sabato, Settembre 25

Montreux, Sochi, Kiev: il mondo trattiene il fiato

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Ban-Ki-moon

Tutto il mondo osserva Montreux, la città svizzera dove il 22 gennaio e’ partita la conferenza di pace, Ginevra 2, per l’accordo sul cessate il fuoco in Siria. Un incontro che viste le difficolta’ diplomatiche della vigilia si preannuncia «tutto in salita», secondo il ministro degli esteri,Emma Bonino. Un summit nato all’insegna caotica del passo in avanti seguito dalla clamorosa retromarcia del segretario della Nazioni Unite Ban ki-Moon sulla presenza dei delegati di Teheran. Il frastuono della gaffe Onu, ha messo in per un momento in ombra  le forti reciproche diffidenze tra rappresentanti di Damasco e la frammentata opposizione siriana.

L’inizio dei lavori si è avuto alle 9, con il benvenuto del presidente svizzero Didier Burkhalter. Poi ha turno hanno preso la parola il segretario generale dell’Onu, Ban ki-Moon, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, il segretario di Stato Usa John Kerry, il ministro degli Esteri siriano Walid Muallem, il presidente della Coalizione dell’opposizione siriana Ahamd Jarba. La conferenza internazionale si è aperta fra le scintille delle due parti in causa. Interventi «pesanti» da parte del ministro degli Esteri di Assad Walid Muallem e del presidente della Coalizione nazionale siriana, Amhad Jarba – che si sono lanciati a distanza pesanti accuse di connivenza con il terrorismo e di massacro del popolo siriano. In apertura dei lavori, l’appello conciliante di Ban Ki-moon è sembrato ancora molto lontano dai toni violenti del dibattito. La conferenza, ha ricordato il segretario generale dell’Onu, rappresenta «l’opportunità di mostrare unità per una soluzione politica del conflitto siriano.  Rivolgendosi alle delegazioni siriane, quella del governo e dell’opposizione, il leader dell’Onu ha sottolineato l’importanza di “negoziare in buona fede». Fatelo per il vostro futuro, ha precisato, dicendosi «contento che le delegazioni siano qui» e ringraziandole per avere accettato l’invito. 

«Dobbiamo affrontare la realtà: Assad non farà parte di questa transizione politica in Siria, un uomo non può tenere un Paese e l’intera regione in ostaggio», ha ribadito il segretario di Stato Usa. Le delegazioni siriane che partecipano alla conferenza hanno «una responsabilità storica». Lo ha sottolineato il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov durante il suo intervento, nel quale ha anche detto che alcuni gruppi “patriottici” di opposizione siriana e l’Iran dovrebbero agganciarsi ai colloqui di Ginevra 2. Secondo le parole di Lavrov, la Siria si sta trasformando in un centro del terrorismo internazionale con estremisti destinati a seminare caos nel mondo e a creare un’atmosfera aliena di intolleranza nel Paese.

A seguire, gli interventi dei capi di tutte le altre delegazioni tra cui Cina, Francia, Gran Bretagna e Italia. Sono 45 le delegazioni invitate alla conferenza: dai Paesi del gruppo, Amici della Siria, all’Unione europea, dalla Lega araba alla Santa Sede. Dopo la giornata del 22 gennaio a Montreux, veri  negoziati tra il regime di Damasco e l’opposizione inizieranno venerdì 24 gennaio a Ginevra, con la mediazione dell’inviato speciale di Onu e Lega araba Lakhdar Brahimi. Scopo di Ginevra 2 provare a chiudere la guerra civile siriana che va avanti ormai da due anni.  L’obiettivo della maratona diplomatica è la creazione di un governo siriano di transizione che includa rappresentanti del regime e dei ribelli portando infine a libere elezioni. Governo e ribelli partecipano alla conferenza, ma tra le parti la distanza e’ misurabile in anni luce.

Bashar al Assad vuole continuare ad essere leder anche nell’eventuale governo di transizione, e non intende avere al governo nessun rappresentante dell’opposizione anti regime. Il boss di Damasco è inoltre pronto a ricandidarsi per un terzo mandato nelle presidenziali del prossimo giugno. Il tutti contro tutti dei nastri di partenza è aggravato dalla frantumazione dell’opposizione. La Coalizione nazionale siriana, a sua volta spaccata al suo interno, sarà della partita anche se in molti tra le sue fila vorrebbero boicottare Ginevra 2. Assente invece l’Esercito siriano libero e il Fronte islamico. I gruppi più estremisti e legati ad Al Qaeda non sono stati invitati. Oltre all’Onu e alla Lega Araba, le delegazioni di governo e ribelli, al dibattito sul futuro di Damasco partecipano  trenta nazioni. Tra queste,  Paesi sostenitori dei ribelli come Qatar, Arabia Saudita, Turchia, e Stati confinanti colpiti più o meno direttamente dalla crisi, come Iraq e Libano. Unico vero sostenitore di Assad sarà la Russia.

