mercoledì, Ottobre 20

Mosca, annessioni a catena

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Aksionov Crimea Russia

La Crimea marcia senza rimpianti verso la Russia. Alla vigilia della consultazione popolare per l’annessione di domenica 16 marzo, i nomi delle strade in ucraino dei centri di Sebastopoli e Sinferopoli sono stati sostituiti da cartelli in russo. «Mi auguro che Kiev accetti l’esito del referendum, legittimo e trasparente. Siamo pronti a tutto», ha annunciato il Premier della Repubblica autonoma di Crimea Sergei Aksionov. Il Governo locale non si attende sorprese: il 70% degli abitanti russofono voterà per il sì e, nelle settimane successive, la penisola tornerà, come prima del 1954, in mano a Mosca.

In linea con gli Stati Uniti, lUnione europea ha minacciato «sanzioni da lunedì», ma Aksionov non è spaventato: «L’Ue non è una nostra nemica, ma non ne temiamo neanche le misure». Per Bruxelles, il referendum resta «illegale» e i suoi «risultati saranno privi di significato», ha dichiarato il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier. Lunedì 17 marzo, a spoglio avvenuto, i responsabili degli Esteri dei 28 Stati dell’Ue si riuniranno per decidere i provvedimenti. «Se Mosca non rispetterà l’integrità e la sovranità territoriale dell’Ucraina, il Consiglio europeo approverà sanzioni mirate», ha anticipato il Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini.

L’annessione è foriera di grandi tensioni, in Crimea come nelle regioni orientali dell’Ucraina presidiate dalle milizie filorusse. A Kharkiv, vicino al confine, i filorussi hanno annunciato un analogo referendum, per il 16 marzo. E il Presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato la scissione in corso «conforme ai principi di diritto internazionale e alla Carta dell’Onu». Dopo i tre morti negli scontri di Donetsk tra europeisti e supporter del Cremlino Mosca si «riserva il diritto di proteggere i propri connazionali». La base russa di Sebastopoli è affollata di navi da guerra e sottomarini e lungo i confini terresti con l’Ucraina sono iniziate nuove esercitazioni militari del Cremlino.

Nel tentativo di riavviare negoziati concreti, in giornata si è svolto il «difficile» incontro, a Londra, tra il Segretario di Stato americano John Kerry e il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Kerry ha cercato una sponda al Cremlino sul piano di autonomia per la Crimea, presentato dal neo Premier ucraino Arsenij Yatsenyuk nella sua visita alla Casa Bianca. Ma il clima è apparso da subito plumbeo. E i risultati di diverse ore di colloquio, esposti in due conferenze distinte nelle rispettive Ambasciate, pressoché nulli: «Resta il disaccordo con gli Stati Uniti, per quanto l’incontro sia stato costruttivo. La Russia rispetterà il risultato del referendum in Crimea, ma non ha intenzione di invadere l’est dell’Ucraina», ha dichiarato Lavrov. «Non riconosceremo l’esito della consultazione. Continuo a sperare in una soluzione diplomatica, ma se la Russia non cambia corso ci saranno conseguenza», gli ha fatto eco Kerry. In ogni caso, i due leader sono rimasti d’accordo che «Putin non prenderà decisioni prima del referendum».

Stando a fonti confidenziali dell’Amministrazione americana, la Casa Bianca starebbe «studiando» l’invio di armi e aiuti militari al Governo di Kiev, come chiestole da Yatsenyuk nel timore di un attacco.
Spente le grancasse nazionaliste, neanche a Mosca comunque il clima è sereno. Manifestazioni pro e contro l’annessione della Crimea sono in programma per il 15 marzo: l’opposizione ha radunato circa 50 mila persone, invitando anche alcuni dei leader ucraini di Maidan, Yulia Timoshenko inclusa, anche se difficilmente la pasionaria della Rivoluzione arancione sarà presente. I supporter di Putin sfileranno invece in un corteo distinto, fino a piazza della Rivoluzione. Il Cremlino scherza con il fuoco e crescono le voci contro: l’ex Presidente e Nobel per la Pace Mikhail Gorbaciov spera in una «soluzione condivisa da entrambe le parte che prevenga una nuova Guerra fredda». Persino la Cina, storico alleato di Mosca, prende le distanze dalla prova di forza, invocando in Consiglio di Sicurezza dell’Onu la «necessità di rispettare l’integrità territoriale dell’ex Repubblica sovietica».

