mercoledì, Maggio 12

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Bangkok – Gli attacchi terroristici a Mumbai del 2008 http://en.wikipedia.org/wiki/2008_Mumbai_attacks  potrebbero essere il risultato della scarsa o nulla cooperazione dei servizi di Intelligence di Stati Uniti, Gran Bretagna e India nonostante vi fossero stati numerosi indizi sulla pericolosità del gesto in arrivo, ha rilevato un report investigativo reso noto nella giornata di lunedì scorso.

Il report dettagliato, pubblicato dal New York Times, ProPublica e dalla serie PBS di Frontline, intitolata “Nel 2008 le uccisioni di Mumbai, Dati di Spionaggio non collimanti, un puzzle incompleto”, tra altre cose afferma «che la storia nascosta degli attacchi di Mumbai rivela tutta la vulnerabilità in essere così come gli sforzi dei computer di sorveglianza e le intercettazioni sono considerati come un’arma a disposizione del terrore».

Fiducia sulla Stampa India ha analizzato alcuni estratti del report ed oggi afferma: «Ciò che è accaduto può essere in futuro considerato tra le storie di spionaggio più devastanti dal punto di vista della perdita di dati e sulla inadeguatezza nel suo complesso. I servizi di Intelligence di tre differenti Nazioni non hanno condotto tutti i mezzi tecnologici a disposizione a cooperare come accaduto coi servizi di alta sorveglianza ed altre strumentazioni affinché potessero agire in modo cooperativo, il che avrebbe consentito di smantellare un attacco terroristico prima che accadesse, un attacco talmente spaventoso da essere spesso definito l’11 Settembre indiano».

Menzionando alcuni documenti che  sembrerebbero apparentemente essere stati persi da Edward Snowden http://en.wikipedia.org/wiki/Edward_Snowden, l’ex contractor dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, il report afferma che -sebbene l’orecchio elettronico possa captare molti dati di varia rilevanza e importanza- si può sempre verificare una perdita di dati sensibili anche dovuti alla stessa inefficacia della tecnologia in un qualche punto. Ne deriva che il servizio di intelligence complessivo potrebbe ritrovarsi dati non collimanti tra di essi e così si perderebbe di vista qualche potenziale attività che può essere incriminata o prevista anticipatamente in mezzo ad un vero e proprio oceano di dati.

In uno dei più “luminosi” esempi di fallimento nei servizi di Intelligence, il report afferma che i servizi di Intelligence di Gran Bretagna e India hanno monitorato le attività online «di un pianificatore chiave dell’11 Settembre Zarrar Shah http://en.wikipedia.org/wiki/Zarrar_Shah, il capo tecnologico del gruppo terroristico Lashkar-e-Taiba LeT con base in Pakistan» ma «non hanno potuto connettere i vari punti» prima degli attacchi che hanno ucciso 166 persone, compresi sei americani.

Nel fallimento del 2008, Shah «avviò servizi di roaming da località nascoste nelle catene montagnose del Nord Est del Pakistan verso case al sicuro nei pressi del Golfo Arabico, complottando un po’ di confusione a Mumbai, la gemma commerciale di tutta l’India».

In ogni caso, egli era inconsapevole del fatto che da Settembre I britannici lo stavano spiando su numerose delle sue attività online, tracciando le sue ricerche internet ed i suoi messaggi, come si evince dallo stesso report sul caso.

«Non erano le sole spie che lo stavano scrutando e seguendo. Shah aveva ricevuto lo stesso attento trattamento anche dai servizi di Intelligence indiani», si afferma, citando un ex esponente ufficiale facente parte dell’operazione.

Mentre gli Stati Uniti erano inconsapevoli degli sforzi compiuti da due differenti agenzie di intelligence, avevano intanto captato altri segnali relativi ad una pianificazione in atto attraverso alter sorgenti o fonti elettroniche ed umane ed avevano messo in guardia I colleghi esponenti ufficiali dei servizi indiani numerose volte nei mesi precedenti agli attacchi, come si legge nel report.

