mercoledì, Luglio 28

Morales, le elezioni e la riforma della legge mineraria È braccio di ferro tra Governo e sindacati sul divieto di contrarre con imprese private

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Bolivian miners dispute ends in one dead and seven injued

Questo 2014 sarà un anno di elezioni in America Latina. Panama, Brasile e Uruguay, ad esempio, stanno aspettando di eleggere i rispettivi Governi. Anche la Bolivia andrà alle urne, e nonostante la strada che porta verso le elezioni Presidenziali del 5 ottobre sia ancora lunga, il Presidente socialista Evo Morales sembra già favorito nella corsa verso una storica riconferma alla guida dello Stato andino. In caso di vittoria Morales, al potere dal 2006, inaugurerebbe infatti il suo terzo mandato consecutivo, ottenendo la possibilità di governare fino al 2018.

Si tratta di elezioni che il Presidente sta affrontando con grande ottimismo, tanto che, in occasione del diciannovesimo anniversario del suo Partito -il Movimento al socialismo (MAS)- ha sostenuto di avere come ambizioso obiettivo un numero di preferenze superiore anche a quello dell’ultima tornata. ‘Il nostro desiderio, il nostro sogno, e io credo veramente che non ne siamo lontani, è di arrivare al 74%’, ha dichiarato. Le cifre non sono casuali. Nel 2006 il MAS vinse con il 54% dei voti, mentre nel 2010 si attestò addirittura al 64%, un trend che ha spinto a puntare forte su un altro scatto del decimale.

Gli ultimi sondaggi attestavano un sostegno al Presidente intorno al 50%, ben lontano dalle ambizioni dichiarate. Ma, secondo gli analisti, la mancanza di un’opposizione unita dovrebbe facilitare la vittoria del MAS.

A cercare perlomeno di impedire un simile exploit c’è infatti una serie di piccoli partiti, che stanno faticando nel tentativo di trovare un candidato unico che possa farsi valere. Ma il tempo passa e a pochi mesi dal voto prevale ancora una grande frammentazione. A rendere improbabile un’alleanza sono le differenze ideologiche. Malgrado le buone intenzioni, il Partito Nazionale, che rappresenta la destra impresariale, ha poco da spartire con Ruben Costa, Governatore del dipartimento di Santa Cruz, che da ex alleato del MAS si è trasformato in oppositore per dissidi che poco hanno a che vedere con motivi politici.

Oltre alla pochezza delle opposizioni, il Governo può contare sul vasto appoggio popolare che hanno creato le politiche redistributive attuate in questi anni. Morales e il suo MAS hanno raggiunto il potere sull’onda della rivoluzione politica che ha attraversato il continente nel corso di circa un decennio (1998-2006). Questo grande mutamento verso sinistra degli equilibri ideologici si ispira al Socialismo del XXI secolo di Heinz Dieterich, una rielaborazione, fondata sulla democrazia partecipativa e sulla decentralizzazione statale, delle ideologie rivoluzionarie che hanno fortemente caratterizzato la sinistra latino-americana fin dall’epoca di Che Guevara e Fidel Castro.

Nel corso del primo decennio del 2000, i partiti che si rifacevano a questa dottrina, fiera avversaria del liberismo e dell’influenza degli USA, si sono affermati saldamente in diversi Paesi del continente, sfruttando il malcontento che le diseguaglianze ereditate dalle politiche economiche dei governi precedenti avevano generato. Ora il Venezuela di Hugo Chávez (oggi di Nicolás Maduro) e l’Ecuador di Rafael Correa formano, insieme a Bolivia e Cuba, il blocco delle sinistre regionali riunito nell’ALBA (Alleanza bolivariana dei popoli della nostra America).

Un tratto in comune tra queste nazioni sono i lunghi periodi al potere da parte dei leader, un fenomeno che ha suscitato note accuse di populismo e culto della personalità, messi in luce, secondo i critici, dalla tendenza a dotarsi di nuove norme Costituzionali che allungano i mandati presidenziali (ce ne eravamo occupati qui).

Critici che hanno fatto presente, anche nel caso boliviano, come la Costituzione, adottata nel 2009 da Morales stesso, vietasse un terzo mandato presidenziale, impedendo al Capo di governo uscente di ricandidarsi. Il MAS, dal canto suo, ha più volte sostenuto che l’adozione della nuova Carta Costituzionale, avvenuta dopo il primo mandato del Presidente, lo escludesse dal conteggio complessivo. Il Tribunale Costituzionale ha in seguito corroborato quest’ultima posizione, dando via libera alla ricandidatura.