L’Iran invece, vero arsenale del regime alavita, è stato prima invitato e poi escluso dalle trattative partite mercoledi 22 gennaio all’Iran. Tra le nazioni europee ci saranno Francia, Spagna, Regno Unito e Italia. Non mancheranno, ovviamente, gli Stati Uniti. Il ruolo dell’Italia è meno marginale di quello che si possa pensare: secondo partner commerciale europeo dell’Iran dopo la Germania, l’Italia si è comunque trovata tagliata fuori da tutte le trattative che riguardano il nucleare iraniano, trovandosi così incapace di influire sul corso della vicenda. Il lavoro del ministro degli Esteri Bonino punta però proprio a ribaltare questo handicap cercando di far tornare Roma attore di primo piano nei rapporti internazionali di Teheran. Da qui, visto il ruolo fondamentale svolto dall’Iran nella crisi siriana, l’Italia dovrà riuscire a tornare protagonista nella conferenza di pace.

Su quanto avviene nella cittadina svizzera si è concentrato anche il Papa, stamani all’udienza generale. Riferendosi alla Conferenza internazionale il Pontefice ha chiesto di non «risparmiare sforzi per giungere con urgenza alla cessazione della violenza e alla fine del conflitto, che ha già causato troppe sofferenze». Cosi  Francesco si è rivolto ai diplomatici presenti a Ginevra 2. Alle strade che potrebbero aprirsi in Medio Oriente  in caso di successo della diplomazia internazionale il Pontefice si e’ richiamato anche al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro.  «Oggi si apre a Montreux in Svizzera una Conferenza di sostegno alla pace in Siria, alla quale faranno seguito i negoziati che si svolgeranno a Ginevra a partire dal 24 gennaio». Il Pontefice ha poi invatato tutti  a «cercare unicamente il maggior bene del popolo siriano, tanto provato» e, pregando Dio affinché «tocchi i cuori di tutti», Francesco ha auspicato per la Siria «un cammino deciso di riconciliazione, di concordia e di ricostruzione con la partecipazione di tutti i cittadini, dove ognuno possa trovare nell’altro non un nemico, non un concorrente, ma un fratello da accogliere e abbracciare».

Il 44mo vertice economico di Davos punta sul vecchio mondo. Secondo il think tank di finanza e politica mondiale,  nel 2014 a fare la differenza saranno Stati Uniti, Giappone, Germania e Regno Unito. Sono in molti a sostenerlo ed era da più di cinque anni che non si ascoltavano discorsi di questo tipo. Netta la svolta con l’aria di cupo pessimismo che si respirava esattamente un anno fa nella cittadina svizzera. L’aria di ripresa coinvolge cautamente anche l’Italia. Come ogni anno PwC, una delle maggiori multinazionali della consulenza, ha intervistato oltre 1300 capi azienda in tutto il mondo. Il sofisticato sondaggio è stato presentato anche questo come d’abitudine all’inaugurazione del World Economic Forum. La ricerca mette in risalto come siano più numerosi rispetto allo scorso anno i ceo convinti di poter aumentare il proprio fatturato nei prossimi dodici mesi e 36 mesi.

L’ottimismo partito dal cortile di casa si riversa anche sull’economia globale. I big aziendali che prevedono un miglioramento della ripresa economica mondiale sono passati dal 18% dell’anno scorso al 44% di quest’anno. Al contrario i pessimisti sono scesi dal 28% del 2013 al 7%. Clamoroso è il fatto l’entusiasmo parta dai manager della vecchia Europa. Gli stessi imprenditori  che solo un anno fa si strappavano le vesti non vedendo nessuna luce alla fine del tunnel. Più ottimisti persino dei loro colleghi cinesi e americani, operanti in economie con tassi di crescita ben più vivaci. E’ chiaro quanto non si veda l’ora di uscire da una quaresima troppo lunga.

