venerdì, Maggio 14

Mostar, sulle orme dei tre italiani

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Mostar, dicembre 2014. Camminiamo in una Braće Fejića semi deserta. Sono gli ultimi giorni dell’anno, qualche donna esce da un supermercato e corre a casa con il pandoro e una bottiglia da tenere in fresco fuori dal davanzale. E’ buio, le insegne dei bar e di qualche ‘cevabdzinica’ illuminano i marciapiedi mentre il minareto della moschea s’accende come un faro sulle acque gelide della Neretva. Poco più in là, oltre le nostre spalle, se ne sta solitario sulla sua schiena d’asino il ponte Stari Most, emblema di una guerra che da queste parti non ha smesso di lasciare tracce. Lo hanno fatto saltare le truppe croato-bosniache la mattina del 9 novembre 1993 dopo che per oltre 400 anni era stato il simbolo di una città in cui etnie e religioni erano riuscite nel difficile esercizio della convivenza. E’ di nuovo al suo posto dal 2004, in estate i giovani sono tornati a tuffarsi e a gironzolare tra negozi di souvenir. Ma in questa stagione le serrande restano abbassate, d’inverno per i turisti qui non c’è granché.

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Si sentono colpi da lontano, qualche ragazzino ha iniziato in anticipo con i petardi. “Cosa ci facciamo qui?”, chiedo a Marco. Lui ride, a sua volta si starà chiedendo cosa diavolo lo ha spinto a seguirmi in mezzo a tutto questo grigiore che adesso minaccia pioggia o forse neve. “Fumiamoci sopra” rispondo. Ma l’accendino come al solito è rimasto in macchina. Qualcuno mi sorpassa, con la coda dell’occhio scorgo un vecchio paio di scarpe da ginnastica arancioni. Poi, dietro a una fiammella accesa, un paio di occhi azzurrissimi. “Upaljac”, dice il ragazzo. “In bosniaco. Accendino. Upaljac”. Parla un italiano dal forte accento balcanico, porta un berretto di lana e un giubbino leggero, la barba di qualche giorno e le guance butterate.

Ringrazio. Dopo il mio primo tiro, ne accende una anche lui. Ha l’aria di uno che non vuole andarsene. Vorrà dei soldi, noi italiani siamo prede fin troppo facili. “Di dove siete?”. Milano, rispondo. Vicino Milano, ribatte Marco. “Volete vedere dove tre italiani sono morti e io mi sono beccato una scheggia nella schiena?” La domanda è così secca e tagliente che la mia testa non ha tempo di pensare una risposta. L’istinto, invece, ne ha già una. “” dico, “dove?”.

Un attimo dopo siamo già partiti, tengo il passo a fatica, lo sconosciuto cammina veloce, si è già infilato in un vicolo buio e non asfaltato. Marco invece, per prudenza, procede qualche metro più indietro. Forse l’ho cacciato in un guaio, avrei dovuto lasciar perdere.

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Si chiama Ibrahim, si è voltato e me l’ha detto proprio nell’istante in cui entravamo nel cortile tra palazzoni immersi nel buio. Il grande spiazzo centrale è un parcheggio di terra umida. Ci sono degli alberi e qualche lampione. E’ qui che comincia la sua storia. “Durante la guerra stavo in quell’appartamento lassù, al terzo piano, a casa di mia zia e mia cugina. Ma la maggior parte della giornata noi bambini la passavamo qui, c’era un rifugio dove trasmettevano quelli di Radio Mostar”. Mi indica una porta di metallo male illuminata. In quei giorni terribili senza più acqua, né corrente, né telefono le radio erano strumento di comunicazione, davano il conto dei vivi e dei morti, mettevano in contatto le persone, suggerivano spostamenti. “Quel giorno eravamo qui fuori nel cortile con tre signori della televisione italiana. E’ arrivata una prima granata. I croati sparavano da nord, sulle colline. Poi una seconda, molto più vicina. Il colpo mi ha spinto in questo pozzetto, è l’ingresso di un bunker. Nella schiena mi è arrivata una grossa scheggia. Mi sono salvato”.

Marco Luchetta era un giornalista triestino della Rai. Con lui, per la Bosnia, erano partiti gli operatori Alessandro Ota e Dario D’Angelo. Dovevano realizzare un reportage per il ‘Tg1‘ sulle tragiche condizioni dei bambini di Mostar, orfani di guerra oppure abbandonati dalle loro madri perché figli di uno stupro. Erano arrivati a Mostar da Medjugorje, su mezzi della Croce Rossa Internazionale, scortati dal contingente spagnolo dei caschi blu. Venerdì 28 gennaio 1994 sono morti mentre intervistavano Zlatko, un altro bambino salvatosi per miracolo.

Una targa li ricorda nell’esatto punto in cui tutto è accaduto. Ibrahim me la indica, è scritta nella doppia lingua. Nella parte in bosniaco alcune lettere sono state cancellate: “Abbiamo insistito perché il sindaco facesse togliere la parola bratoubilacki, che significa fratricida. Non era una guerra fratricida quella, i fratelli non si scannano. Era una guerra civile”. Sono passati vent’anni e le parole pesano ancora come macigni. Non sarà forse il caso di Ibrahim, ma temo che non riconoscere un tuo fratello nel nemico di un tempo possa comportare il non volerlo cercare oggi in chi ti abita a fianco. Le barriere da qualche parte restano: sono sottili, nascoste, per abbatterle non basta ricostruire.

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