Per raggiungere il sogno di una vittoria plebiscitaria, Morales farà affidamento sui settori che gli hanno garantito l’exploit fin dall’inizio della sua avventura politica: gli indigeni, in precdenza emarginati dalla vita politica, l’associazione dei cocaleros di Chapare-Cochabamba, i coltivatori della foglia di coca, di cui è il Presidente, la Central Obrera Boliviana (COB), il più grande ed influente sindacato nazionale, ma anche di buona parte della finanza e dell’impreditoria, che nonostante l’ideologia del MAS non hanno visto i propri privilegi minacciati dalle politiche del Presidente.

L’economia in crescita, secondo la Banca Centrale, del 6,5% nel 2013, e un’invidiabile stabilità macroeconomica, che ha fatto guadagnare al Paese persino il plauso del Fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca mondiale, sembrano rendere ulteriormente salda la posizione di Morales. Nel crollo generale di consensi che le amministrazioni dei paesi del nuovo socialismo latino-americano stanno sperimentando, con una sorta di controrivoluzione della classe media che sta causando diversi grattacapi a Venezuela ed Ecuador, la Bolivia sembra essersi ritagliata il ruolo di mosca bianca.

Eppure, anche un Governo popolare come quello di Morales sta sperimentando qualche difficoltà, proveniente proprio da uno dei pilastri del suo elettorato di base, il sindacato. Da diverse settimane si trascina infatti la polemica tra i rappresentanti dei minatori e il Governo, a causa di una legge sulle attività mineraria (ley minera), la cui formulazione attuale è fortemente osteggiata dai lavoratori del settore.

Oggetto della contesa è l’articolo 151, che autorizza i lavoratori a formare contratti misti con imprese private, senza previa autorizzazione da parte dello Stato. Questa disposizione è però ritenuta incostituzionale da parte del Governo, dato che limiterebbe il controllo pubblico sul settore. Nonostante gli incontri avvenuti finora tra i rappresentanti delle due parti, si fatica a trovare un accordo.

Il ministro Mario Virreira, ha ricordato che ‘L’articolo 349 della Costituzione segnala che le risorse naturali sono di proprietà e dominio diretto e indivisibile del popolo boliviano e corrisponderà allo Stato la sua amministrazione in funzione dell’interesse collettivo’. La difesa della madre terra, un tratto ecologista tutto bolivano che si mescola al vecchio tema del neocolonialismo, dello sfruttamento delle materie prime da parte delle multinazionali a impedire lo sviluppo, è un tratto indelebile del disegno politico che il MAS ha portato avanti in questi anni, e la Costituzione ne è un chiaro manifesto.

Eppure, c’è chi, come il Centro di documentazione e informazione Bolivia (CEDIB), un’organizzazione per i diritti umani che si occupa di analizzare e informare i cittadini sulle politiche pubbliche, ritiene che l’intera legge finisca per dare molto più spazio d’azione all’industria privata di quanto sia tollerabile. In una nota, l’associazione ha sottolineato che lo Stato sta cedendo ‘la facoltà di essere chi controlla le risorse naturali, permettendo ai titolari di diritti minerari di siglare contratti per conto proprio e consentendo così alle multinazionali di accedere alle risorse minerarie senza impegnarsi a livello fiscale o ambientale’.

Come dimostra questa vicenda, la rivoluzione attuata in Bolivia non ha modificato i metodi di sfruttamento delle risorse naturali, ma ne ha semplicemente fatto uso per creare maggiori prospettive di benessere collettivo. Questa è anche una delle possibili spiegazioni delle fortune economiche boliviane: invece di tentare politiche economiche avventate e controproducenti, come è accaduto al governo amico del Venezuela, si è tentato di coniugare efficacemente crescita economica e benefici per la collettività, mantenendo pressochè intatti i rapporti con le industrie estere che operano nei settori vitali dell’economia. Un approccio che spiega l’avversione della sinistra radicale per l’operato di Morales, ma che consente al Presidente di gestire una situazione economica favorevole, mentre in Venezuela, sulla carta un modello rivoluzionario per gli aspiranti socialisti, ristagna.

 

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