mercoledì, Ottobre 20

Mosul, la diga della discordia field_506ffbaa4a8d4

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Quella di Mosul è una missione nuova e importante, in una zona molto calda perché la città è considerata la capitale del califfato in Iraq. Città che è un polo centrale anche per i collegamenti con la Siria, paese in cui l’Italia sta cercando di prendere le distanze in modo non troppo velato. L’ambiente in cui i soldati saranno chiamati ad operare è definito ‘ostile’ non lontano dalla prima linea del fronte iracheno che corre a non più di 15 chilometri di distanza. L’intervento sarà decisamente rischioso per i militari, addestrati per affrontare la minaccia, ma risulterà più sicuro per i lavoratori dell’impresa italiana di ricostruzione.

Schierare 500 militari in quell’area comporterà un costo stimabile in almeno 50 milioni annui senza contare le spese logistiche per schierare mezzi, armi ed elicotteri (finora non schierati in Iraq) necessari ad assicurare i collegamenti ed eventuali evacuazioni sanitarie tra Erbil e la base istituita nella diga. Ai veicoli Lince, che hanno dato grande prova di sé in Afghanistan, si potrebbero affiancare mezzi a più alto livello di protezione e prontezza di fuco come cingolati Dardo, Freccia o Centauro. Considerata l’enorme conoscenza che si è sviluppata dal 2003 in fatto di ordigni esplosivi improvvisati sarà necessario più che mai, disporre una compagnia di genieri con mezzi atti alla bonifica del terreno. Un’azione che garantirà sicurezza non solo ai militari in transito ma agli stessi mezzi civili della zona.

Le domande che l’intervento italiano suscita sono veramente tante, molte decisamente sciocche. Siamo in guerra? No, non siamo in guerra, se fossimo in guerra vivremmo in condizioni ben diverse da quelle che vediamo quotidianamente. Le Camere, in base all’articolo 78 della Costituzione, hanno la capacità di emanare lo Stato di Guerra, termine usato troppo spesso a sproposito. Sacrifici e situazioni difficile le possiamo considerare una guerra quotidiana ma solo in senso figurati, la guerra militare è un altro paio di maniche, nella realtà è chiamato eventualmente Stato di emergenza. Invece di citare impropriamente l’articolo 78, sarebbe invece più ragionevole chiedere una maggior tutela dei militari all’estero con l’adeguamento delle regole d’ingaggio sempre meno permissive. Sparare non piace a nessuno meno che mai a coloro che possono e devono farlo per davvero.

Perché non si utilizzano i contractors? Per proteggere la diga e il cantiere dell’azienda italiana da eventuali attacchi dei jihadisti, che su questo fronte sono da tempo sulla difensiva, sarebbero più che sufficienti i peshmerga curdi, o truppe irachene affiancate da contractors come quelli che a migliaia proteggono cantieri e installazioni in Iraq, Afghanistan e in altre aree pericolose. La lotta allo Stato Islamico è combattuta aspramente anche dal Governo italiano che preferisce seguire la linea politica piuttosto che sbandierare i suoi tornado nell’euforia generale. I contractors sono utili ma hanno dei limiti enormi, in primis l’azione di poca deterrenza e in secundis il supporto di fuoco. Ricordiamoci che i contractors non sono quelli dei film, non sono dei microeserciti al soldo di spietati ricconi, sono uomini con capacità limitate seppur notevoli.

Difficile dire come si evolveranno le operazioni italiane in Iraq, soprattutto perché ora che la Libia si muove verso un Governo di unità nazionale, potremmo rimettere piede nella nostra vecchia colonia, non a costo zero. Quello che possiamo sapere e dobbiamo fare è promuovere una discussione più onesta e meno polemica sull’impiego delle truppe italiane fuori area. Se bombardare non è un tabù, come dice il Ministro Pinotti, non lo è nemmeno fare il soldato.

 

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