Per l’Egitto e l’intero Medio Oriente è stata una giornata infuocata. Al Cairo e in altri centri del Paese sono esplosi ancora scontri tra manifestanti dell’ex Presidente Mohamed Morsi, leader della Fratellanza musulmana, e le forze dell’ordine, con un bilancio di due morti per proiettili alla testa e decine di feriti. La vicina Striscia di Gaza è bersagliata dai raid notturni dell’aviazione israeliana contro «sette siti del terrore», in risposta ai razzi sparati in precedenza dai palestinesi. Nel pomeriggio, due nuovi razzi sono partiti da Gaza verso il sud di Israeleper un totale di 70 lanci dal 12 marzo: nel week-end si attendono dunque nuove reazioni dell’Esercito israeliano.  Un’esplosione si è verificata, nel pomeriggio, al confine tra Israele e Libano, al passaggio di una pattuglia militare nei pressi del Monte Dov. E alta tensione con Tel Aviv anche in Giordana, per le centinaia di manifestanti che continuano a protestare davanti all’Ambasciata israeliana l’uccisione, il 10 marzo scorso, di un giudice giordano di origine palestinese lungo il confine per mano dei soldati israeliani. Senza contare la Siria – dove l’Onu ha stimato il record mondiale di oltre 9 milioni di sfollati (più del 40% della popolazione) dentro o fuori il Paese in tre anni di guerra e la Croce Rossa a Damasco ha denunciato il «deterioramento delle condizioni umanitarie» -, in Iraq 18 persone (tra cui due bambini) sono morte in attentato a colpi di mortai nella provincia di Al Anbar.

Week-end caldissimo anche in Turchia. Dopo i due milioni di persone in strada in tutto il Paese, per ricordare la morte del 15enne Berkin Elvan, nove mesi in coma dopo essere stato ferito dalla polizia nelle manifestazioni di Gezi Park, sono probabili altre massicce proteste per le recenti notizie di cronaca. Le manifestazioni dell’ultima settimana hanno fatto due morti (un agente e un dimostrante 22enne), decine di feriti e 417 arresti. La stampa ha poi rivelato la fine delle indagini sul primo filone della tangentopoli turca, che ha fatto scattare le manette per 52 tra affaristi, funzionari di Governo e politici vicini al Premier Recep Tayyip Erdogan. Il malcontento potrebbe gonfiarsi ed esplodere, come Oltreoceano, è avvenuto in Venezuela. In risposta alle proteste che in corso da oltre un mese in tutto il Paese (28 morti e 365 feriti), il Presidente Nicolas Maduro ha promesso ulteriori «misure drastiche». Per domenica 16 marzo gli studenti antichavisti hanno convocato nuovi cortei nella capitale Caracas: «Tutti in piazza per dire no alla violenza, alla repressione, all’ingerenza cubana. Dobbiamo unirci a questo grande movimento popolare», ha chiamato in piazza la deputata dell’opposizone Maria Corina Machado.

In Asia, le ricerche del Boeing scomparso da sei giorni della Malaysia Airlines sono state estese verso Ovest, nell’Oceano indiano, in direzione opposta alla rotta originaria verso Pechino, per l’ipotesi sempre più probabile che si sia trattato di un misterioso depistaggio. Dal Pakistan, ancora brutte notizie in arrivo per l’ex Presidente e generale Pervez Musharraf, agli arresti domiciliari dall’aprile 2013 per «alto tradimento» in relazione alla morte della rivale politica Benazir Bhutto: rifiutatosi di presentarsi alla magistratura, contro di lui è stato spiccato un nuovo ordine di arresto e di presentazione coatta davanti alla Corte, il 31 marzo prossimo. Da New Dehli, in giornata il neo Ministro della Difesa Roberta Pinotti è rientrata in Italia al termine di una visita privata di due giorni ai fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, detenuti in India in attesa di processo, ma senza notizie concrete della controparte.

Buone conferme dall’Europa, invece, per il Premier Matteo Renzi, alla vigilia della sua tappa di domani, sabato 14 marzo, all’Eliseo per incontrare il Presidente francese François Hollande e del successivo arrivo, lunedì 15 marzo in Germania, per la visita alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Da Berlino è arrivato l’endorsement «all’ambizioso programma di riforme di Renzi». L’auspicio dei tedeschi è che la «collaborazione diventi sempre più concreta».

 

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