con la Fondazione per la Ricerca e l’Innovazione dell’Università di Firenze e il PIN (Polo Universitario Città di Prato) e ha avuto come sponsor principale D’Uva Workshop, una società specializzata in audioguide e comunicazione culturale. Il luogo dell’evento Palazzo Vecchio; ci si è rivolti a tutti gli operatori del settore pubblici e privati, ma è stata un’occasione aperta anche a tutti coloro interessati alle tematiche connesse alla comunicazione, alle tecnologie, e ai linguaggi dei media.

La scelta di questa città è stata dettata dal fatto che Firenze vuole diventare il luogo di dibattito per le future scelte delle ‘smartcities’ nella gestione e nella valorizzazione del patrimonio culturale. La diffusione delle nuove tecnologie in Europa permette nuove forme di accessibilità tra individui e beni culturali, creando dei nuovi modelli partecipativi tra città, territorio e comunità. Firenze viene indicata come il luogo ideale, in quanto culla del Rinascimento e ricca di opere d’arte e musei, proprio per immaginare e sperimentare le città future, elaborando approcci innovativi di storytelling che connettano il patrimonio culturale alle comunità interessate e valorizzando la tradizione umanistica attraverso le grandi potenzialità offerte dall’innovazione digitale. ‘Museums and the Web Florence 2014’ ha voluto rafforzare la collaborazione fra industrie creative e istituzioni culturali con l’obiettivo di preservare e accrescere la competitività globale del patrimonio culturale. Il museo non è più visto solo come un luogo dove storia, territorio e linguaggio si intrecciano, ma diviene, con l’ausilio delle nuove tecnologie, una nuova forma sperimentale di accesso al patrimonio in esso contenuto.

La conferenza ha previsto un programma che si è articolato in: un forum per introdurre il pubblico alle tematiche più dibattute; una serie di workshop di approfondimento sugli aspetti legati ai contenuti e alle tecnologie; contributi scientifici correlati di esempi, dati, casi studio; momenti dedicati alle aziende che, attraverso un’intervista, hanno potuto presentare le proprie soluzioni per il mercato culturale; fasi dedicate alla formazione all’interno dei musei fiorentini con tour dedicato. Si è parlato anche di mobile engagement all’interno dei musei e fra gli spazi della città. E poi incontri sui temi dell’universal design, della social inclusion, dell’accessibilità, della realtà aumentata, dei social media, del crowdsourcing, degli open content, della digital collaboration e della gamification. Gli atti del convegno saranno pubblicati sul sito ‘Museums and the Web Florence 2014’.

Abbiamo intervistato Stefania Chipa, Heritage marketing and Social Media Consultant di Museums and the Web Florence.

 

Cos’è il programma ‘Horizon 2020’?

È un progetto europeo. Uno dei più grandi di quelli quadro dell’Unione Europea, che serve a finanziare progetti nell’ambito della cultura. Su questo punto le passo Franco Niccolucci, rappresentante del Polo museale Città di Prato, uno degli organizzatori del convegno, che si occupa da vari anni proprio di progetti europei che sussistono anche grazie ad ‘Horizon 2020’.

(Niccolucci) Si tratta del programma di finanziamenti nell’ambito della Comunità Europea per la ricerca, nato lo scorso Natale. È stato messo come titolo della conferenza per spiegare come si muove l’ambito di ricerca finanziata dall’Europa. È anche un confronto di idee per illustrare come questo tipo di iniziativa dell’Unione Europea può avere una ricaduta sulla comunicazione dei beni culturali.

Perché tale programma si contrappone al patrimonio digitale?

(Niccolucci) Non si contrappone, si confronta. ‘Horizon 2020’ propone la ricerca su tutti i generi. Uno di questi è l’utilizzo del digitale per i beni culturali, quindi da questa nostra giornata d’istruzione si dovrebbe capire se e in che modo questi finanziamenti possano avere un effetto positivo, oppure nessun effetto per quanto riguarda lo sviluppo delle tecnologie informatiche della comunicazione applicate ai beni culturali. Il versus non è una contrapposizione, è un confronto.

