sabato, Settembre 18

Mozambico: asimmetrie e disuguaglianze socio-economiche a Cabo Delgado La regione è al centro di una insurrezione che potrebbe trasformare l'area nella prossima frontiera del jihadismo globale in Africa. Gli insorti si chiamano ISIS-Mozambico, ma sono pescatori, piccoli commercianti, ex agricoltori, disoccupati, che accusano lo Stato e il partito di governo, il Frelimo

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Cabo Delgado è la provincia più settentrionale del Mozambico, la ex culla della guerra di liberazione del Mozambico dall’occupazione coloniale. L’area possiede le maggiori riserve di gas naturale del Mozambico. Ma anche rubini, grandi giacimenti di grafite utilizzati per fabbricare batterie al litio, e altre preziose risorse naturali, minerali e idrocarburi.

Da tempo Cabo Delgado è al centro di una insurrezione che potrebbe trasformare l’area nella prossima frontiera del jihadismo globale in Africa, secondo gli osservatori.

I protagonisti dell’insurrezione sono giovani che sventolano la bandiera nera dello Stato Islamico, e sferrano attacchi violentissimi, senza risparmiare decapitazioni e mutilazioni, anche di bambini. Si tratta di un gruppo denominato ISIS-Mozambico -noto anche come Ansar al-Sunna o Ahlu Sunnah Wal Jama, e localmente conosciuto come al-Shabaab (termine arabo che significa ‘i giovani’) in Mozambico-, che ha promesso fedeltà all’ISIS nell’aprile 2018 ed è stato riconosciuto da ISIS-Core come affiliato nell’agosto 2019.
Gli attacchi sono iniziati nel 2017 e gradatamente la situazione si è deteriorata, in particolare a partire dallo scorso 2020. In tutto, più di 3.000 persone sono state uccise.
Le forze di sicurezza del Mozambico hanno lottato per contenere gli insorti, che alla fine di marzo hanno preso d’assalto la città settentrionale di Palma, la porta di accesso a progetti multimiliardari di gas naturale che erano in costruzione con l’investimento di importanti compagnie petrolifere multinazionali come la francese Total, sul posto con un progetto da 20 miliardi di dollari.

I combattenti hanno sfollato oltre 35.000 civili, distrutto edifici governativi, rapinato banche, razziato arsenali, costringendo alla fuga decine di migliaia di persone, e Total ha sospeso il suo progetto relativo al gas liquefatto che stava portando avanti a Cabo Delgado. L’assalto a Palma è stato l’apice.

La comunità internazionale, e in particolare i Paesi dell’area, premono sul governo di Maputo in quanto si temono gli effetti a catena, incluso in Sudafrica -Cabo Delgado potrebbe diventare una piattaforma per gli estremisti sudafricani per acquisire esperienza prima di tornare a scatenare attacchi nelle principali città come Johannesburg, possibilità realistica se si considera che lo Stato islamico ha cellule dormienti in Sudafrica, ha reclutato sudafricani nei suoi ranghi, e l’intelligence ha rilevato collegamenti diretti tra elementi dello Stato islamico in Sudafrica e quelli in Mozambico, e che a giugno lo Stato Islamico ha pubblicato un editoriale sul suo bollettino online ‘al-Naba‘ in cui avvertiva, in arabo, che se il Sudafrica fosse intervenuto militarmente a Cabo Delgado questo potrebbe portare i soldati dello Stato Islamico ad aprire un fronte di combattimento dentro i suoi confini.

Secondo le stime il gruppo è formato da un minimo di 1.500 ad un massimo di 4.000 combattenti.
Le
risorse economiche a loro disposizione sono consideratesostanziali‘, tali da permettere loro di disporre di una rete di intelligence e fare un reclutamento che si estende nelle province vicine. Alcune aziende a Cabo Delgado pagano il pizzo; altre imprese hanno goduto di prestiti in contanti di militanti, che poi tassano gli utili. I militanti raccolgono anche entrate dal pagamento di riscatti. Fonti di intelligence sospettano che fondi significativi possano essere incanalati dall’estero. I fondi di al-Shabab sono però difficili da rintracciare. Il movimento utilizza spesso i civili per riciclare denaro, anche tramite servizi di trasferimento di telefoni cellulari. Testimoni oculari hanno visto militanti maneggiare grandi quantità di meticais mozambicani e valuta estera. Alcuni esperti temono che il movimento possa iniziare a prendere una fetta dei profitti del contrabbando, anche tramite reti di finanziamento di minatori e contrabbandieri di oro e pietre preziose che operano nella provincia. Si teme che i militanti possano anche iniziare a tassare i carichi di droga in transito attraverso le acque e le terre costiere sotto il loro controllo, sebbene non ci siano prove visibili che suggeriscano che ciò stia accadendo.
Fonti della sicurezza riferiscono a Crisis Group che
i militanti hanno sviluppato cellule non solo tra la popolazione civile, ma anche all’interno delle unità delle forze armate.

