domenica, Aprile 18

Movimento 5 Stelle e Lega: tante parole, pochi fatti Le opposizioni faticano a fare quello che avevano promesso, a partire dal PD che ora guarda a Zingaretti

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E’ il primo sintomo di uno scricchiolio? Chissà. Davide Casaleggio, padre-padrone della piattaforma informatica Rousseau, cuore e cervello pulsante del Movimento 5 Stelle, annuncia un ambizioso obiettivo: arrivare ad almeno un milione di iscrittiDovrà rimboccarsi le maniche, il lavoro non manca:  il numero delle persone presenti a Livorno (tra le prime città conquistate dal M5S) al Rousseau City Lab non autorizza, per ora, entusiasmi : non più di duecento presenti alla riunione sotto un tendone a forma di mouse;  e molte le assenze notate. Tra le altre, quella del sindaco Filippo Nogarin e della maggioranza degli assessori locali. A Livorno (ma anche altrove) si sconta  l`accordo Di Maio-Salvini, che a tanti non è per nulla garbato.

Per quanto riguarda l’altra gamba del Governo, la Lega, ormai i roboanti proclami quotidiani producono assuefazione. Sono i fatti concreti che latitano: un Parlamento inattivo, decreti con il contagocce spesso contrastati all’interno della stessa maggioranza; un Presidente del Consiglio (Giuseppe Conte), cui finora non si rimprovera nulla perchè nulla in pratica fa. La battuta che circola nei semi-deserti corridoi di Montecitorio:  «Per non rompere i piatti basta non lavarli. Ma non li si può lasciare sporchi per sempre…». E anche la ‘novità’ di oggi, il colloquio di Salvini con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dovuto ai buoni uffici del Sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, è una vittoria di Pirro. Mattarella già fa sapere che concede udienza per elementare cortesia, ma che nulla vuole sapere circa le disavventure della Lega con la magistratura; Salvini può strepitare come un’aquila offesa, Mattarella non muove e non muoverà un dito.

Il Governo SalviMaio, a suo modo, comunque, è onesto. Nessuno può dirsi sorpreso se Lega e M5S dicono (e cercano di fare) quello che dicono (e cercano di fare). Non c’e nessuna novità, rispetto al prima del voto. Semmai non riescono a mantenere le promesse, non danno seguito agli annunci. Ma Matteo Salvini non ha mai nascosto quale dovrebbe essere, secondo lui, la politica in tema di immigrazione; Luigi Di Maio non ha mai nascosto quli sono le sue idee per quel che riguarda il Lavoro. Beppe Grillo non è diverso dal Grillo di un anno fa…insomma, chi ha votato M5S o Lega non si dica sorpreso o ingannato. Semmai deluso perché al tanto dire segue il poco fare. Ma nessuno può dire: non sapevo, non credevo.

Sono le opposizioni, piuttosto, che faticano a fare quello che avevano promesso di fare, una volta messe all’angolo. Sembrano formiche impazzite a cui è appena stato distrutto il formicaio.
Si vada dalle parti del Partito Democratico. Lo spettacolo è desolante: Matteo Renzi, non pago di aver condotto il partito al minimo storico, dimentico di averlo guidato verso ben sette, clamorose e brucianti sconfitte, ancora pretende di darelezioni‘, e da’ i voti, promuove, rimanda, boccia.
Assicura:  «Adoro di  stare sui contenuti e ragionare», ma ha cura di aggiungere: «Per chi è in grado di ragionare mica per tutti…».  Si può immaginare che chi ‘ragiona’ è chi sta dalla sua parte, gli ‘irragionevoli’ chi ha la colpa di contrastarlo.  Promette: «Mi assumerò tutte le responsabilità», ma ha cura di scandire: «Ma non sono l’unico responsabile». Si giustifica: il PD ha perso perché non ha rottamato a sufficienza. Non è stato, cioè  più ‘divisivo’ di quanto in realtà non sia stato: «C’e’ stata mancanza di leadership, che il PD non ha saputo imporre la sua agenda politica, che sono stati usati toni sbagliati»; come se non fosse stato Renzi il Segretario del PD, non fossero gli amici del ‘giglio magico’ a dettar legge; come non sia mai stato seduto sulla poltrona di palazzo Chigi… Sconfitte provocate – Rensi dixit – anche dal fatto «che il PD ha è stato troppo assente dai social network e da internet in generale».
Cosi’ dicendo, Renzi è riuscito a far uscire dai gangheri anche un mite e paziente proverbiale come Paolo Gentiloni. A muso duro lo ha rimproverato: «Non è l’algida sobrietà che fa sognare un popolo». Al punto cheilodieresi chiamato in causa non può fare a meno di sospirare: «imbarazzante. Matteo è stato veramente imbarazzante».
Ormai nel PD gli schieramenti sono definiti: il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti è già sceso in pista, si è candidato alla segreteria del partito. Lo hanno sentito dire, all’indirizzo di Renzi: «Questo non cambia mai».  Zingaretti ha centrato il suo obiettivo: le primarie saranno il 24 febbraio, e promette: «I fine settimana toccherà andare in giro per lItalia e costruire i comitati per lalternativa, perché dobbiamo disarticolare il fronte avversario. Il modello è quello della Regione Lazio». L’opposto di quanto sostiene Renzi, che non ha completamente abbandonato l’idea-sogno di un partito suo, e di guardare al modello organizzativo elaborato dal presidente francese Macron, con il suo En Marche. Sarà battaglia all’ultimo colpo: Zingaretti fin da ora può contare sui padri nobili del PD, da Romano Prodi a Gentiloni e Walter Veltroni. E poi leminoranze‘, come quella guidata da Andrea Orlando; titubante, invece, il gruppo stretto attorno a Gianni Cuperlo, che fa il sapere di volersi candidare alle primarie che verranno. Maurizio Martina confermato segretario a tempo, spera di essere della partita, anche se al momento è Zingaretti il candidato più forte e già fa sapere che segretario e candidato premier non devono necessariamente coincidere. Una porta aperta, un invito esplicito, a Gentiloni.  E questo potrebbe essere il ticket decisivo. Tanto più che i renziani per ora non hanno un candidato con appeal. L’unico sarebbe Graziano Del Rio, che rifiuta e recalcitra. Renzi è convinto che alla fine il capogruppo cederà. Gli altri possibili candidati non lo convincono: Stefano Bonaccini, Teresa Bellanova, Ivan Scalfarotto, Debora Serracchiani, Matteo Richetti e Marianna Madia. Non a caso parla molto seriamente chi sussurra: «Alla fine, vuoi vedere che bruciati tutti, sarà proprio Matteo Renzi a candidarsi. Sizz: sarebbe proprio la fine».

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