[Riprende la parola Stefania Chipa]

Come si rapporta il mondo dei media digitali all’attività degli operatori nei musei?

Questa è una domanda molto complessa nel senso che l’obiettivo del convegno di oggi è proprio quello di creare una comunità di scambi e di confronto tra tutti gli operatori del settore culturale (curatori, professionisti della cultura, aziende, ricercatori). È un confronto sulle strategie digitali applicate ai musei. Questo è il primo appuntamento del genere in Italia, e anche in Europa. Noi abbiamo cercato di portare qui una vasta comunità internazionale, in modo tale che possa esserci questo confronto tra le esperienze italiane e quelle dell’estero. Il digitale nei musei italiani è un ambito che meriterebbe di essere sviluppato di più, ma purtroppo i musei italiani sono attualmente poco presenti. Le motivazioni possono essere varie: sicuramente una da noi rilevata è la paura che il visitatore digitale porti via pubblico a chi fa la visita reale. Un museo in Italia ha il timore che mettendo on line, ossia pubblicando in rete le proprie collezioni, ciò vada a discapito della visita reale, cioè che il visitatore non sia più attirato ad andare fisicamente all’interno del museo e quindi poi a pagare il biglietto garantendo la sopravvivenza economica dello stesso. Oggi noi sappiamo che non è così, ce lo dicono studi e dati a livello internazionale, ma anche in Italia. Il fatto, anzi, di comunicare con il digitale nelle proprie collezioni rafforza l’attività reale, crea comunità, crea interesse per le raccolte e poi amplia anche il pubblico interessato. Va, quindi, ad accrescere il numero dei visitatori che visitano il museo, perché vedere le collezioni on line ha fatto scattare in loro un nuovo interesse e quindi hanno deciso di pianificare la visita. Noi quello che ci auguriamo è che da questo evento possa venire fuori una discussione molto attiva sull’applicazione delle strategie digitali nei musei: un confronto tra le esperienze italiane e quelle internazionali che faccia bene allo sviluppo di questo comparto.

Come possono tutte queste varie forme di media essere di supporto al turismo?

Noi crediamo che esse possano essere un supporto molto importante. Sappiamo che la crisi è globale, però in Italia – può sembrare una frase fatta, ma anche questi sono dati – il 5% del PIL è rappresentato dal patrimonio culturale e il 10% proprio dal turismo. Turismo e cultura sono strettamente collegati, quindi, e se noi riusciamo a potenziare le attività turistiche nel nostro paese, anche comunicando bene il nostro patrimonio culturale, che è una delle fonti di grande attrattiva per i turisti, tutto questo va a vantaggio dell’economia generale della nazione. Per esempio c’è un indice, il ‘Nation brandig index’, che definisce l’attrattività a livello internazionale di un paese e l’Italia, che due anni fa era al secondo posto nel mondo, è scivolata al settimo. Tra gli elementi fondamentali, che compongono la percezione dell’importanza di un paese rispetto agli altri e che determinano la scelta di un visitatore a pianificare un viaggio in un paese piuttosto che un altro, è proprio il patrimonio culturale. Se noi potenziamo la comunicazione del nostro patrimonio culturale, esso deve essere perfettamente connesso anche ad alcuni modelli dell’organizzazione interna del paese stesso. Se noi riusciamo a raggiungere i nostri potenziali visitatori (chiaramente quelli che sono in tutto il mondo), possiamo anche offrire loro delle possibilità di scoperta di fruibilità del nostro patrimonio rispetto a quelle che hanno sempre conosciuto. L’altro aspetto importante di tutto questo è andare a toccare quei paesi che in questo momento in Italia rappresentano una forma di turismo emergente: finora ci siamo relazionati più spesso con un tipo di pubblico prevalentemente americano o europeo, adesso dobbiamo guadare molto attentamente ad altre frontiere del turismo, come ad esempio la Russia e la Cina. Quest’ultima è molto presente nel nostro paese, ma cambiano le abitudini di viaggio: prima erano viaggi organizzati, adesso la nuova tendenza in Cina è quella di una pianificazione individuale, quindi la rete in questo è veramente fondamentale perché il viaggiatore individuale si informa e pianifica solo utilizzando la rete. Queste due realtà, ma anche il Brasile, sono sicuramente degli ambiti da guadare con molta attenzione. In questa conferenza noi abbiamo rappresentanti di tutte queste aree. Per la Russia ci sarà anche il curatore dell’Ermitage: sarà, quindi, un confronto interessante.

