mercoledì, Aprile 14

Mr Berlusconi: sul suo regno tramonta il sole Il frenetico straparlare dell'Innominato per raschiare il barile di un'elettorato in fuga

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Non v’è nulla di più labile della mia scelta di un tema dell’AMBRacadabra.

Quello di oggi, complice un weekend lungo da riflessione, avrebbe dovuto parlare a tu per tu con Alexis Tsipras, per raccontargli a cuore aperto tutte le (scomode) verità che i suoi novelli partigiani italici gli tacciono, rappresentate dalle lotte intestine sinistrorse che hanno sempre tinto di gelosie, astio e calci negli stinchi ogni potenziale tentativo di dare omogeneità alle voci della superstite sinistra che voleva dire cose di sinistra.

Senonché, il week end è stato ‘troppo lungo, affinché io rimanessi salda nelle mie intenzioni, visto che, nel frattempo, di temi ispiratori ne sono emersi a bizzeffe.

Non lasciatevi fuorviare dal battage della doppia canonizzazione papale: ben altri sono gli avvenimenti d’innesco di furiosa ironia.

Al centro, quasi sempre c’è lui, l’Innominato, che mi piacerebbe tanto, con la macchina del tempo, trasportarlo nell’antica Atene, laddove c’era quella santa istituzione dell’ostracismo: come un Mida al negativo, infatti, trasforma in negatività e fonte di polemiche tutto ciò che tocca, e ciò rappresenta un’insopportabile zavorra per quest’Italia che ha bisogno di … cambiare verso.

Ma finché c’è Mr B. e gli anatemi che spara a raffica, senza soffermarsi a pensare ai danni che provoca d’intorno  -tipico di lui, l’atteggiamento: ‘apres moi, le deluge’-  mi pare difficile non solo cambiare verso, ma neanche spostarlo di 10 gradi (altro che 180°).

Prendete la dinamitarda dichiarazione sul presunto (da lui) negazionismo tedesco dei lager.

A parte che sembra l’ulteriore conferma di una sorta di sua monomania a sfondo nazista  -ulteriore tappa, dopo quel kapò con cui appellò il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, allora capogruppo socialista, in piena aula a Strasburgo: sembra avere difficoltà a distinguere il termine socialista da nazionalsocialista-, un ‘vero’ leader politico ‘pesa’ le sue parole, valuta le ripercussioni di una sua affermazione anche a livello internazionale. E’ perciò che il panorama italiano difetta di ‘veri’ leader politici, ovunque volgiate lo sguardo.

Nel suo caso specifico, la realtà è che ha fatto certi suoi calcoli e questa dichiarazione non è  -come superficialmente apparirebbe- un’innocua sortita da arteriosclerotico sul viale del tramonto.

No, no: è il tentativo di prendere al volo il timone di quell’elettorato italiano che attribuisce le ristrettezze economiche al rigore imposto dalla Germania e incarnato, in quest’immaginario collettivo, in Angela Merkel e in chiunque sia riconducibile alla nazionalità tedesca.

Dunque, la carica a testa bassa ha l’obiettivo di candidarsi al ruolo di Masaniello dell’UE, non in nome degli interessi italiani, bensì esattamente contro.

Un altro tassello, insieme a quello di appellare l’euro una ‘moneta straniera’, per autorappresentarsi quale simbolo della fronda antieuropea, pur concorrendo, con la forza politica che guida, alle elezioni del Parlamento europeo.

E ciò, d’altronde, pur avendo avuto  -ricordiamolo-  un Commissario europeo e vice Presidente della Commissione stessa  –Antonio Tajani- che tanto male in Europa non s’è trovato, agendo  -in piena coscienza-  per la costruzione dell’Unione e non per il suo dissolvimento. Cosa si deve fare, per raccattare quattro briciole di voti! Lo fa per raschiare il barile e toccare la tacca del 20% (considerata, per voce dello stesso stra-parlatore, una soglia da miracolati), con un’armata Brancaleone di candidati che pare il mercatino dell’usato e del baratto.

In casa, poi, si annida lo malo verme, che di nome e di cognome fa Nicola Cosentino: colui che parla della Campania come di una nuova Bosnia  -e chi, di concerto e organico ai malavitosi, ha permesso, in questi decenni, di avvelenarne i terreni fino alle faglie più profonde, Babbo Natale?-  e lascia intuire un ricatto a chi, a suo avviso, lo rinnega non volendogli neanche più parlare (ma non è in galera, costui? Edificante un colloquio fra un personaggio ai servizi sociali ed uno in cella…).

Colui che, per anni, grazie anche alla sua presenza mediatica assorbente, si è spacciato per il risolutore dei problemi degli italiani e ha nascosto tonnellate di polvere sotto il tappeto, condannando il nostro Paese a trovarsi garrotato non solo da una crisi globalizzata, ma pure da una crisi autoctona (che, sommata all’altra, ci impedisce una ripresa alla pari di altri, ormai già avviati verso l’uscita dal tunnel), non si rassegna a lasciare scena (come sarebbe giusto e dignitoso).

Anzi, come un capitone, fatto a pezzi e in prossimità della padella d’olio bollente, si contorce, sprizzando ulteriore veleno sulla scena politica (ed economica) nazionale.

La diaspora dei suoi melliflui e servili yesmen non gli fa suonare nessun campanello d’allarme: come un Sansone in miniatura balla sul suo Titanic personale e conduce a fondo un’intera forza politica che lui ha creato e lui stesso porta alla distruzione.

Il che la dice lunga sugli ideali che mai sorressero tale formazione, giammai evolutasi oltre la natura per cui fu immaginata e tornò utile al suo creatore: un enorme, vorace comitato d’affari, di cui l’elettorato si è reso besuino strumento e volano.

Questa dissoluzione che si sta consumando, però, lungi dall’essere circoscritta all’ormai sempre più risicato seguito di un uomo vecchio e vittima di ricatti incrociati  -d’altronde, si è alleato consapevolmente col peggio dei più spregiudicati mestatori-  schizza di fango tutti noi.

Che assistiamo imbambolati ad un teatrino che non risparmia anche quel presunto nuovo che avanza e che balla alla musica imposta dal despota al tramonto.

In palio ci sono le riforme istituzionali, alcune necessarie, altre strumentali a interessi circoscritti.

Quasi fa sorridere quel vezzo di Matteo Renzi di affacciarsi da Palazzo Chigi: è una metafora di una parabola politica, dal balcone… alla finestra.

 

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