Le interviste di PwC cercano di capire anche quali sono le preoccupazioni dei capi azienda e tra le risposte più gettonate c’è l‘inefficacia della politica economica. I ceo più preoccupati per la situazione dei conti pubblici non sono gli italiani ma i loro colleghi americani, argentini e francesi.  Altrettanto quelli più infastiditi dalle troppe regole non sono i nostri concittadini soffocati dalla burocrazia ma francesi, australiani, indiani e tedeschi. Gli italiani più di altri lamentano il carico fiscale.  Un altro interessante sondaggio, con l’obiettivo di individuare i principali trend dei prossimi anni, è stato fatto direttamente dal World Economic Forum. Oltre ai crescenti rischi del cybercrime,  all’esplosione in numero e dimensioni delle megalopoli, allo spostamento del potere economico verso altre aree geografiche ai primi posti delle incertezze imprenditoriali ci sono la perdita di efficacia e credibilità delle politiche economiche e la fragilità dei valori dei leader. La prima questione pone un problema di strumenti dell’ economia globalizzata. La seconda  riguarda la capacità di selezione della democrazia, del capitalismo, dei corpi intermedi.  Difficile che la soluzione a questi rebus possa arrivare dai quattro giorni di forum. I leader sotto accusa sono tutti a quasi presenti a Davos. Gli fischiassero almeno le orecchie un primo risultato sarebbe stato raggiunto.

È di nuovo battaglia nel centro di Kiev, dove la mattina di mercoledì violenti scontri sono esplosi tra manifestanti anti-governativi e forze di sicurezza. In mezzo gli autobus incendiati domenica scorsa. Parte dei dimostranti ha bersagliato gli agenti con petardi, sassi e bottiglie incendiarie. La polizia, munita di scudi anti-sommossa, ha risposto con lancio di lacrimogeni, caricando la folla e sfondando le barricate. Tre i manifestanti rimasti uccisi, numerosi gli arresti. Secondo quanto riferito da medici e dimostranti sull’account Twitter di EuroMaidan, il comitato organizzativo della resistenza ucraina contro il presidente Viktor Yanukovych, i poliziotti hanno lanciato pietre e lastre prese dalla pavimentazione stradale insieme alle granate di gas lacrimogeni, ferendo molte persone.  «Il ministro dell’Interno, il sanguinario assassino Vitaliy Zakharchenko, è responsabile di atti di terrore  dittatura contro i cittadini»  accusano i principali partiti di opposizione.

Sui nuovi scontri l’Unione Europea ha chisto a Kiev di porre immediatamente fine agli episodi di violenza che stanno causando vittime nel Paese. Il presidente Yanukovych ha convocato i partiti d’opposizione per cercare di trovare una mediazione alle violenze in corso. Ci saranno Arseniy Yatsenyuk, dell’Unione Pan-Ucraina ‘Patria’, partito dell’ex premier Yulia Tymoshenko, l’ex campione di pugilato Vitaly Klitschko, dell’Alleanza Democratica Ucraina per le Riforme, e Oleh Tiahnybok dei nazionalisti di Svoboda. Intanto gli organizzatori della protesta hanno denunciato la morte in ospedale di due compagni, rimasti gravemente feriti nei tumulti. La Procura generale ucraina ha confermato in un comunicato che le vittime sono rimaste uccise in seguito a ferite d’arma da fuoco negli scontri della notte in centro a Kiev. Un terzo dimostrante è morto cadendo da una colonnata all’ingresso dello stadio della Dinamo Kiev, dove sono scoppiati i primi tumulti.

Dopo aver inizialmente ripiegato sulle posizioni precedenti nel cuore di Kiev, le unità speciali della Berkut sono tornate all’offensiva smantellando le barricate erette dai manifestanti pro-Ue lungo via Hrushevsky, la strada che conduce alla sede della Rada Suprema, il Parlamento ucraino. La folla ha reagito dando vita a ulteriori disordini e bersagliando con pietre e bottiglie incendiarie gli agenti. Le forze di sicurezza sono tornate alla carica sospingendo i dimostranti lontano dalla sede stradale. Alcune fonti nel frattempo hanno confermato che il cadavere del contestatore ferito a morte sulla stessa via, sarebbe un giovane non ancora identificato originario di Dnipropetrovsk. La vittima presentava due lesioni da arma da fuoco, una alla testa e l’altra al torace. Le fonti hanno tenuto a puntualizzare anche che i poliziotti schierati in via Hrushevsky non possedevano armi. Dopo la presa di posizione di ieri della Casa Bianca, l’ambasciata Usa a Kiev ha annunciato sanzioni contro un certo numero di cittadini ucraini. «In risposta alle azioni contro i manifestanti su piazza Maidan, nel novembre e dicembre dello scorso anno, l’ambasciata degli Stati Uniti ha revocato diversi visti ai cittadini ucraini legati all’uso della forza. Stiamo valutando ulteriori provvedimenti contro i responsabili delle violenze in corso».