Come la realtà aumentata serve a illustrare monumenti perduti, danneggiati o non accessibili?

La realtà aumentata, e non soltanto questa, ma anche un altro ambito che svilupperemo molto, la risoluzione 3D, sono tutte tecnologie molto utili per una serie di motivi. Il primo è che consentono un’agevole utilizzazione, e quindi la possibilità di offrire contenuti contestualizzati agli spostamenti degli utenti: per esempio in Italia il 60% della popolazione è quella che si connette ad Internet tramite mobile, quindi muovendosi. La realtà aumentata, come le forme nuove di mobile tour, offrono la possibilità al visitatore di avere le informazioni che cerca nel luogo in cui si trova e così gli consente di costruire dei percorsi che vadano al di là del museo stesso. Questo per noi è il concetto di open museum: il museo apre le sue mura e costruisce dei percorsi di visita all’interno della città, connettendo gli altri musei all’interno della stessa e i servizi che essa offre. Poi la realtà aumentata consente, ad esempio nel settore archeologico, di far vedere quelle cose che prima era possibile soltanto immaginare: un frammento non è più un frammento isolato, ma intorno ad esso posso costruire il suo contesto e quindi far vedere realmente come era nel passato. Questo lo consente sia la realtà aumentata, che le ricostruzioni 3D. Noi presenteremo il progetto ‘GoogleGlass4Lis’, progetto innovativo sviluppato all’interno del Museo Egizio di Torino, ossia l’uso della realtà aumentata per andare incontro alle disabilità. Questo è un altro concetto di museo accessibile: attraverso i Google Glass ad un utente non udente viene spiegata l’opera che ha di fronte mediante un avatar che parla nel linguaggio dei segni.

Cosa ci può dire in merito all’uso della tecnologia in 3D in relazione al patrimonio culturale?

Anche questo è un aspetto molto importante perché il 3D ad esempio consente, penso sempre all’ambito archeologico, di ricostruire cose che non è possibile mostrare all’interno di un museo perché sono andate perdute, ma anche di fare delle esperienze tattili. In questo senso va incontro a chi è portatore di disabilità perché, per esempio, consente di vedere un oggetto, ma anche di interagire con esso, toccandolo.

Facciamo un esercizio di fantasia, di progettualità, insomma di scouting delle idee. Mi vorrebbe disegnare il media (rivista o quotidiano) in grado di essere il magazine divulgativo, innovativo, giovane adatto per raccontare l’arte e il patrimonio turistico italiano agli italiani e agli stranieri?

Ci sono tantissimi esempi in Italia: la rete, oltre alle riviste di settore e alle riviste specializzate, offre tanta vitalità nel settore di blog e social media. Questi due ambiti, oltre alla cosiddetta cultura anche dal basso, sono molto vivi per la diffusione di contenuti culturali. Ci sono iniziative interessanti provenienti dal basso: ad esempio, saranno presenti al convegno il gruppo di Sveglia museo e di Invasioni digitali, che sono appunto gruppi di persone che non appartengono ad una istituzione in particolare, ma che si pongono come obiettivo quello di accendere il faro sopra il nostro patrimonio culturale. Invasioni digitali è un progetto particolare in tutta Italia, dove attraverso la rete le persone si danno appuntamento con dei flash mob nei siti culturali che, per mancanza di fondi, non possono essere aperti tutti i giorni al pubblico. Essi vanno lì, li fotografano, scrivono articoli e li pubblicano sulla rete, che diventa un meccanismo virale di condivisione di contenuti che va al di là dell’evento stesso, raggiungendo una platea molto ampia.