Maputo ha risposto agli attacchi inviando forze di sicurezza a Cabo Delgado. Gli Stati membri della Southern African Development Community (SADC) hanno autorizzato l’invio di truppe nella provincia, con gli esperti tecnici del blocco regionale che hanno sviluppato un piano per uno schieramento fino a 3.000 soldati. L’ultimo piccolo contingente è partito ieri dal Botswana. Una presenza importante è quella del Rwanda,che ha messo a disposizione circa 1.000 uomini, si tratta del più importante dispiegamento straniero attivo nel combattimento. Sul terreno ci sarebbero da tempo anche appaltatori militari russi (quelli della compagnia Wagner) e sudafricani a fianco delle forze di sicurezza locali. Altri sette Paesi (tra questi Angola, Tanzania, Zimbabwe) sarebbero pronti a inviare truppe.

I funzionari mozambicani esitano all’idea di un pesante dispiegamento straniero, perchè comporta significativi problemi di comando e controllo, il timore è, per un verso, di poterne perdere il controllo, per l’altro verso, che si possano scatenare attacchi di rappresaglia, un importante dispiegamento potrebbe trasformarsi in un pantano. I critici del governo affermano che Maputo è riluttante ad accettare le truppe della SADC perché non vuole che gli stranieri vedano l’intera portata dell’economia illecita di Cabo Delgado, che include reti di traffico di droga (eroina) presumibilmente legate a uomini d’affari alleati con il partito di governo Frelimo.

Crisis Group mette in guardia dal rischio di concentrare l’attenzione esclusivamente sulla soluzione militare, potrebbe essere controproducente se non controbilanciata da iniziative sociali, politiche ed economiche. Il motivo sta nella natura del gruppo: «La base del gruppo è composta da gente del posto, principalmente pescatori poveri, piccoli commercianti frustrati, ex agricoltori e giovani disoccupati. Se alcuni di loro possono essere diventati jihadisti impegnati, la maggior parte di loro ha motivi locali per unirsi al gruppo»,accusano lo Stato e il partito di governo, il Frente de Libertação de Moçambique (Frelimo), per le loro condizioni socio-economiche. Le motivazioni che li spingono a stare nel gruppo sono diverse, ma meno modellate dall’ideologia che dal desiderio di affermare il potere a livello locale e di ottenere i benefici materiali che ne derivano.
Dino Mahtani, esperto dell’International Crisis Group, ha affermato: «
Le autorità devono fare i conti con ciò che deve essere fatto per incentivare i militanti a riconsiderare la violenza come il mezzo migliore per risolvere i problemi. Se pensano semplicemente di poter sconfiggere e smantellare il gruppo, potrebbero essere coinvolti in una guerra invincibile». La pressione militare può erodere l’insurrezione, «ma alla fine questo è un conflitto che necessita di un dialogo per la risoluzione».

La genesi dell’insurrezione a Cabo Delgado deriva da una crisi che era visibile fin dal 2007, afferma Crisis Grouop, «quando giovani frustrati, principalmente di etnia Makua, iniziarono a denunciare l’autorità dei leader religiosi locali. Il loro attivismo aveva una sfumatura islamista, poiché spingevano per il divieto di alcol mentre si opponevano all’iscrizione dei bambini nelle scuole statali e al diritto delle donne al lavoro. Ma hanno anche criticato la loro esclusione economica percepita in mezzo alla scoperta di vasti giacimenti di rubini e gas naturale offshore a Cabo Delgado. Molti di loro hanno risentito dell’influenza dei generali mozambicani che hanno interessi commerciali nella provincia e che provengono dal gruppo etnico Makonde del presidente Filipe Nyusi. Non è un caso che i militanti siano passati alla rivolta armata nell’ottobre 2017, pochi mesi dopo che le autorità avevano espulso dalle concessioni minerarie i minatori artigianali, tra cui mozambicani e tanzaniani».

Le motivazioni dei combattenti, risiedono nella storia stessa della regione. «Cabo Delgado è una provincia la cui economia politica è stata plasmata dalla guerra di indipendenza e dalle sue conseguenze.
Dopo la fine del dominio portoghese in Mozambico, nel 1975, figure di spicco dell’era della liberazione del Frelimo tratte dalla tribù Makonde, prevalente nell’altopiano settentrionale della provincia, rivendicarono per sé posizioni di vertice, compresi i governatorati provinciali, mentre collocavano i loro alleati in posizioni amministrative e militari nazionali come ricompensa per il loro ruolo centrale nella lotta contro l’occupazione coloniale. I quindici anni dal 1977 al 1992 hanno visto proliferare il commercio illecito a Cabo Delgado, le élite locali si arricchivano di contrabbando di legname,pietre preziose e avorio, senza essere gravate dal governo di Maputo.
Dagli anni ’90, l’economia della provincia è stata ulteriormente caratterizzata da forme di monopolio e attività illecite, molte delle quali legate a figure di spicco del Frelimo e ai loro alleati commerciali. I Makonde continuarono a dominare la politica e l’economia di Cabo Delgado. Negli anni successivi, i principali generali di Makondeche erano stati figure chiave nella guerra di liberazione, compresi quelli che divennero governatori, iniziarono a concentrarsi sull’espansione dei loro interessi commercialinella provincia. Questi includevano operazioni forestali, minerarie e di trasporto che erano spesso sostenute da prestiti statali. Nello stesso periodo, la remota costa di Cabo Delgado divenne anche un hotspot documentato per l’importazione e il trasbordo di eroina e altri narcotici tramite cartelli gestiti da mozambicani di origine sud-asiatica che ricevettero protezione dalle alte sfere del Frelimo sia a livello provinciale che nazionale. I proventi di tale commercio illecito sono passati attraverso il sistema politico, mantenendo Maputo soddisfatto dello status quo a Cabo Delgado».

