domenica, Giugno 13

Musei, direttori stranieri? Ecco perché no field_506ffbaa4a8d4

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Siamo tutti nel tritacarne, nel tritacervelli e del senso critico, del modello importato dagli ‘states’, ‘news h24’. Primo alleato strategico di questa impostazione è il ‘sensazionalismo’. Strada seguita da tutti i principali mezzi di divulgazione di notizie su carta, in televisione o altri supporti di recente generazione. Stile da ‘titolo sparato in prima pagina’ a quattro colonne, che non va certo a vellicare i ragionamenti possibilmente ponderati e equilibrati delle persone, ma bensì coinvolgimenti emotivi, spronati da curiosità, talvolta tra le meno nobili, sollecitate ad arte. Per chi come noi, ha la preziosa opportunità, di poter collaborare con un organo d’‘informazione e approfondimento’, quale è ‘L’Indro’, come operatori della testata, le responsabilità in tal senso, sono doverosamente ulteriori.
Dando il giusto spazio e respiro alla cronaca, riteniamo, però, di poterci prendere, talvolta, il lusso di tornare su alcuni episodi a distanza di qualche tempo. Questo motivato da una ricerca umile, quanto tenace di cercare di comprendere in ragione di cosa siano maturate alcune scelte invece di altre. O in ragione di quali superficialità, ignoranze o interessi. Questo preambolo, per cercare di arrivare attrezzati al meglio sull’argomento specifico dell’articolo. Il quale riguarda le recenti nomine dei Direttori di venti tra più prestigiosi Musei nazionali, decisa dal Ministro Dario Franceschini, nel contesto delle nuove linee del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT).

Tra i nuovi Direttori, nominati da Franceschini, spiccano le figure di sette stranieri. Volutamente abbiamo scelto di far passare un poco di tempo dalla decisione presa prima di dire la nostra. Questo per far decantare le acque. Per non accodarci a le fin troppo facili polemiche che si sono giustamente sviluppate. Tentare di chiarirci un poco le idee anche noi. Con nettezza e vigore, hanno espresso le loro perplessità personaggi del livello di Vittorio Sgarbi o di Philippe Daverio. Cerchiamo, quindi, di penetrare la filigrana di pensieri e valutazioni, sottese alle decisioni adottate.
La prima cosa che riteniamo fare, nel tentativo di individuare i tanti ‘perché?’, che fioriscono di fronte a decisioni simili, è quella di sfuggire dal particolare, dal dettaglio. Non andremo a impelagarci su argomenti del tipo, se il tale nuovo Direttore straniero abbia più o meno i titoli necessari per ricoprire al meglio l’incarico ricevuto o cose simili. Se ci avventurassimo anche noi su questi temi, con grande facilità scenderemmo, nella bassa polemica da talk show televisivo, nei quali ognuno con toni più o meno urlati, nutre di argomenti lillipuzziani la giostra della polemica. Dove alla fin fine dei vari ‘sfogatoi’, non ha capito niente nessuno.

La prima domanda che mi pongo, è la seguente, ed è una questione a mio avviso centrale, ma che è rimasta un poco in controluce nell’articolazione delle varie discussioni: i profili richiesti erano quelli di manager della Cultura e/o quelli di titolati esperti d’Arte?
In questa prima ipotesi, non si capisce grazie a qualebacchetta magica’ i ‘direttori stranieri’ egregiamente rappresentati dalla ‘Panzer division’ teutonica, possa minimamente far qualcosa disostanzialmentemigliore dei loro predecessori, dovendosi muovere in un quadro di risorse economiche, normativo, burocratico e sindacale uguale al precedente.
Sotto un profilo conoscenze e saperi di cose d’Arte, le decisioni assunte fanno andare in cortocircuito logica, storia e buon senso. Con invidiabile superficialità, si è detto, al Moma e in altri Musei del mondo ci sono Direttori italiani. Penso che sia proprio questo il vero e proprio drammatico morbo del pensiero, dei decisionisti dell’ultima ora, che lo porta a valutare, e sostenere comparazioni prive di omogeneità. Anche in questo caso, vogliono farci credere che nulla sia differente e che tutto sia uguale a tutto. Questo virus incapacitante si chiama ‘globalizzazione’. Mito dei giorni nostri, nato come ‘fiancheggiatore’ dei commerci, che dilaga ormai in ogni settore. Ciò che i guasconi del ‘tutto è uguale a tutto’ non riusciranno mai a fare, e forse a capire, è rendere uguali le storie delle persone e dei popoli. Gli uomini, le esperienze artistiche che producono, nascono in ambienti definiti e in contesti storici peculiari. L’affetto, l’amore e la cura che si sviluppano nei loro confronti, li ‘caratterizza’ li rende indispensabili. Contribuiscono a delineare il ‘senso di appartenenza’ delle genti.
Sotto un profilo manageriale, non si capisce, stando così le cose, ilperchésia meglio un Direttore straniero, che al massimo ha ricevuto una fascinazione riflessa dei nostri capolavori, rispetto a un Direttore italiano. Tenendo sempre ben presente, le difficoltà aggiuntive, dalle quali lo ‘straniero’ sarà circondato.

Sotto il profilo delle competenze artistiche, si potrebbe aprire il cannoneggiamento fra chi ha i titoli accademici e le pubblicazioni migliori. La controversia sarebbe infinita. Pure perché, al di là di eccezionali individualità, caratteristica non riscontrabile tra gli stranieri nominati, non si legge, al lume del buon senso, la necessità di quanto fatto. E sottolineo necessità. In un quadro di riferimento lasciato inalterato. Un Museo, è una struttura viva, densa di riposte e misteriose atmosfere. Ognuno di essi vive di una luce propria ed esclusiva.

Il vizio d’origine, a mio avviso, sta proprio, nel non valutare e rispettare adeguatamente le singole peculiarità. Tutte le argomentazioni esternate, ho la dolente certezza che non andranno neanche a scalfire il trionfante provincialismo da neocolonizzati, dei nostri evanescenti interlocutori.
Di questa operazione, ci teniamo a ribadirlo, fatta in questo modo, non c’era alcuna necessità. Certo a meno che, non vogliamo vedere tutto ciò con gli occhi del miglior Carlo Verdone di un tempo. Valutando le azioni dei politici torniamo sempre lì. Nell’Arena del ‘famolo strano’. Per ‘famolo bene’, mi dicono che si stanno attrezzando. E’ solo una questione di fiducia… Peccato che sia proprio quella che non c’è più.

 

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