 

Abbiamo intervistato Laura Longo, convenor, ossia responsabile tecnico-scientifico del progetto dei Musei Civici fiorentini, assieme al PIN di Prato e alla Fondazione Ricerca e Innovazione dell’Università di Firenze.

 

Perché il convegno ha previsto una visita al Museo Ferragamo?

Perché abbiamo voluto coinvolgere la maggior parte dei musei cittadini. Non c’è solo la visita al Museo Ferragamo, dopo ogni masterclass c’è la visita a vari musei di Firenze, La Specola, L’Opera del Duomo, il Museo degli Innocenti, il Museo Archeologico Nazionale, il Museo Stefano Bardini e Santa Croce.

Come si stanno attrezzando i musei fiorentini in relazione ai media nelle varie forme: mobile, storytelling, etc?

Nell’ambito dei musei fiorentini c’è una situazione molto variegata, nel senso che sono molti, e alcuni, come Museo Galileo, hanno dimostrato grandissima sensibilità nei confronti delle tecnologie e dell’approccio digitale. Museo Galileo è stato uno tra i primi in Italia ad avere un sito web sin dall’inizio degli anni Novanta. Dopo di che esiste, ovviamente, tutta una serie di applicazioni digitali che possono essere disponibili nelle varie tipologie dei musei. I Musei Civici, a questo punto parlo dei miei, da qualche anno stanno affrontando sia per la conservazione, sia per la comunicazione, l’utilizzo di tutto quello che il digitale mette a disposizione. Abbiamo implementato l’utilizzo del digitale per la comunicazione, per esempio con particolare attenzione verso le persone disabili, in particolare specialmente verso i disabili visivi, con un progetto elaborato con l’Università di Firenze denominato T-Vedo. Abbiamo poi sviluppato le guide diversificate, diventate dei tablet, disponibili praticamente per tutti i Musei Civici fiorentini. Abbiamo anche aperto, con l’Università di Trento, un progetto di rilevamento digitale delle condizioni ambientali di Palazzo Vecchio. È stato disegnato concettualmente un progetto nuovo di museo, il Cloud Museum, che coinvolge sia quello che è esposto all’interno dei musei, sia tutto quello che si può vedere in città- attraverso la realtà aumentata e tutte le potenzialità messe a disposizione dal digitale – per connettere le storie che raccontiamo all’interno del museo, quindi lo storytelling dello stesso, con la storia della città. Come Musei Civici abbiamo fatto molto e adesso abbiamo organizzato la prima convention europea di ‘Museums and the Web’ con più di 300 partecipanti da tutto il mondo.

Cosa può essere utile a livello culturale per una smart city?

La cultura gestita in questo modo, quindi pianificata strategicamente, che può essere accessibile a tutti i diversi tipi di pubblico, è sicuramente uno dei modi di andare incontro ed affrontare in maniera smart lo sviluppo di una città. La cultura sicuramente è uno degli assi portanti di questo modo di concepire il nostro futuro di cittadini globalizzati.

Il livello culturale di una città si misura sulla base degli eventi (non solo culturali) che vi si svolgono?

Anche, ma non solo, perché l’evento è un momento puntuale. La città deve dare delle risposte a tutti e per sempre, non possiamo più accontentarci di dare degli eventi spot. La cultura deve essere interiorizzata e deve maturare proprio nel modo di vivere, nel modo di operare sia dei cittadini, soprattutto per una città come Firenze, sia dei suoi visitatori.

Crede che i social network possano migliorare la percezione dei musei presso il pubblico anche dei non addetti?

Assolutamente sì, perché i nuovi pubblici verso i quali i musei si dovranno orientare, o che comunque verranno a frequentarli, sono quelli che hanno una famigliarità molto diversa rispetto ai quarantenni e ai cinquantenni di adesso nei confronti dell’uso di queste strumentazioni e di queste risorse; quindi anche il modo in cui i musei si pongono nei loro confronti deve tener conto di come queste persone acquisiscono le informazioni e interagiscono con le stesse.

