sabato, Settembre 25

Mosul, la diga della discordia field_506ffbaa4a8d4

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L’Italia pensava di aver superato quel momento storico in cui l’invio di truppe all’estero a presidio di interessi nazionali suscitava nei cittadini uno sdegno inopportuno. Perché proprio di questo si tratta, di sdegno, come se la proiezione all’estero della Repubblica Italiana dovesse terminare con una linea politica fallimentare. A nessuno piacere imbracciare i fucili e partire, eppure ci sono le circostanze che richiedono fermezza e decisione.

A Mosul, quella diga è un simbolo che si deve proteggere oltre che un obiettivo militare importante. Mosul è la circostanza italiana che richiede fermezza e tutte queste polemiche minano dalle fondamenta anche il lavoro politico. La diga sul fiume Tigri si trova a nord di Mosul e tra pochi mesi sarà presidiata da un battaglione di soldati italiani. Si vocifera l’invio della Folgore che sarebbe la componente più ferrata e pronta, ma dopo il recente accordo libico si dovrà valutare il da farsi.

L’obiettivo è stato aspramente conteso nell’estate del 2014 dalle milizie dello Stato Islamico e dai curdi che l’hanno riconquistata grazie al supporto aereo statunitense. Nella battaglia l’infrastruttura è stata seriamente danneggiata, verrà riparata dall’azienda romagnola Trevi che si è aggiudicata un appalto da oltre 2 miliardi di dollari. Iniziative di questo tipo sono contingenti alle operazioni militari, ma non ne sono una parte integrante, tuttavia gli operai che operano in zona devono avere condizioni di sicurezza tali da poter lavorare serenamente. Una discussione quella sulla sicurezza all’estero che piace soprattutto ai pacifisti, se un medico viene protetto va benissimo ma guai a sparare un colpo, per proteggere qualsiasi altro essere umano.

La nuova missione militare è stata annunciata dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi ad una trasmissione televisiva della Rai. Che l’Italia fosse in Iraq lo si sapeva da tempo, fino ad oggi il contingente nazionale che ha partecipato alla missione ‘Prima Parthica’ – circa750 uomini – è stato impiegato tra Erbil e Baghdad, con funzioni prevalentemente di addestramento e in Kuwait dove sono basati 4 bombardieri Tornado due velivoli teleguidati Reaper (droni) e un tanker B-767A che volano sull’Iraq in missioni disarmate di ricognizione e sorveglianza.

L’impianto che l’Italia dovrà proteggere è il più grande serbatoio d’acqua artificiale dell’Iraq, e il quarto nel mondo arabo e si trova 35 chilometri a nord di Mosul. La diga è seriamente danneggiata e se dovesse malauguratamente cedere le acque devasterebbero moltissime province irachene causando danni fino alla capitale, 350 kilometri più a sud. L’Italia e il suo strumento militare, sono da sempre molto attenti a valutare la situazione nei Paesi destabilizzati, valutando a 360 gradi le implicazioni delle operazioni cui partecipa. Mosul rientra a pieno in quest’ottica, ricostruire la diga è un punto chiave per ingraziarsi popolazione e Governo. Potrà non piacere agli occhi dei più intransigenti sostenitori del motto ‘via l’Occidente dal Medioriente’ ma quelle popolazioni, vedono il tricolore italiano come una salvezza.

Proteggere è un concetto molto nobile ma senza nasconderci dietro un dito parliamo di combattimento. Quando si è armati, si può sparare. E’ una frase che all’opinione pubblica non piace molto e nemmeno ai militari, si tende sempre ad evitare di parlare di colpi esplosi dai fucili e si punta più sul lato umanitario e glorioso. Tuttavia, i militari sono militari e la loro natura e difendersi, se non si difendono periscono e se periscono tanto vale che non ci vadano a fare il loro lavoro. Se periscono i soldati, nemmeno gli operai, i medici o chiunque altro potrà sopravvivere.

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