Tale testo menziona anche l’ex Consulente per la Sicurezza Nazionale Shivshankar Menon http://en.wikipedia.org/wiki/Shivshankar_Menon quando affermò che «nessuno ha messo insieme l’intero quadro», in riferimento ai servizi di Intelligence dispiegati da Stati Uniti, India e Gran Bretagna nei mesi precedenti agli attacchi.

«Non gli americani, né i britannici e nemmeno gli indiani…solo quando il colpo è stato inferto ognuno condivise» quello che aveva a propria disposizione, nella gran parte attraverso meeting svoltisi tra esponenti dei servizi di Intelligence indiani e britannici e così «il quadro generale venne fuori e fu focalizzato», ha affermato Menon, che era il Segretario addetto agli Esteri ai tempi degli attacchi.

I britannici ebbero accesso ad un vero e proprio tesoro nascosto di dati attraverso le comunicazioni di Shah ma contestarono il fatto che si trattava di dati ancora insufficienti per definire chiaramente la minaccia. Gli indiani non ritennero di essere completamente parte in causa circa i dati rilevati nelle intercettazioni, nonostante i tentativi degli Stati Uniti di mettere in allerta, annota il testo del report.

Tra gli indizi più significativi “sfuggiti” agli americani vi erano quelli correlati all’americano-pachistano David Headley http://en.wikipedia.org/wiki/David_Headley, il quale aveva perlustrato gli obbiettivi a Mumbai adatti per gli attacchi e scambiò e-mail incriminate che erano piene di dati che furono rivelati solo prima del suo arresto a Chicago alla fine del 2009.

Le agenzie americane specializzate nella lotta contro il terrorismo non tennero conto nemmeno dei resoconti della sua infelice consorte, la quale riferì molto tempo prima che le uccisioni cominciassero che egli era un terrorista pachistano che conduceva missioni misteriose a Mumbai, si legge nel testo del report.

«Non vedemmo ciò era in arrivo», afferma un esponente ufficiale dei servizi di Intelligence USA all’epoca dei fatti, il quale è stato menzionato quando ha affermato: «Eravamo concentrati su molte altre cose, Al Qaeda, i talebani, le armi nucleari pachistane, gli iraniani. Non è che ce ne fossimo dimenticati, semplicemente non avevamo messo insieme le cose».

Agli inizi del 2008, i servizi e le agenzie di sicurezza specializzate alla lotta contro il terrorismo indiane e dei Paesi occidentali cominciarono a raccogliere varie voci su di un potenziale attacco a Mumbai. Le agenzie indiane e la polizia ebbero vari incontri e raccolsero informazioni che giungevano dalle proprie risorse e fonti circa una minaccia del Lashkar-e-Taiba LeT http://en.wikipedia.org/wiki/Lashkar-e-Taiba alla città, si legge nel testo del report.

Alla fine di Settembre e di nuovo a Ottobre, il LeT rabberciò dei tentativi di inviare i terroristi destinati a compiere attacchi a Mumbai via mare. In quel periodo, almeno due richiami della CIA misero in guardia e furono emessi a riguardo, il report cita esponenti ufficiali sia americani sia indiani in tal proposito.

Un allerta a metà Settembre menzionava il Tai hotel tra una mezza dozzina di target potenziali, causando con ciò una certa discussione sulla sicurezza.

Un altro allerta fu emesso il 18 Novembre, quando una imbarcazione pachistana ritenuta appartenente al LeT fu vista nei pressi della costa meridionale rispetto all’area di Mumbai, dove un attacco avrebbe anche potuto svolgersi.

Dal 24 Novembre, Shah si spostò nei sobborghi di Karachi, dove allestì una specie di “sala controllo” elettronica con l’aiuto di un esponente indiano miliziano Abu Jundal, secondo quanto confermato da una successiva confessione da questi rilasciata alle Autorità indiane. Fu da quella stanza che Mir, Shah ed altri potrebbero aver attimo per attimo, guidato gli attacchi dando le istruzioni in tempo reale al team d’attacco terrorista una volta che questi ebbero avvio.

 

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