sabato, Aprile 17

Mosca, Budapest, Praga e il mito della nuova era sovietica

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Una recente ondata di notizie sembrava suggerire che Budapest e Praga stessero riscivolando all’interno dell’orbita politica di Mosca. Sicuramente, sotto certi aspetti, sia il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán che il Presidente ceco Miloš Zeman hanno invertito la tendenza isolazionista nei confronti della Russia. Ma forse il timore diffuso dello spettro sovietico fa emergere maggiormente l’insicurezza occidentale piuttosto che l’aggressività russa.

Orbán ha suscitato polemiche per alcune recenti iniziative che hanno incentivato un rafforzamento dei legami economici con Mosca. Nonostante l’opposizione dell’UE, questo mese, l’Ungheria ha autorizzato la costruzione del gasdotto South Stream, che consentirà alla Russia di aggirare l’Ucraina per arrivare in Europa. A giugno, l’Ungheria ha dato il via libera a un accordo da 10 miliardi di euro con la Russia per potenziare la centrale nucleare ungherese. In seguito, il Presidente russo si è profuso in elogi nei confronti di Budapest durante la cerimonia svoltasi al Cremlino, il 19 novembre, in occasione della presentazione del nuovo ambasciatore ungherese in Russia e di altri importanti diplomatici esteri.

«Consideriamo l’Ungheria uno dei nostri partner politici ed economici più importanti e le nostre relazioni sono fondate su una storia ricca di rispetto reciproco tra i nostri due popoli», ha dichiarato Putin, secondo una trascrizione ufficiale del Cremlino. «Condividiamo il desiderio del governo ungherese di instaurare un dialogo costruttivo e portare avanti insieme grandi progetti di investimento». Orbán ha confutato le teorie secondo cui questi accordi colossali indicano il desiderio di Budapest di riavvicinarsi a Mosca, puntando invece al pragmatismo. «L’Ungheria costruirà il gasdotto South Stream per migliorare la sicurezza della fornitura energetica. Non vogliamo trovarci in una situazione in cui la fornitura di gas ungherese dipende da quanto avviene in Ucraina», ha dichiarato Orbán a luglio, in merito alla politica estera.

Nel frattempo a Praga, Zeman è stato criticato per una serie di recenti dichiarazioni provocatorie, tra cui la descrizione della crisi ucraina come una “guerra civile” e un’invettiva intrisa di volgarità contro il gruppo punk rock russo Pussy Riot durante un’intervista radiofonica. La sua pubblica disapprovazione delle sanzioni imposte dall’Occidente nei confronti della Russia negli ultimi mesi e la formulazione di un invito formale a Putin di visitare Praga a gennaio non hanno fatto altro che alimentare ulteriormente il malcontento.

Il 17 novembre, il 25° anniversario della rivoluzione di velluto, migliaia di manifestanti hanno invaso le strade di Praga e Budapest per esprimere il proprio sdegno nei confronti dei propri leader. Tuttavia, i principali notiziari internazionali che descrivono le manifestazioni come essenzialmente anti-russe o anti-Putin potrebbero aver travisato gli eventi. Concentrandosi sullo spauracchio rappresentato dalla Russia di Putin per i media occidentali, molti osservatori non hanno preso in considerazione questioni nazionali che hanno molta più influenza sulle vite dei manifestanti ungheresi e cechi di quanto potrebbe mai averne la politica di Mosca nei confronti dell’Ucraina.

«Quelle [proteste]erano di natura nazionale», ha dichiarato Balázs Jarábik, un ricercatore in visita al Carnegie Endowment for International Peace, che si occupa di Ucraina ed Europa orientale. “In Repubblica ceca era l’anniversario della rivoluzione di velluto… Le attuali proteste contro Zeman sono legate unicamente al suo comportamento, ha rivisto infatti la propria posizione in merito a diverse questioni, tra cui l’Ucraina – ha spiegato Jarábik in un’intervista telefonica da Vilnius venerdì – Ritengo che la popolazione ceca, nell’anniversario della rivoluzione di velluto, abbia maturato la conclusione che questa non è la condotta che ci si aspetta da un presidente”.

È da notare che il colorito commento di Zeman non è stato esclusivamente riservato a Mosca. Durante una visita ufficiale a Pechino a ottobre, Zerman ha dichiarato che in Cina cercava idee su come «stabilizzare la società” e che non era venuto per impartire insegnamenti sui diritti umani» racconta Bloomberg. La fiducia nei confronti di Zeman è scesa al 37 per cento, rispetto al 58 per cento in ottobre, secondo quanto riportato venerdì dal sito ceco di informazione Ceske Noviny, sulla base dei sondaggi CVVM.

