lunedì, Maggio 17

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«Mobilitare il potere delle donne». Sembra incredibile che queste parole siano state pronunciate da quello stesso Abe Shinzo, Primo Ministro giapponese, recentemente finito al centro di aspre critiche (tanto interne che da parte della stessa comunità internazionale), per aver negato le responsabilità storiche del proprio Paese nei confronti del dramma delle ‘schiave del sesso’, le migliaia di donne asiatiche (ma anche occidentali) impiegate nei bordelli militari nipponici durante la seconda guerra mondiale.

Eppure, nel corso del suo intervento all’interno della sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dello scorso 26 settembre, il Primo Ministro Abe ha dichiarato la propria intenzione di «dare vita a una società in cui le donne possano brillare», creando nuove opportunità e un ambiente di lavoro il più possibile confortevole, in cui esse possano finalmente riconoscersi come membri attivi della società. Una necessità che, afferma Abe, costituisce «una questione di massima urgenza» per un Giappone che punta alla ripresa economica.

Il Premier nipponico, di vedute notoriamente conservatrici, ha addirittura tirato in ballo la teoria della womenomics‘, che individua nelle donne il motore dello sviluppo economico, riferendosi ad esse come alla «risorsa più sottoutilizzata del Giappone».

Con il suo elevato tasso di invecchiamento, un indice di natalità prossimo allo zero e una forte carenza di manodopera, il Giappone «non può più permettersi di non sfruttare la metà della sua popolazione», come affermato dalla Goldman Sachs a proposito della forza lavoro femminile, evidenziando come la promozione della differenza di genere nel mondo del lavoro non rappresenti più solo un’opzione per il Giappone, ma un vero e proprio imperativo. La stessa Goldman Sachs rileva che sono proprio le donne a controllare la maggior parte delle decisioni d’acquisto a livello globale; stimando inoltre che un aumento del tasso di partecipazione delle donne nel mercato del lavoro giapponese (attestato al 62,5% nel 2013) porterebbe benefici al PIL nipponico per circa il 12,5%.

Ma lo scenario reale appare tutt’altro che roseo. Basti pensare al recente episodio (l’ultimo dei tanti in ordine cronologico) di quella che è stata definita una «orribile provocazione sessista», subita da un membro dell’Assemblea metropolitana di Tokyo, Ayaka Shiomura, durante un’interpellanza sulla maternità. Nel corso del suo intervento, la donna è stata apostrofata dal legislatore Akihiro Suzuki, membro del partito della maggioranza di centro-destra, che le avrebbe urlato di «sbrigarsi a trovare un marito», alludendo con tono di scherno al fatto che non fosse in grado di avere figli. L’episodio ha sollevato polemiche e provocato le dimissioni del legislatore, la cui sortita avrebbe, però, anche trovato l’appoggio da parte di altri membri dell’Assemblea, dal momento che per una donna giapponese una condizione come quella di Shiomura, trentacinquenne single e senza figli, è generalmente considerata ‘non appropriata’.

Se è vero, infatti, che nelle ultime decadi il Giappone ha ratificato convenzioni come quella del 1979 sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), approvato leggi come quella sulle pari opportunità lavorative (1985) o quella sulle pari opportunità di genere (1999), e creato veri e propri organi istituzionali come l’Ufficio per l’uguaglianza di genere; i progressi reali nel campo della discriminazione di genere procedono comunque ancora a rilento. La disparità di trattamento delle donne all’interno della realtà lavorativa e nella stessa società giapponese in senso esteso (per non parlare poi, per l’appunto, della sfera politica), rimane tutt’oggi una questione spinosa che va a sfiorare l’ambito del rispetto dei diritti umani.

Tra le ultime innovazioni politiche vi è una proposta per consentire l’ingresso di lavoratori dall’estero per ricoprire le mansioni di collaboratrici domestiche“, ci spiega  Vera Mackie, esperta in studi di genere e docente di Studi Asiatici presso l’Università di Wollongong (Australia), “anche se tale proposta non ha ancora ricevuto un riconoscimento ufficiale fino ad ora (pur con la presenza di alcune eccezioni, come ad esempio le famiglie diplomatiche). La proposta di ingresso di collaboratori domestici è inquadrata nella prospettiva di incoraggiare le donne ad essere impiegate maggiormente nei luoghi di lavoro. Tuttavia, vi sono diversi presupposti non dichiarati dietro a questa politica. Prima di tutto, quello relativo al fatto che l’opera di assistenza all’infanzia e il lavoro nell’ambito domestico sia comunque responsabilità delle donne. Essa non mette in discussione la suddivisione dei ruoli di genere nel mondo del lavoro. Vi è una scarsa messa in discussione dell’equilibrio vita quotidiana- lavoro per gli uomini che hanno dei figli. Sembrerebbe che i piani di Abe siano di spingere il Giappone in questa direzione, senza alcuna messa in discussione di un’ipotesi diversa circa la suddivisione dei ruoli di genere in ambito lavorativo. I critici sottolineano inoltre che il Giappone non ha ancora ratificato la Convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro sui collaboratori domestici, o la Convenzione internazionale delle Nazioni Unite sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e delle loro famiglie“.

