martedì, Aprile 13

Multinazionali nella Ue: misure fiscali insufficienti

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All’inizio di questo mese, le Commissioni giuridica e quella per i problemi economici e monetari hanno concordato nuove norme per la tassazione delle multinazionali. Si tratta di un tema già evidenziato dalla letteratura scientifica e che pone all’attenzione un aspetto delicato della globalizzazione, quello cioè del suo rapporto con la sfera dei diritti e della sovranità degli Stati. In particolare, poi, mercoledì 5 luglio u.s. si è riscontrata l’approvazione da parte degli eurodeputati, in prima lettura, delle nuove regole UE che obbligherebbero le grandi multinazionali, con fatturati pari o maggiori di 750 milioni di euro, a fornire informazioni pubbliche sul quante tasse che pagano in ogni Paese del mondo.

Sorgono in relazione a ciò alcuni rilevanti interrogativi: quali possono essere gli effetti di una decisione simile? Quale eventuale riequilibrio economico? Con quali potenziali vincenti e perdenti? Quale scarto tra la realtà desiderata e lo stato di fatto, visto e considerato che le multinazionali detengono un potere negoziale davvero molto forte, che in alcuni casi  – si pensi a controversie internazionali sull’utilizzo di prodotti commerciati ovunque – si può addirittura porre in competizione con quello degli Stati membri? Per un’analisi approfondita del tema, si è scelto quale interlocutore il prof. Franco Praussello, docente di Economia internazionale ed economia dell’integrazione europea presso l’Università di Genova.

 

Quale potrebbe essere uno scenario auspicabile?

Si tratterebbe di approvare quello che già è stato deciso, pur essendo dell’idea che è comunque del tutto tutto insufficiente. Questa proposta non risolve molti problemi: una prima questione riguarda il limite, troppo elevato, di 750 milioni di euro. Bisognerebbe abbassarlo, come è stato chiesto da più parti. Ma, se si vuole, questo è un elemento secondario. L’elemento determinante che ci fa guardare con un certo scetticismo a questa proposta è dato dal fatto che non risolve il problema di fondo della concorrenza fiscale fra Paesi membri. Come è noto, si propone, all’approvazione del tutto, di chiedere ai singoli ministri dei Paesi della Ue di coordinarsi tra di loro, ma questo, come sappiamo, è praticamente impossibile.

Perché?

Quello della fiscalità è uno dei settori in cui ciascun Paese mantiene gelosamente la propria autonomia. Si aggiunga a questo il fatto che intervenire su questo campo sarebbe potuta essere un’occasione per dimostrare all’opinione pubblica europea che la Ue è in grado di difendere i cittadini europei dagli aspetti più negativi della globalizzazione. Se si escludono i risultati più recenti delle elezioni, per esempio in Francia, con la scelta di Macron, l’Ue non stava attraversando una fase di entusiasmo da parte dell’opinione pubblica. Ci si è resi conto, infatti, che l’Unione in quanto tale potrebbe essere uno strumento per difendere i cittadini europei dagli aspetti più negativi della globalizzazione, ma potrebbe essere anche uno strumento per veicolare gli stessi. Si perde così un’occasione per dimostrare seriamente che si poteva combattere la concorrenza fiscale tra Paesi membri, sottoponendo, come assolutamente necessario, anche le multinazionali a una tassazione equa.

Poche quindi le multinazionali destinatarie di tali misura.

Sì, solo qualche migliaio.

Tutto questo considerando che anche multinazionali non così grandi possono essere molto potenti. Quindi, eventuali conseguenze di tali misure saranno molto limitate.

Esattamente. Se a ciò si aggiunge che verranno previste delle deroghe, nell’insieme è una decisione del tutto deludente, anche se segnala l’esistenza di un settore in cui l’Unione europea dovrebbe intervenire in altro modo. Si parla da ormai da diverso tempo del rafforzamento dell’Unione monetaria, nella direzione di un’unione fiscale. Ma questo non è un passo in avanti perché il veto dei singoli governi continua ad essere decisivo. La speranza è che a settembre, quando ci saranno le elezioni in Germania, sia possibile dare corpo a un piano serio di rilancio delle questioni europee, basandosi non soltanto sul tandem franco – tedesco, ma, si spera, anche con l’apporto dell’Italia, che negli ultimi tempi dimostra di essere un po’ più euroscettica di quanto non sembrasse in un primo tempo. Renzi ha già detto infatti che, se dovesse essere lui il nuovo premier, porrà il veto sul fiscal compact, come si può leggere su “Repubblica” di ieri.

Euroscetticismo sì, quindi, invece emerge il fatto che non vengono toccati gli interessi delle multinazionali.

Esattamente, se non in misura limitatissima.

Gli Stati membri, comunque, potrebbero occuparsi di lotta all’evasione fiscale, con una cooperazione, che peraltro già si tenta di operare, basata sullo scambio di informazioni, prescindendo dalle multinazionali. Si apre un altro grande tema infatti: quello della lotta ai paradisi fiscali, un grande lavoro da fare, che già esiste e rimane.

Certo, anche perché muoversi verso qualche forma di unione fiscale presuppone che i singoli Paesi non possano più avere poteri di veto in merito, rispetto ad una situazione attuale che vede Paesi come l’Irlanda fare concorrenza sleale agli altri.

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