mercoledì, Ottobre 20

Morti in carcere. Quando lo Stato non tutela

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In Sardegna, ora: quindici giorni, tre detenuti deceduti: due a Uta, vicino Cagliari, l’altro nella colonia penale di Mamone (Nuoro); quest’ultima avviene il 26 ottobre; viene resa nota il 15 novembre. Come mai? Anche qui, inchieste in corso…

Un caso, ora, che si trascina ormai da undici anni. E’ il 2004 quando due detenuti denunciano di essere stati torturati nel carcere di Asti. L’Associazione Antigone‘ si costituisce parte civile, e alla fine il procedimento arriva alla Corte Europea dei Diritti Umani. La CEDU il 23 novembre dichiara il ricorso ammissibile. Lo Stato italiano propone una composizione amichevole di 45.000 euro per ciascuno dei due ricorrenti. «Quella della Corte europea», dice il Presidente di ‘Antigone’, Patrizio Gonnella, «è una decisione di importanza enorme che riguarda la tortura in un carcere italiano. Il Governo ammette sostanzialmente le responsabilità e si rende disponibile a risarcire i due detenuti torturati ad Asti. Come aveva scritto a chiare lettere il giudice di Asti nella sentenza del 2012, si è trattato di un caso inequivocabile, e impunito, di tortura

Ammissione di un reato che per i nostri codici ancora non è reato, visto che il Parlamento ancora non si è deciso ad approvare una normativa in materia. Reato di tortura nel quale si potrebbe benissimo incappare una normativa come quella della cosiddetta ‘detenzione in regime di 41 bis’.

Si tratta di un provvedimento emergenziale, diventato ormai permanente. Un regime da cui si esce solo se chi vi è sottoposto decide di collaborare con lo Stato. In pratica prevede: a) Isolamento per 23 ore al giorno (solo nell’ora d’aria è possibile incontrare altri detenuti, non più di tre, e solo con questi è possibile parlare); b) Colloquio con i soli familiari diretti (un’ora al mese) che impedisce per mezzo di vetri, telecamere e citofoni ogni contatto diretto; c) Esclusione a priori dell’accesso a ogni ‘beneficio’; d) Censura-restringimento nella consegna di posta, stampe, libri.

Misure draconiane che hanno lo scopo di impedire che pericolosi boss e criminali possano, anche dal carcere, continuare a tessere le loro trame criminali; e tuttavia confliggono in modo stridente con i più elementari diritti dell’uomo. Ottimi fini, pessimi mezzi. Ancora non si riesce a venirne a capo; e forse neppur lo si vuole.

Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, infine.

Il Comitato StopOPG ha effettuato sopralluoghi in quattro Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS), le strutture previste dalla legge 9/2012 come alternativa agli OPG. Quattro le strutture visitate: una in Friuli Venezia Giulia (Aas 5 di Pordenone); due in Campania (Mondragone e Roccaromana, Asl di Caserta); una in Lazio (Pontecorvo, Asl di Frosinone).

«Dalle prime visite», si legge in un primo rapporto del Comitato, «emerge indispensabile la nomina del Commissario come persona con compiti di coordinamento e di intervento puntuale su Regioni, Asl, magistratura, per fare applicare la legge 81 nella sua interezza e non solo per la chiusura degli Opg».

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