venerdì, Aprile 16

Muri e ponti field_506ffb1d3dbe2

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Chissà come rientrerebbe la possibile chiusura delle frontiere interne dell’Unione Europea nella futuristica visione di Gianroberto Casaleggio. In attesa che ce lo faccia in qualche modo sapere, l’Austria ha iniziato a costruire il muro ai confini con l’Italia ed al Brennero fervono i lavori per ora preparatori per la costruzione di una barriera per limitare, in caso di necessità, l’accesso di migranti provenienti dal nostro Paese. La struttura avrà una lunghezza di 250 metri e comprenderà autostrada, strada statale e ferrovia. Un piccolo tratto per l’Austria, un grande passo, indietro, per l’Unione Europea ma non solo. La rinascita della frontiera segna il ritorno della ‘frontiera europea’, del cui superamento l’Accordo di Shengen era, ed è, strumento e simbolo. Con i controlli di fatto che già potrebbero prendere il via prima della fine dei lavori prevista entro maggio. «In casi estremi siamo pronti a chiudere totalmente la frontiera del Brennero» aggiunge ora minaccioso il Ministro della Difesa austriaco Hans Peter Doskozil. Nel caso cioè l’Italia continui a fare passare migranti e la Germania a tutelare attentamente i propri confini . Anche se momentaneamente l’Austria parla di molto meno, solo di più cautela. Quanto poi al fatto che questi ‘nuovi confini’ siano innalzati da un Governo di unità nazionale guidato dal Partito Socialdemocratico (cui appartiene pure quel Ministro) apre prospettive ancor più inquietanti.

Parlando di ‘Shengen’ indichiamo quello che in realtà è un insieme di atti, che prendono il via quando Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo decidono di eliminare progressivamente i controlli alle frontiere interne, introducendo la libertà di circolazione per tutti i cittadini dei Paesi firmatari, di altri Paesi dell’Unione europea come pure di alcuni paesi terzi. Era il 14 giugno 1985 e quella Europa senza frontiere cominciava il suo cammino per diventare infine un dato acquisito. O almeno così è sembrato a lungo. Il passo successivo è stata la Convenzione di Schengen, che definisce condizioni e garanzie inerenti allo spazio di libera circolazione, firmata il 19 giugno 1990 dagli stessi cinque Paesi, cui in quell’occasione si aggiunge l’Italia, sesto ed ultimo fondatore della Comunità Economica Europea alla base dell’attuale struttura di Unione. Quindi l’entrata in vigore effettiva nel 1995. Accordo e convenzione, con gli altri accordi e regole connessi, formano l’insieme che è stato integrato nel quadro dell’Unione europea nel 1999 diventando legislazione interna. Il paventato blocco austriaco riporta indietro le lancette della storia, volutamente usando una frase carica di retorica ma in questo caso assolutamente adeguata. Oggi lo ‘spazio’ di Schengen comprende 22 dei 28 Paesi dell’Unione. Per quanto riguarda i sei ad oggi ‘mancanti’, Bulgaria, Croazia, Cipro e Romania hanno in corso l’iter di adesione, mentre Regno Unito ed Irlanda hanno aderito parzialmente e mantengono i propri controlli alle frontiere. Ne fanno invece parte altri quattro Paesi europei, Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera, che pure non appartengono ancora all’UE. Tutto questo svanirà «come lacrime nella pioggia»? Probabilmente no, ma la sorprendente accelerazione in materia rischia di avere conseguenze devastanti.

 

«Ponti invece di muri» invoca da tempo Francesco, avendo adesso al suo fianco anche i vertici di molte Chiese Ortodosse simboleggiate nella presenza a Lesbo di sabato 16 aprile del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, e del Primate greco, Ieronymos II all’origine dell’iniziativa. E non casualmente subito dopo l’annuncio austriaco il Papa ha chiesto nuovamente di «rimuovere i muri». Esplicito il riferimento anche alla chiusura del confine tra Grecia e Macedonia ed al dramma che stanno vivendo undicimila migranti a Idomeni. Ammonendo, con uno sguardo complessivo: «Il grande ostacolo da rimuovere» per «considerare i nostri simili come fratelli e sorelle» e quindi «poter superare guerre e conflittualità» è quello «eretto dal muro dell’indifferenza: la cronaca dei tempi recenti ci dimostra che se parlo di muro non è solo per usare un linguaggio figurato, ma perché si tratta della triste realtà».

Quella tra ‘muri’ e ‘ponti’ è una dicotomia che ricorda quel «Svuotate gli arsenali, riempite i granai» con cui Sandro Pertini inaugurò la propria Presidenza della Repubblica italiana. Ed era il 1978. Ci sono momenti in cui la storia accelera, e questo appare uno di quei momenti. Purtroppo, almeno da questo punto di vista. Anche perché, notoriamente, ‘muro chiama muro’. ‘The Boston Globe’, quotidiano statunitense, ha ‘anticipato’ provocatoriamente negli scorsi giorni una propria prima pagina del 9 aprile 2017. ‘Deportations to begin’, ‘Al via le deportazioni’, esito di un America che avesse appena visto l’avvio della Presidenza di Donald Trump e l’inizio della deportazione di immigrati illegali da lui promessa in campagna elettorale assieme alla costruzione di una grande barriera sul confine meridionale. A fianco un editoriale (odierno) dal titolo ‘Il Partito Repubblicano deve fermare Trump’. Il giornale spiega di aver voluto provare a prendere in parola il candidato repubblicano, traducendo in realtà i suoi mirabolanti annunci: «La sua visione per il futuro di questo Paese è profondamente allarmante ed antiamericana e promette di essere tanto spaventosa nella vita reale così come sembra sulla carta». Quanto a noi…

 

 

 

 

 

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