sabato, Maggio 15

Morire in cella per anoressia, finire in cella a 78 anni… 40

0

 CARCERE

Questa storia si consuma nel carcere romano di Regina Coeli, cinque anni fa. E’ la storia di Simone La Penna, 22 anni: deve scontare una condanna di due anni e quattro mesi per stupefacenti. In carcere Simone contrae una grave forma di anoressia, perde una quarantina di chili, alla fine muore. Per casi come questo dovrebbe essere “naturale” che sia, d’ufficio, dichiarata l’incompatibilità con il carcere.  Invece no. Pur essendo presente una struttura sanitaria interna al carcere, e nonostante Simone sia stato, sia pur occasionalmente, visitato dai sanitari dell’ospedale Pertini, nessuno sembra accorgersi delle sue condizioni; o magari se ne accorge, e fa finta di nulla: è un detenuto, non vale la pena di perderci tempo… Così Simone muore, e dopo cinque anni – cinque anni! – tre medici sono accusati di omicidio colposo. Il giudice della VII sezione penale del tribunale monocratico di Roma ne chiede la condanna a due anni e dieci mesi.

Ora, a prescindere dal fatto che non può dirsi esattamente giustizia una giustizia che impiega oltre cinque anni per stabilire di chi sia la responsabilità per la morte di una persona; a prescindere dal fatto che proprio quando ti priva della libertà non importa per quale motivo, lo Stato è il massimo garante e responsabile dell’incolumità fisica e psichica di un cittadino (e la cosa vale anche per Bernardo Provenzano, che viene lasciato morire in carcere e nessuno che dica un “Fiat”, a parte i soliti Pannella, Bernardini e i radicali); a parte tutto ciò, quello di Simone è un ennesimo caso che dovrebbe molto inquietare il ministro della Giustizia Andrea Orlando; e moltissimo inquieta il fatto che non lo sia per nulla. Come Stefano Cucchi, Daniele Franceschi, Marcello Lonzi…uniti da un unico tragico destino, diventati l’emblema delle morti in carcere spesso avvolte nel mistero.

Sono tanti, troppi, i detenuti che muoiono in silenzio, perché la loro storia non passa sotto i riflettori e non diventa il caso mediatico da raccontare.

Storie di chi si vede negare non solo la libertà, ma anche il diritto alla salute.  Nessuno sa quanti siano i detenuti morti in carcere per malattia e quanti coloro che, usciti dal carcere in sospensione della pena per malattia, siano poi morti in ospedale o nelle proprie abitazioni. Che non esistano dati certi in materia, è anche questo motivo di inquietudine, spia e segnale di un sostanziale disinteresse che è grave ci sia.  La salute nelle carceri italiane è a rischio, con il 60-80% dei detenuti che ha qualche malattia a causa del sovraffollamento ma anche per una assistenza sanitaria di scarsa qualità. Lo denuncia tra gli altri la Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (Simpse). Secondo le stime degli esperti il 32% dei detenuti è tossicodipendente, il 27% ha un problema psichiatrico, il 17% ha malattie osteoarticolari, il 16% cardiovascolari, e circa il 10% problemi metabolici e dermatologici. Tra le malattie infettive è l’epatite C la più frequente (32,8%), seguita da Tbc (21,8%), Epatite B (5,3%), Hiv (3,8%) e sifilide (2,3%). La salute dei detenuti presenti nei 206 istituti di pena italiani è messa a rischio da due principali problemi: il disagio psichico e le patologie infettive. Dagli ultimi dati che abbiamo, relativi al 2012, un detenuto su tre è positivo all’epatite C, la prevalenza dell’Hiv e dell’epatite B è intorno al 5% (un detenuto su 20). Mentre a soffrire di disturbi psichici, più o meno gravi, è il 25-30% della popolazione carceraria.

Della serie la legge è legge.  Michele C., ha 78 anni, vive a Manfredonia, o meglio: viveva, perché ora è recluso nel carcere di Paliano (Frosinone) e con un fine pena nel 2016.

Michele è stato arrestato il 16 giugno del 2004, ma è entrato in carcere solo lo scorso 4 luglio, quando la sentenza è divenuta definitiva.  Prima di entrare nel carcere di Foggia aveva presentato istanza di affidamento al servizio sociale o di detenzione domiciliare, ma il Tribunale di Sorveglianza di Bari l’ha respinta «per una persistente e radicata pericolosità sociale del condannato» – si legge nella motivazione – «specie nel campo della detenzione illecita degli stupefacenti». Michele soffre di tubercolosi e di cardiopatia ischemica per un infarto pregresso, di diabete mellito tipo 2 ed è stato sottoposto ad angioplastica.

«Abbiamo deciso di raccontare questa storia», dice il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, «Perché è l’emblema dello stato attuale della giustizia italiana. Si varano norme per svuotare le carceri e restituire dignità al trattamento, ma poi le norme si inceppano davanti ai tempi biblici della giustizia. Purtroppo sono tanti, in tutta Italia, i casi di detenuti anziani con ridotta se non nulla pericolosità sociale, che in carcere hanno bisogno di cure costanti e pertanto, rappresentano un costo aggiuntivo per il sistema. Per tutti costoro dovrebbe essere automatico l’accesso alle misure alternative».

Se Michele, a quasi ottant’anni, malato come è malato può essere così pericoloso da negargli le misure alternative al carcere, vuol dire che ci troviamo di fronte a una sorta di fenomeno. Ma soprattutto: dieci anni per arrivare alla condanna definitiva? Ma che giustizia e certezza del diritto sono?

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->