Secondo il Gender Gap report del World Economic Forum, stilato nell’ottobre 2013, il Giappone risulta al 105° posto (su un totale di 136 Paesi) per quanto riguarda la disparità di genere, evidenziando un calo di una decina di posizioni rispetto al 2010, anno in cui, peraltro, il Paese del Sol Levante dovette incassare anche le critiche da parte della Commissione del CEDAW per la scarsa presenza di figure femminili all’interno di posizioni dirigenziali. Questa carenza è stata rilevata dagli stessi ‘think tank’ nipponici, come il Fujitsu Research Institute, che ha evidenziato la mancanza di sbocchi professionali di livello più alto per le donne che fanno il proprio ingresso nella forza lavoro, con ripercussioni non indifferenti sulla stessa crescita del PIL nazionale.

Le prospettive di avanzamento di carriera, per la stragrande maggioranza delle donne, rimangono infatti di livello relativamente basso. È l’esempio delle cosiddette ‘Office Ladies‘, tipiche figure di impiegate nel settore terziario che  -seppure altamente qualificate e in possesso di ottimi titoli di studio e preparazione professionale- si trovano a ricoprire le mansioni di assistenti o segretarie per i propri colleghi superiori maschi, senza alcuna possibilità di avanzamento significativo nella loro carriera e per di più costrette, secondo le convenzioni, a ritirarsi dal lavoro dopo il matrimonio, in modo che l’azienda non sia costretta a sobbarcarsi i relativi contributi previdenziali e assistenziali.

Questa mancanza di sbocchi professionali ad alti livelli, unita alla rigidità con cui è regolato il mondo del lavoro in Giappone, al persistente pregiudizio riguardo al ruolo della donna al di fuori della famiglia e alla mancanza di un trattamento che venga incontro alla necessità di conciliare lavoro e vita familiare; fa sì che circa il 70% delle donne giapponesi abbandoni il lavoro, con possibilità ridotte di ottenere una nuova occupazione in seguito.

Lo scetticismo nei confronti delle affermazioni di Abe in merito alla creazione di «una società in cui le donne possano brillare» è pienamente giustificato se si tiene conto che lo stesso Abe e il suo partito, l’LDP  (Liberal Democratic Party), sono stati tra i più attivi promotori di un ritorno ai ‘valori tradizionali’ della cultura giapponese, in cui l’ideale della donna quale ‘moglie devota e madre istruita’, secondo una formula in voga nel Giappone del secolo scorso, si inserisce a pieno titolo. Già nei primi decenni del Novecento, la pioniera del femminismo giapponese Hiratsuka Raicho, domandava provocatoriamente se non vi fosse altra occupazione adatta a una donna se non quella di procreare, o altra vocazione se non quella di essere moglie e madre. Ma a tutt’oggi, nonostante le battaglie femministe e le conquiste sociali ottenute, l’immagine dellamoglie devota e madre istruitaè sopravvissuta in epoca contemporanea, complice anche la persistenza di una rigida etica di stampo confuciano, che esalta il rispetto dei ruoli e disprezza ogni espressione di individualismo, visto come un fattore di destabilizzazione sociale.

Risulta chiaro in ogni caso che il quadro entro cui il Governo giapponese deciderà di promuovere le politiche di genere non potrà limitarsi agli obiettivi della crescita economica e all’aumento del tasso di natalità, senza operare una modifica profonda di quella che è la percezione tradizionale del ruolo della donna nella società giapponese.

In molti si domandano, perciò, se la ‘svolta femminista’ di Abe abbia a che fare con un desiderio reale di promuovere il ruolo della donna nel mondo del lavoro; o se si tratti piuttosto di dichiarazioni di convenienza fatte ad hoc, in vista del più prosaico obiettivo di ripresa economica che il Governo sta cercando di perseguire attraverso la formula della cosiddetta ‘Abenomics’, di cui la ‘womenomics’ costituirebbe sì un aspetto vitale, ma di carattere del tutto utilitaristico.

 

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