Lettere con minacce terroristiche legate alle Olimpiadi invernali di Sochi sono arrivate nelle sedi dei comitati Olimpici di Italia e Ungheria. La notizia, appresa dall’Ansa, è stata confermata da fonti internazionali. Ha ricevuto minacce anche la Slovenia. «Il Comitato Olimpico Nazionale Italiano manifesta fiducia e serenità nelle misure di sicurezza che sono state garantite dagli Organizzatori al Cio, alle Federazioni Internazionali e ai Comitati Olimpici». Così il Coni in una nota a proposito delle minacce terroristiche ricevute.«Ci sarà un controllo enorme. Vivremo in pratica chiusi nel nostro villaggio, in quota, vicino alle piste. Insomma, sarà un’Olimpiade da prigionieri, ma ce l’aspettavamo». Così il direttore tecnico della nazionale maschile di sci alpino, Claudio Ravetto, commenta all’Ansa le minacce giunte al Coni.  «E’ inaccettabile minacciare lo sport. Lo sport è uno strumento di pace e dialogo tra i popoli. Solidarietà al Coni». Lo scrive su Twitter il ministro per lo Sport, gli Affari regionali e le Autonomie, Graziano Delrio.

«Tutte le possibili misure per la sicurezza sono già in atto» e «Sochi oggi è la città più sicura in Russia». Lo afferma l’ambasciatore russo presso la Ue, Vladimir Chizov, che minimizza le minacce arrivate al Coni: «Era prevedibile. I giochi olimpici attraggono sempre i ‘cattivi’ ed i ‘pazzi’. Sono un evento che qualcuno può provare ad usare per promuovere se stesso e diventare famoso». Ricordando Monaco ’72 e Atlanta ’96, il diplomatico però non nega che «ci potrà essere qualcuno che cercherà di mettere in pericolo i Giochi». Il Comitato olimpico internazionale (Cio) conferma che alcuni comitati olimpici nazionali hanno ricevuto un messaggio elettronico che potrebbe far pensare a rischi di attentati terroristici, ma esprime prudenza. «Il messaggio è stato effettivamente trasmesso», ma si ritiene che «non si tratta di una minaccia terroristica ma di un messaggio aleatorio mandato da un privato», ha dichiarato all’Ansa da Losanna Emmanuelle Moreau, capo dell’ufficio stampa del Comitato internazionale olimpico. «Ogni credibile informazione è trasmessa ai servizi di sicurezza pertinenti», ha aggiunto. La portavoce riconosce che uno strano messaggio «e’ stato mandato al comitato olimpico ungherese ed è stato ricevuto da diversi altri comitati nazionali olimpici, di cui non possiamo svelare i nomi». Il Cio ricorda che la sicurezza rappresenta un tema estremamente importante, tuttavia, aggiunge Moreau, «in questo caso sembra molto probabile che l’email mandata a diversi comitati non contenga minacce. Si tratta molto probabilmente di un messaggio aleatorio mandato da un privato».

I servizi israeliani hanno arrestato tre terroristi di una cellula di Al Qaida di Gerusalemme Est che progettavano attentati anche contro l’ambasciata Usa a Tel Aviv. Secondo lo Shin Bet (il servizio di sicurezza interno di Israele), i tre erano stati ”reclutati on line” da operativi di Al-Qaida a Gaza. Tra gli obiettivi, anche un centro congressi a Gerusalemme, autobus tra la città e l’insediamento ebraico di Maaleh Adumim in Cisgiordania.

Altri 35 sospetti militanti islamici sono stati uccisi la notte scorsa in una serie di estesi bombardamenti delle forze pachistane lungo il confine con l’Afghanistan. Lo riferisce Express News. I raid hanno interessato alcuni sospetti covi nella valle di Tirah, nel distretto tribale di Khyber, e sono stati condotti con l’impiego di cacciabombardieri ed elicotteri. Ieri, secondo fonti militari, erano stati uccisi 40 insorti in un’altra operazione nel remoto distretto Nord Waziristan.

 

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