«Gli alti funzionari del Frelimo riconoscono che il partito di governo e i governi post-liberazione in Mozambico non hanno trasformato l’economia di guerra di Cabo Delgado. Ammettono di essere preoccupati per le aree più vicine alla capitale».
Le tensioni a Cabo Delgado sono cresciute dopo il 2009, quando «lo Stato ha designato la provincia come futura fonte di entrate minerarie e di idrocarburi. Un ricco giacimento di rubini è stato scoperto nel distretto occidentale di Montepuez nel 2009, seguito da gigantesche riserve di gas naturale nei fondali al largo di Palma. A partire dal 2010, lo Stato ha sradicato i residenti dalla terra che alla fine ha assegnato ai titolari delle concessioni minerarie e degli idrocarburi. Un alto generale Makonde che afferma di aver precedentemente acquisito i diritti sulla terra intorno al deposito, ha stretto una partnership con un minatore industriale, generando sentimenti di esclusione tra le comunità principalmente Makua che vivono vicino alla nuova concessione». Mentre alcuni abitanti nell’area vicino a Palma, dove si sono sviluppate le attività legate al gas, sono riusciti ottenere privilegi dalle multinazionali, molti altri si sono lamentati della mancanza di trasparenza di quegli accordi, della perdita dei loro mezzi di sussistenza quando sono stati sfollati e della mancanza di accesso a opportunità di lavoro con le operazioni petrolifere e del gas.

«Se la povertà ha certamente aggravato le tensioni locali, altri fattori hanno contribuito a rendere la provincia matura per il conflitto. Gli scienziati sociali mozambicani suggeriscono che le tensioni dell’era coloniale tra i popoli Mwani e Makua,da un lato, e i Makonde, dall’altro, sono cresciute dopo la liberazione e ora modellano le dinamiche del conflitto. Tensioni che sono politiche, piuttosto che intrinsecamente tribali. Molti Mwani, alienati dal dominio delle élite Makonde dopo l’indipendenza, con un gran numero di Makua, sono diventati una delle principali fonti di reclute per l’insurrezione. «Quello che è successo è essenzialmente una protesta contro le asimmetrie e le disuguaglianze socio-economiche», commentano fonti governative di Crisis Group. La rabbia dei giovani per la disuguaglianza e la loro esclusione politica è fiorita nel dopoguerra, che è stato anche segnato da un periodo di cambiamento per le confessioni islamiche attive a Cabo Delgado, dominata dai musulmani». La religione è stata un vettore del conflitto.

I veri driver del conflitto, dunque, hanno più a che fare con le lamentele locali e l’incapacità dello Stato, da una parte, di implementare una economia capace di rispondere alle istanze di tutte le componenti sociali, dall’altra, di gestire la sicurezza.

Così, risolvere la crisi richiederà di affrontare le stesse rimostranze che l’hanno innescata.
Risposta militare a parte, «
il Mozambico dovrebbe adottare un approccio molto più olistico, che includa piani di sviluppo che offrano ai giovani frustrati un’alternativa all’Islam radicale, sotto forma di formazione professionale, incentivi alla creazione di piccole imprese, e simili», affermano altri osservatori dell’area. «Il governo dovrebbe iniziare investendo le varie sovvenzioni della Banca Mondiale, che ammontano a centinaia di milioni di dollari, per riconquistare la fiducia delle comunità locali a Cabo Delgado. Questogesto di buona volontà potrebbe consentire al governo di aprire canali di comunicazione con i militanti figli di queste comunità. Senza un tale dialogo, il conflitto probabilmente non avrà fine», affermano da Crisis Group. «Le operazioni antiterrorismo sostenute dagli stranieri senza un piano per affrontare le tensioni locali alla fonte potrebbero semplicemente esacerbare la sofferenza umana, la povertà e il risentimento verso lo Stato che molti locali provano». Si tratta di abbinare le operazioni militari agli sforzi per affrontare le radici locali del conflitto, rafforzando la capacità del Paese di gestire i propri problemi di sicurezza.

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