Crede che i Paesi europei siano più avanzati nelle proposte relative ai websites verso l’utenza?

Questo sinceramente è difficile poterlo dire. Io credo che siamo ancora un po’ a macchia di leopardo: ci sono punti di estrema digitalizzazione e aree, invece, dove tutto questo è ancora molto poco sviluppato. Sicuramente Horizon 2020 e il programma Creative Europe vanno in questo senso, a colmare questi buchi.

Facciamo un esercizio di fantasia, di progettualità, insomma di scouting delle idee. Mi vorrebbe disegnare il media (rivista o quotidiano) in grado di essere il magazine divulgativo, innovativo, giovane adatto per raccontare l’arte e il patrimonio turistico italiano agli italiani e agli stranieri?

Forse un’unica situazione non credo sia sufficiente, proprio perché sempre di più siamo abituati ad accedere a diverse forme, o diversi luoghi, in cui troviamo informazioni. Il fatto appunto di essere sempre connessi e comunque di poterci sempre connettere a quelle potenzialità dove possiamo raccogliere le informazioni, deve essere, appunto, mantenuto secondo me il più ampio possibile. Ci sono vari media che si occupano di raccontare l’arte e il patrimonio culturale, però, sono ancora appannaggio solo degli storici dell’arte, o degli archeologi, o comunque degli operatori di settore. Per quello che è l’ambito della gestione, della conservazione e della comunicazione, l’uso del digitale forse è ancora un po’ agli inizi. Se guardiamo, si fa grande comunicazione sulle mostre del 2014, ma non a come divulgare le informazioni. Ciò deriva dal fatto che tali modi non fanno parte del nostro approccio intellettuale nei confronti di come si gestisce in maniera contemporanea il museum design. Siamo ancora troppo attenti a raccontare le storie in sé, e mi metto dentro anch’io, pur facendo uno sforzo diverso in tal senso, e non a come raccontarle e a chi – mentre sono raccontate- le deve ascoltare. ‘Museums and the Web’ vuole rispondere a queste domande, fare un’analisi di quali sono i tipi di pubblico oggi e di quali saranno nell’arco di cinque o dieci anni, perché noi dobbiamo progettare oggi i musei di domani. Essi saranno frequentati da gente completamente diversa, non solo da un punto di vista geografico, di provenienza, di background culturale, ma anche da gente diversa in termini di stimoli a cui i musei sono abituati a rispondere. La contemporaneità e la modernità dei musei sta proprio in questo: riuscire a rispondere in maniera adeguata, permeabile a quella tipologia di stimoli.

Quali sono, secondo Lei, questi stimoli che vanno aiutati?

Di fatto credo che non basti più, in nessun museo, avere il cartellino con il nome, il cognome del pittore, il luogo dove viene trovato un grande reperto archeologico e la data, ma si vuole sapere di più. La gente chiede di più. Non bastano quelle poche scritte che leggiamo, seppure ad esempio in due lingue, ma pensiamo che l’approccio comunicativo deve tener conto di un pubblico che non pone soltanto un problema idiomatico, cioè di tradurre in un’altra lingua, ma piuttosto di farsi comprendere da un altro background culturale. Sicuramente gli strumenti che ci dà il digitale possono essere una risposta perché con un Qr code, ormai già superato dagli RFID, oppure dal riconoscimento digitale dell’immagine, possiamo aumentare la connettibilità, al fine di raggiungere qualsiasi formazione e qualunque livello di informazione. A quel punto ognuno si fa il suo percorso e supera quel modo assolutamente passivo di vivere la visita in modo univoco di un museo. Bisogna fare in modo che il visitatore del futuro abbia un ruolo attivo nei confronti dell’informazione che il museo gli deve dare. I digital media e tutto quel panel di informazioni e di accessibilità che il digitale può dare sono un valore aggiunto incredibile e noi dobbiamo ragionare in questi termini nel momento in cui progettiamo i musei del futuro.

 

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