sabato, Luglio 24

Multiculturalismo e media in Australia field_506ffb1d3dbe2

0


Sydney –
L’Australia vanta uno dei melting pot più riusciti al mondo, un tessuto sociale eterogeneo composto da milioni di individui di origine diversa tra loro, tutti capaci di vivere prosperamente nello stesso Paese.

Alla base di questa peculiare situazione è facile trovare le caratteristiche geografiche del sub-continente australiano, un territorio ricco di risorse naturali, dai molti climi ed ecosistemi e dalla superficie di vaste proporzioni, tale da renderlo il sesto Paese più esteso al mondo. Questo ne ha comportato, negli anni, un costante aumento della popolazione, più che quadruplicata dalla fine della Prima Guerra Mondiale ma ancora estremamente ridotta, con solo 23 milioni di abitanti.

Secondo gli studi più accreditati, l’Australia sarebbe stata abitata dagli Aborigeni circa 50.000 anni prima della colonizzazione britannica del 1788. Da allora la varietà demografica del Paese è enormemente cambiata, vedendo drasticamente ridotta la popolazione locale in favore di diverse etnie europee.

Ad oggi, la cornice sociale del Paese riflette l’enorme mescolanza di genti che ha dato vita ad uno dei modelli di riferimento sociale del mondo. L’ultima statistica dell’Australian Bureau of Statistics (ABS), conferma che il 71,5% della popolazione attuale discende da gruppi etnici anglosassoni, di cui circa la metà proveniente dall’Inghilterra, seguita da discendenze irlandesi (10,4%), scozzesi (8,9%), italiane (4,6%), tedesche (4,5%), cinesi (4,3%), indiane (2%), greche (1,9%) e olandesi (1,7%), mentre gli Aborigeni contano oggi per il 2,5%. Il rapporto sottolinea, inoltre, come circa un australiano su quattro sia nato in un altro Paese e come il 43% dell’intera popolazione abbia genitori nati all’estero.

La portata di tale intreccio sociale è ravvisabile anche dall’estrema multiculturalità che caratterizza oggi l’Australia.

La prima tra le lingue correntemente parlate è l’inglese australiano, seguita dal mandarino (1,7%), dall’italiano (1,5%), dall’arabo (1,4%), dal cantonese e dal greco (1,3%) e dal vietnamita (1,2%). La diffusione dei credi religiosi riflette allo stesso modo la diversità sociale di un Paese che, nonostante  l’impostazione anglosassone, ha come religione più diffusa il Cristianesimo Cattolico (25,3%), quindi le diverse fedi cristiane (18,7%) e solo al terzo posto il Protestantesimo (17,1%), seguito da Buddismo (2,5%), Islam (2,2%), Induismo (1,3%) ed Ebraismo (0,5%).

 

Del rapporto tra il mondo dei media ed il complesso intreccio sociale dell’Australia contemporanea ne abbiamo parlato con Marco Lucchi, giornalista e Senior Producer per l’emittente radiotelevisiva ‘SBS‘.

Marco Lucchi, l’Australia vanta un multiculturalismo molto accentuato, l’insieme dei media riesce a rappresentarlo efficacemente?
No, solo in parte. Per prima cosa bisogna dividere i media commerciali dai media statali. Le televisioni della prima categoria non fanno altro che ricalcare l’impostazione americana o inglese, in tema di serie tv, pubblicità, qualità dell’informazione e news. Un telegiornale di una rete commerciale pone molta enfasi su notizie che destano curiosità piuttosto che su ciò che accade nel mondo. Lo stesso discorso vale per i giornali e i magazine, dai contenuti eccessivamente leggeri e dai formati cartacei sempre più ridotti. Le eccezioni sono rappresentate da emittenti pubbliche come la ‘ABC‘ e la ‘SBS‘, entrambe attente a fornire informazione di qualità senza lasciarsi trasportare unicamente da ciò che può fare ascolti. Negli anni queste due realtà sono entrate nel tessuto sociale del paese, che le conosce e le apprezza per il lavoro svolto, premiandole con ascolti sempre importanti.

Questo è il quadro attuale, ma la situazione è sempre stata questa?
Lavoro nei media australiani da oltre 20 anni e, per come la vedo io, le cose non erano diverse neanche prima. I media di questo Paese sono sempre stati spasmodicamente attenti a vicende di cronaca locale, sport e limitate notizie dai Paesi anglofoni. Tutto questo a dispetto delle questioni internazionali, non bisogna quindi stupirsi se la gente non comprende come mai così tanti richiedenti asilo tentino di arrivare in Australia, non conoscono le realtà dalle quali fuggono. Lo stesso vale per gli aborigeni, i media di mainstream hanno sempre trascurato le tematiche a loro legate.

