venerdì, Settembre 17

Morti in carcere. Quando lo Stato non tutela

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Sul caso di Stefano Cucchi, deceduto il 22 ottobre del 2009 nel carcere romano di Regina Coeli si dice il tutto e il suo contrario. Una cosa non è comunque contestabile: Cucchi entra vivo in una Istituzione dello Stato (il carcere) e ne esce morto. Questo solo, alla fine, conta; dovrebbe contare: che lo Stato, quando ti priva della tua libertà, per qualsivoglia motivo, si fa garante della tua incolumità, fisica e psichica. Se questa garanzia viene meno, lo Stato che non sa tutelarti com’è tuo diritto esigere e suo dovere fare, è perciò stesso colpevole.

La premessa serve per un più generale discorso, quello delle morti in carcere. Non saranno casi come quelli di Cucchi; e tuttavia sul tavolo del Ministro della Giustizia Andrea Orlando si sono cumulate una serie di interrogazioni parlamentari che chiedono risposta e chiarimento.

Un primo caso porta a Pordenone, in Friuli. È il 7 agosto. Stefano Borriello, 29 anni, arriva in ospedale in condizioni disperate. I medici fanno quello che possono, ma possono fare ben poco. Stefano muore, ‘arresto cardiaco’ si legge nel referto. Stefano era detenuto. La mamma assicura che il figliolo stava più che bene, e a quella versione non crede. Qualche dubbio si insinua anche a Palazzo di Giustizia, o almeno lo si vuole fugare; si apre un fascicolo, per ‘omicidio colposo’, nei confronti di ignoti. Forse davvero Stefano è morto per arresto cardiaco, ma si accerta che all’interno del carcere il servizio medico non è garantito 24 ore su 24, ma soltanto fino alle 21; c’è solo un’unica infermeria per tutto il carcere; nella sezione non ci sono defibrillatori. E Stefano? Lui come e perché è morto? Sono passati tre mesi. I periti incaricati di stabilire le cause della morte ancora non hanno consegnato la relazione.

Carcere di Pesaro, nelle Marche. Il 29enne Anas Zamzami, il 25 settembre viene trovato morto nella sua cella. E’ in carcere per falsa identità e resistenza a pubblico ufficiale. Deve scontare una pena di dodici mesi in carcere. Esiste una legge del 2010, “Disposizioni relative all’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi”. Per lui non vale, evidentemente: è in cella da cinque mesi. Pazienza. Sette mesi tutto sommato, possono passare. Non per Anas, che secondo la versione ufficiale la notte tra il 24 e il 25 settembre si toglie la vita. Sconforto, depressione? Tutto può essere; ma famiglia e amici sono poco convinti. Anche in questo caso la procura apre un fascicolo. Per ‘istigazione al suicidio’. Se si ipotizza un’istigazione, si ipotizza anche uno o più istigatori.

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