“In Ungheria [nelle ultime settimane], si è verificata un’ondata di proteste contro Orbàn a causa dell’imposta su internet, che il governo ha introdotto qualche settimana fa, e [la manifestazione del 17 novembre a Budapest]rappresenta essenzialmente l’apice di queste proteste”, ha spiegato Jarábik. Alla fine di ottobre, il governo di Orbàn ha annunciato la prevista introduzione di un’imposta sull’utilizzo di internet. I manifestanti sono scesi in strada in tutto il Paese per esprimere il proprio malcontento. Il 31 ottobre, Orbàn ha annunciato la revoca del programma, spiegando che il dibattito pubblico era andato fuori strada e richiedendo una consultazione nazionale sulla questione all’inizio del 2015. Tuttavia, le proteste sono continuate. Nel frattempo, gli USA hanno vietato l’ingresso a sei funzionari ungheresi accusati di corruzione, sottolineando le persistenti problematiche del paese centroeuropeo relative alla corruzione.

Il sostegno al partito Fidesz di Orbàn è sceso dal 35 al 30 per cento dall’inizio di ottobre, riferisce Reuters, sulla base di un recente sondaggio condotto da Ipsos. Il direttore della ricerca, Tibor Zavecz, ha riferito a Reuters che l’improvvisa perdita di fiducia da parte degli elettori era da ricondurre all’imposta su internet. «Gli elettori ungheresi sperimentano la corruzione quasi quotidianamente, pertanto la loro soglia di sopportazione è elevata. Solo cose ben più gravi li spingono a protestare» ha dichiarato.

Anche se tra le migliaia di manifestanti nelle capitali ceca e ungherese, il 17 novembre, si intravedeva qui e lì qualche striscione anti-Putin e anti-Russia, quei singoli manifestanti rappresentavano probabilmente delle eccezioni, secondo Jarábik: “Ritengo le proteste fossero relative ai favoritismi e alla corruzione. Sicuramente avevano ben poco, se non nulla, a che fare con i rapporti di Zeman o di Orbàn con la Russia”. E se si deve credere al pragmatismo di Orbàn, quei pochi ungheresi che si sono presentati con slogan anti-russi possono tirare un sospiro di sollievo, perché in realtà sembra che il loro leader sia guidato da un programma rigidamente pro-ungherese. Orbán vuole vedere l’Ungheria trasformarsi nel fulcro meridionale per il gas e l’energia e la Russia intende sostenere l’iniziativa, ha spiegato Jarábik: “L’unico Paese intenzionato a investire nelle infrastrutture è la Russia. Il governo Orbàn non sta adottando una posizione filo-russa, bensì una posizione pragmatica. Si sta cercando di instaurare una cooperazione energetica strategica con i russi, l’unico Paese intenzionato a investire”.

I fiorenti legami tra Budapest e Mosca rappresentano un sostanziale cambiamento, in quanto il partito di Orbàn è stato molto critico in passato circa le intenzioni degli ex responsabili di cooperare con la Russia. «Fidesz accusava il governo precedente di tradire gli interessi europei cooperando con la Russia. Ora sta facendo la stessa cosa,” dichiara Jarábik. “Dunque, essenzialmente, questo dimostra che non sussiste un interesse politico di per sé, bensì si tratta di un interesse economico, pragmatico, di cui l’Ungheria ha disperatamente bisogno». Tirarsi indietro dagli accordi energetici con la Russia a questo punto paralizzerebbe l’economia, non perché la Russia stia creando un nuovo impero, ma a causa delle problematiche strutturali ungheresi. “Orbán non sta attuando determinate politiche a causa della Russia, lo sta facendo perché pensa che sia giusto”, ha spiegato Jarábik. In merito alla probabilità che la relativa disponibilità dimostrata da Budapest e Praga nei confronti di Mosca possa essere il segnale del risveglio di una nuova era sovietica, Jarábik ha dichiarato: “Stiamo parlando di una minaccia inesistente”.

È importante ricordare che Ungheria e Russia hanno burrascosi precedenti alle spalle. Un esempio famoso è il 1849, quando l’imperatore russo Nicola I ha aiutato gli Asburgo a sopprimere un movimento indipendentista ungherese, e poi il 1956, quando una protesta ungherese, che chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche dal paese, è stata brutalmente sedata, uccidendo migliaia di persone.

