sabato, Maggio 8

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Gurbanguly Berdymukhamedov

 

Almaty – Lunedì scorso si sono celebrate le elezioni parlamentari in Turkmenistan, ventidue mesi dopo le presidenziali che avevano visto il Presidente Gurbanguly Berdymukhamedov vincere di nuovo con il 97% dei voti. Gli unici due partiti riconosciuti per la tornata del 15 dicembre hanno redatto le proprie liste tenendo conto delle volontà della leadership. Le prime elezioni multipartitiche, insomma, sono molto lontane dagli standard delle democrazie europee. Alcuni osservatori, tuttavia, considerano questo un primo passo verso l’apertura del sistema turkmeno, finora opaco ed ermetico. Altri, invece, non alimentano le speranze di cambiamento.

Filippo Menga, ricercatore dell’Università di Cagliari, che in Turkmenistan ha vissuto per un anno durante un progetto per le Nazioni Unite, considera “cosmetichele riforme effettuate dal Presidente da quando ha assunto la sua carica alla morte del suo predecessore Saparmurat Niyazov. “Anche per le presidenziali del 2012 i candidati erano ben sette, ma anche loro consigliavano di votare Berdymukhamedov. Dato che i due partiti presentatisi alle elezioni parlamentari sono entrambi fedeli al Presidente, credo che questo ultimo evento sia veramente una pura formalità per dare l’idea che ci sia un minimo di dibattito”. I partiti in questione sono il Partito Democratico, diretto dal Presidente, e il Partito degli Industriali e degli Imprenditori, creato l’anno scorso dopo le presidenziali.

La Commissione elettorale turkmena ha confermato un’affluenza al voto superiore al 90%. A differenza dalle presidenziali dell’anno scorso, l’assemblea parlamentare dell’OSCE ha ritenuto utile inviare una missione di Osservatori. Mentre nel 2012 «non c’erano le condizioni o la necessità», nel 2013, Ashgabat ha invitato l’organizzazione europea, che si è detta compiaciuta del coinvolgimento del Turkmenistan con la comunità internazionale: «un primo passo importante che supera l’isolazionismo», secondo il capo della missione James Walsh. L’OSCE, che ha inviato un numero limitato di osservatori tradizionali, preferendo i delegati parlamentari, aspetterà fino al febbraio prossimo per la pubblicazione del proprio dossier sulle elezioni. Questo ritardo non è usuale per l’OSCE, ma il limitato ingaggio voluto dall’organizzazione di Vienna non darà risultati sorprendenti.

La missione di osservazione elettorale della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), ha dichiarato che le elezioni si sono svolte «in ottemperanza ai principi democratici». Questa dichiarazione sottolinea la distanza tra OSCE e CSI nel giudizio delle condotte elettorali. Soprattutto se si pensa alla storia recente del Paese. Dal 2006, Berdymukhamedov è Presidente, Primo Ministro e Comandante supremo delle Forze Armate. Il Turkmenistan si trova nel fondo delle classifiche di Freedom House, di ‘The Economist’, di Amnesty International e di qualsiasi altra organizzazione che monitori il Paese in termini di libertà di espressione e partecipazione democratica. La riforma del Parlamento dell’anno scorso non deve fare pensare alla svolta.

Il Parlamento turkmeno è formato da 125 deputati. I candidati disponibili il 15 dicembre scorso sono stati solamente 283, poco più del doppio dei posti da assegnare. Circa duemila e cinquecento seggi elettorali, in un Paese molto vasto dove sono dispersi 5 milioni di abitanti. Ogni parlamentare è eletto a con metodo maggioritario semplice in circoscrizioni uninominali. Forse proprio per questo motivo il numero dei candidati è risultato essere circa il doppio del numero dei posti disponibili. Ilmodello inglese turkmeno è proprio adatto alle sfide bipartitiche. Oltre al Partito degli Imprenditori, hanno partecipato anche il Sindacato confederale, il Sindacato delle donne, un’organizzazione giovanile e alcuni gruppi di iniziativa civica. Tutto questo senza creare un groviglio di candidati e programmi contrastanti. C’è da aspettarsi che il Partito Democratico del Presidente faccia incetta di voti. Il dibattito politico, così come la concorrenza, è stato ridotto al minimo.

I risultati ufficiali dell’ultima tornata elettorale arriveranno entro il 25 dicembre. La commissione elettorale si è presa ben dieci giorni per chiudere la conta dei voti, anche se l’ultima agenzia di ieri parla di scrutinio avvenuto per circa due terzi dei voti. L’attesa, tuttavia, non fa trepidare nessuno. Allo stesso modo, in pochi si aspettano un giudizio positivo dal dossier che la missione OSCE presenterà il prossimo febbraio, una data lontanissima per i costumi dell’organizzazione di Vienna, che generalmente fornisce i propri pareri già il giorno successivo alla chiamata alle urne. Questo, di nuovo, non deve sorprendere visto il numero ridotto sia di inviati, sia di luoghi in cui a questi è stato permesso di ‘osservare’.

L’Europa e l’Occidente intero, invece, osservano più da vicino l’evoluzione dell’industria del gas naturale turkmeno. Se da un lato l’Unione Europea continua a spingere per un gasdotto attraverso il Caspio che rifornisca il corridoio meridionale di cui Azerbaigian e Turchia già fanno parte, dall’altro lato gli Stati Uniti esultano per la rinascita del progetto TAPI, che collegherebbe alcuni tra i Paesi meno stabili della regione. Il progetto, inizialmente proposto da Unocal, prevede una pipeline che parta dal Turkmenistan e arrivi in India, passando per Afghanistan e Pakistan. Chi vede il bicchiere mezzo pieno crede che la presenza di un’infrastruttura così vitale potrebbe stimolare il dialogo tra i Paesi coinvolti. I pessimisti, invece, non credono a un progetto che è già fallito in passato appunto per l’instabilità della regione.

Il Turkmenistan nel recente passato ha sviluppato progetti di collegamento con partner commerciali diversi dalla Russia, con cui è legata dall’eredità sovietica e dai contratti di fornitura del gas in Europa. I nuovi gasdotti verso Cina e Iran testimoniano la volontà di cercare fortuna altrove. Un collegamento con l’India eliminerebbe qualsiasi chance per il gas turkmeno in Europa.
Il Turkmenistan possiede il 4% delle risorse mondiali di gas naturale, o come ha affermato il Presidente nei giorni scorsi «è il più grande produttore di risorse energetiche al mondo». Tuttavia, le dichiarazioni senza diritto di replica, e senza dati alla mano, lasciano il tempo che trovano. Ashgabat è un giocatore molto importante nella partita del gas, ma non ha risorse illimitate. In più, è la Cina ad avere il controllo su molti dei giacimenti strategici nel Paese centroasiatico. Lo scenario più verosimile vede un’espansione del gasdotto Turkmenistan-Cina, piuttosto che la realizzazione della Trans-Caspian Pipeline.

L’allentamento delle tensioni tra Iran e Occidente potrebbe consegnare un ulteriore ruolo strategico al Turkmenistan, che giocherebbe la parte del partner diplomatico non allineato, ma senza nemici. Forse per questo Berdymukhamedov vuole migliorare i propri punteggi dal punto di vista istituzionale. Un Parlamento multi-partitico, almeno sulla carta, serve a spostare l’attenzione mediatica dal regime di repressione delle libertà di stampa e di espressione alla inebriante vista delle statistiche sui volumi di gas che il Turkmenistan è pronto a inviare al miglior offerente.

 

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