Va bene, ma ci sono anche media nazionali, come la SBS per cui lavora, che invece hanno fatto del multiculturalismo la propria bandiera. Come è nata questa realtà?
La SBS è nata da un esperimento fatto dal Governo nel 1975. Era in atto la riforma sanitaria che ha portato all’attuale Medicare, quindi bisognava informare via radio gli Australiani di questa importante novità, compresi quelli che di inglese conoscevano poco o niente. Possiamo dire che l’esperimento ha avuto successo. Si racconta ancora l’aneddoto del tassista turco che dopo esser capitato per sbaglio sulle nostre frequenze, proprio mentre guidava sul ponte della baia di Sydney, inchiodò avendo sentito le news in turco. Uscì dalla macchina e si mise a ballare. Alla gente faceva piacere sentirsi ancora collegata ai propri paesi d’origine. Dal 1980 partì anche la programmazione televisiva, che tuttora copre notiziari e approfondimenti in diverse lingue. La radio riesce a fare ancora di più, con una programmazione in più di 70 lingue diverse, tra cui l’aborigeno.

Con un tessuto sociale così complesso ed il costante progresso della tecnologia, quali sono le sfide future per i media australiani, come potranno continuare a rapportarsi con il proprio pubblico multiculturale?
Credo che le sfide future per il rapporto tra multietnicità e media australiani siano le stesse che andrebbero affrontate in questo momento. Il principale avversario per lo status quo mediatico è proprio Internet. La rete oggi offre la possibilità di vedere in anticipo e nella lingua desiderata serie tv che le emittenti standard trasmetterebbero magari uno o due anni dopo, con tanto di sottotitoli. Lo stesso discorso vale per news in lingue diverse, sia televisive che cartacee: internet permette di comprendere una vicenda riguardante un paese straniero molto meglio di come un servizio di 2 minuti o un piccolo trafiletto potrebbero fare. Alle reti televisive, inoltre, conviene acquistare format sperimentati all’estero, oltretutto già in lingua inglese. Allo stato attuale delle cose, non credo che il sistema dei media come lo conosciamo oggi possa durare più di 10 anni. Una soluzione è diventare parte della rivoluzione digitale, mentre un’alternativa è offrire queste stesse tematiche ma sotto una prospettiva diversa, magari approfondendo proprio il ruolo di un particolare paese, minoranza o religione. Mantenere alto il livello di qualità e unirlo ad ottiche specifiche per un particolare tipo di audience, per esempio, è la strada che noi stiamo seguendo.

 

Il quadro dei media australiani è molto articolato e vanta alcuni tra i media ancora attivi più vecchi del mondo. Le televisioni pubbliche sono la Australian Broadcasting Company (ABC) e la Special Broadcasting Service (SBS), mentre le principali emittenti private fanno capo ai network Seven, Nine e Ten, tutte composte da più di un canale. Piccoli esempi di televisione e radio completamente dedicate alla cultura aborigena sono rappresentati da ‘Goolarri‘, emittente della regione del Kimberley, nel Western Australia, al pari di ‘ICTV‘, ‘Westlink‘ e ‘Aurora Community Channel‘. La televisione a pagamento invece   -settore dominato dalla ‘Foxtel‘, compagnia della stessa famiglia dell’italiana ‘SKY‘, entrambe fondate dall’australiano Rupert Murdoch- è presente nelle case di circa un terzo degli Australiani e contribuisce a fornire informazione di respiro più internazionale.

La carta stampata conta invece due quotidiani nazionali, ‘The Australian’ (fondato nel 1964) e ‘The Australian Financial Review’ (1951), assieme a dieci quotidiani statali, 35 quotidiani regionali e circa 470 pubblicazioni minori. Tra i maggiori quotidiani statali sono presenti ‘The Sydney Morning Herald (1831), ‘The Daily Telegraph (1879), ‘The Age’ (1854) e ‘Herald Sun (1990).

Il comparto radiofonico comprende circa 274 canali radio commerciali e 340 canali radio supportati da finanziamenti pubblici, dei quali i maggiori fanno capo al gruppo ABC, SBS, 3AW e 3MMM. La presenza di stazioni radio dedicate a determinati gruppi etnici, religiosi o sociali ha facilitato, nel corso degli anni, e continua a facilitare l’integrazione di tali realtà nel tessuto sociale australiano, senza che queste debbano perdere contatto con i Paesi di provenienza.

Il web d’altro canto, come in tutti i Paesi avanzati, rappresenta la forma più dinamica e comprensiva di comunicazione. Secondo gli ultimi dati dell’ABS, circa l’85% degli Australiani ha accesso ad una rete internet domestica, mentre la rete 4G australiana è la più veloce al mondo, seguendo un trend positivo ed in forte crescita su base annuale.  La rete riesce a rappresentare efficacemente gli interessi di quei gruppi sociali inevitabilmente esclusi dai mezzi di comunicazione tradizionali, fornendo al contempo approfondimenti immediati e di interesse ad ogni diversa fascia di pubblico.

L’Australia si posiziona oggi al 26° posto al mondo per libertà di stampa, sopra a Regno Unito ed USA, ma ha ancora necessità di aumentare le caratteristiche inclusive dei propri media, lavorando allo stesso tempo su produzioni che non mortifichino l’industria nazionale, oggi costretta ad importare prodotti inglesi o americani. La rivoluzione digitale è ormai una realtà di fatto e la necessità impellente è quella di adattare il sistema mediatico attuale a questo nuovo corso. Le alternative sono specializzarsi su questioni di interesse per determinate porzioni del tessuto sociale australiano, oppure rassegnarsi ad importare informazione ed intrattenimento da chi è riuscito a comprenderlo per tempo.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->