È sempre possibile mobilitare le popolazioni centroeuropee contro la Russia, ha detto Jarábik: «Sicuramente la Russia non è popolare». Ma in generale, le persone sono maggiormente concentrate sulla propria élite locale. I manifestanti che hanno invaso le strade di Budapest e Praga la scorsa settimana hanno espresso critiche molto più violente nei confronti dei propri leader di quanto la più sfrontata propaganda russa oserebbe mai fare. «La nostra vulnerabilità, reale o percepita, è dovuta all’erosione della fiducia nelle nostre istituzioni, che stanno perseguendo i propri interessi individuali (politici) o economici (oligarchici) anziché quelli dei cittadini», ha scritto Jarábik in un articolo per la Visegrad Revue dal titolo “Russia, Ucraina e il Visegrad: è tempo di realtà”. “Penso che gli ungheresi, i cechi, gli slovacchi e anche altri si rendano conto che la Russia in questo momento non si sta dirigendo verso un’Unione sovietica, comunista, bensì verso una Russia più tradizionale come lo era nel 19° secolo, la Russia zarista, non l’U.S.S.R”. ha detto Jarábik, in un’intervista per L’Indro venerdì.

La decisione di Mosca di annettersi solo un piccolo frammento dell’Ucraina, in seguito al rovesciamento dell’ex Presidente Viktor Yanukovych, potrebbe rispecchiare l’accettazione da parte di Mosca che Kiev è uscita dalla sua sfera di influenza. La Crimea è fondamentale per Mosca da un punto di vista militare, in quanto la Flotta del Mar Nero si trova di fronte a Sebastopoli. “Ritengo che l’annessione della Crimea sia una reazione a quello che Mosca ha interpretato come un colpo di stato…ma significa anche riconoscere che Mosca non può più esercitare un controllo sulla politica ucraina e manifesta il timore che qualsiasi influenza Mosca ancora conservasse in Ucraina fosse troppo debole per garantire alla Russia il perseguimento dei propri programmi”, ha dichiarato Jarábik.

Ha sottolineato, tuttavia, che quello che sembra inizialmente una dimostrazione di forza spesso nasconde una debolezza. “Non si punta la pistola durante una partita vincente, bensì quando si sta per perdere tutto”. L’annessione si è tramutata velocemente in un’inattesa sferzata di fiducia. “La Russia ha visto la NATO mobilitarsi appena e l’UE frantumarsi in cerca di risposte. E allora Mosca si è resa conto: ‘Aspetta un attimo. Noi pensavamo di essere insicuri e invece vengono alla luce tutte le incertezze altrui'”. Sfruttare queste insicurezze ha alimentato il fervore patriottico russo. Immediatamente dopo l’annessione, i tassi di approvazione di Putin hanno raggiunto massimi storici e gli scaffali dei negozi di Mosca si sono riempiti di magliette con slogan come “La Crimea è nostra!” (Крым наш!).

Nel loro articolo per il Consiglio europeo sulle relazioni esterne, “Il nuovo disordine europeo,” Ivan Krastev e Mark Leonard sostengono che l’annessione della Crimea da parte della Russia ha dimostrato all’Europa che è improbabile che il proprio modello politico, seppur ammirevole, diventi mai lo standard universale. «Presa dalle proprie innovazioni, l’UE si è sconnessa sempre più dalle altre potenze e si è fermata a guardare solo la mancanza degli standard europei altrove piuttosto che cercare di comprenderne la diversa prospettiva. Questo vale per gli stati limitrofi dell’UE, per altre grandi potenze come la Cina e anche per alleati come gli Stati Uniti», continuano Krastev e Leonard: «E la pretesa del progetto europeo di essere, allo stesso tempo, eccezionale e universale ha reso impossibile per gli europei l’accettazione di qualsiasi progetto alternativo di integrazione nel proprio continente».

Da questa prospettiva, l’annessione della Crimea ha rappresentato un brusco risveglio per l’Europa. «La Guerra fredda…tra Mosca e l’Occidente riguardava chi poteva offrire un mondo ‘migliore’. Il conflitto odierno tra la Russia e l’UE riguarda chi vive nel mondo ‘reale’. Per 25 anni, gli europei hanno rimproverato una recalcitrante Russia, accusandola di non essere in contatto con la realtà. Ora è l’UE che deve scontrarsi con la dura realtà» scrivono Krastev e Leonard nell’articolo.

Rivolgendosi a L’Indro, Jarábik ha sottolineato la necessità di un dialogo sincero ora che Mosca e l’Occidente devono fare i conti con la realtà post-Crimea. “La Russia e l’Occidente devono iniziare ad ascoltarsi a vicenda. E, purtroppo, devo dire che è principalmente l’Occidente che deve iniziare ad ascoltare. La Russia si sente tradizionalmente a casa in questa regione, mentre storicamente l’Occidente è collegato principalmente alla parte occidentale dell’Ucraina. Ma noi ci stiamo comportando come se i russi avessero rubato la nostra vittoria e la rivolessimo indietro. È necessario correggere questo atteggiamento”.

 

Traduzione di Maria Ester D’Angelo Rastelli

 

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