giovedì, Ottobre 21

Morbosità o giustizia sociale? field_506ffb1d3dbe2

0

entretodos1

Con l’avanzare della crisi economica abbiamo visto, negli ultimi anni, la proliferazione di nuove piattaforme su internet che permettono all’utente di risparmiare qualcosina. Siti in cui è possibile condividere un posto in macchina a poco prezzo, come BlaBlaCar, o dove è possibile affittare una stanza di casa propria, come AirBnB, nati per necessità e la cui espansione immensa è dovuta alle condizioni economiche in cui versano molte persone. Piattaforme che, come UBER, hanno scatenato le ire dei professionisti dei taxisti europei, perchè rovinano il loro mercato e che sono considerate controverse. Applicazioni che, in un periodo di economia più florido, non avrebbero potuto sognare di espandersi come accade oggi.

Un fenomeno sempre più in espansione anche il crowdfunding, processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizzano il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone ed organizzazioni che hanno un progetto proprio, ma che non hanno i fondi per realizzarlo. Questro processo di finanziamento dal basso, che in realtà è stato usato persino da Barack Obama per la sua ultima campagna elettorale, o dal museo del Louvre per acquistare il capolavoro rinascimentale “Le tre grazie”, non piace, però, ai gatekeeper (termine tradotto in italiano, da Michelle Bonev, come “guardiani delle porte”, e che si riferisce a quelle persone che, nel proprio settore, hanno il potere di filtrare l’entrata a nuovi soggetti, compatibili con il sistema), perché riesce a far emergere piccoli progetti alternativi e indipendenti, che altrimenti non troverebbero un mercato, e che grazie alla folla riescono a vedere la luce.

Processi collaborativi di questo genere sono presenti da decenni anche per quanto riguarda il servizio pubblico radiotelevisivo. In Italia, la trasmissione “Chi l’ha visto”, grazie all’aiuto dei telespettatori, riesce a trovare persone scomparse, rendendo un servizio alla collettività.

Ma, con la crisi, c’era da aspettarsi di più. In Spagna, dove ogni giorno tremila persone perdono il proprio posto di lavoro, e dove ogni 15 minuti ad una famiglia viene tolta la casa, da un anno a questa parte, la televisione pubblica TVE ha lanciato, sulla prima rete, un programma pomeridiano che si occupa di trovare soluzione ai problemi della gente grazie alla solidarietà degli spettatori. Si chiama “Entre todos” (tra tutti) e si propone di raccontare le storie di chi è stato ridotto sul lastrico dalle banche, non ha un lavoro, è malato e non viene aiutato dal sistema sanitario, ecc.

Il format è questo: la presentatrice si collega in diretta con una persona che si trova in una situazione disperata, e ci si affida alla solidarietà del pubblico a casa che, telefonando, collabora (per lo più con contributi economici) in modo tale da aiutare la persona (o famiglia) la cui storia viene raccontata.

Storie struggenti che fanno venire il voltastomaco, e fanno sentirci fortunati, ma anche egoisti perché magari stiamo pensando di comprarci la nuova versione dell’iPhone. Storie che fotografano anche la situazione in cui si trovano troppe persone in questo momento. Gente che non trova lavoro da anni, spesso malata, con figli a carico, e senza la possibilità di pagare neanche l’affitto. Persone così disperate, alle quali ormai non importa dare la propria faccia e far vedere la condizione in cui si trovano a milioni di telespettatori. Contando sul fatto che l’unione fa la forza, quasi tutti i partecipanti al programma sono riusciti a trovare un lavoro, hanno avuto un supporto per migliorare la propria condizione di salute, e qualcuno è anche riuscito ad avviare un business proprio.

Concretamente, dopo 10 mesi di trasmissione e 200 puntate in diretta, è stato dato aiuto a 530 famiglie al limite della sopravvivenza. Quasi 120 mila persone hanno regalato altruisticamente più di 7,5 milioni di euro, 118 bambini malati e 34 persone anziane hanno ottenuto un aiuto necessario per vivere in condizioni più decenti. Sono state messe in moto, grazie all’aiuto del pubblico, 231 piccole aziende, gestite da chi aveva un’idea interessante di business, ma non i fondi per avviarla.

Una trasmissione che, però, ha aperto tante questioni, specialmente di carattere morale. Nessuno mette in questione la solidarietà, ma il format del programma si rivolge ai cittadini, e chiede loro di risolvere dei problemi che non vengono risolti dalle istituzioni competenti (Ministero della Sanità, servizi sociali, consigli municipali ed altri organismi pubblici). Inoltre, la trasmissione è concepita in modo tale da toccare i sentimenti degli spettatori, e le storie vengono raccontate con sensazionalismo, utilizzando una psicologia da mercatino delle pulci. Ogni volta che qualcuno chiama in diretta per offrire il proprio aiuto, la conduttrice salta, esulta, balla ed urla e, dietro a lei, su un megaschermo, vediamo la miseria della persona che è viene aiutata.

Una delle critiche ad “Entre todos” è che il programma non si propone di trovare una soluzione reale ai problemi, ma sbatte solamente sul piccolo schermo una serie di storie strazianti in cerca di elemosina, con musica strappalacrime in sottofondo, per creare morbosità, fare audience e mendicare ad una società di per sé disgraziata.

Intanto, agli inizi di luglio è partita l’ennesima denuncia nei confronti del programma. Questa volta a denunciare è stato direttamente il pubblico ministero, per violazione dei diritti di immagine dell’intimità personale e familiare di un bambino disabile, i cui dati sensibili sono stati diffusi in diretta durante una puntata. Ma la trasmissione, fanno sapere da TVE, non ha intenzione di fermarsi e da settembre tornerà a mostrarci storie strappalacrime nella fascia pomeridiana.

Ma non dite alla presentatrice Toñi Moreno che nel suo programma si fa carità. Per lei è solamente solidarietà, quella di un popolo sempre disposto ad aiutare i propri conterranei che si trovano in una situazione peggiore della loro. Ma è giusto che i telespettatori risolvano i problemi che ha creato e che dovrebbe risolvere il governo?

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->