lunedì, Aprile 12

Montenegro verso UE e NATO

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La Russia postcomunista sta, o stava fino a ieri, facendo del suo meglio per recuperare una tradizionale presenza ed influenza nell’area balcanica, tipicamente instabile e spesso divisa oppure oscillante tra Est e Ovest. Lo è stata a lungo durante la ‘guerra fredda’, nonostante la prevalente spaccatura del resto dell’Europa in blocchi più o meno duramente contrapposti, e tende ad esserlo nuovamente oggi, con i rapporti tra Mosca e Occidente volgenti pericolosamente al brutto. Allora la Jugoslavia, comunista a suo modo nonché neutrale o non allineata, costituiva una grossa zona grigia tra la porzione balcanica dello schieramento atlantico euro-americano, limitata alla Grecia e alla piccola fetta continentale della Turchia, e la più ampia porzione regionale (Romania e Bulgaria) del ‘campo socialista’ dominato dall’Unione Sovietica anche attraverso l’organizzazione politico-militare del Patto di Varsavia.

All’eccezione jugoslava si aggiunsero ben presto quella dell’Albania, sottrattasi al controllo di Mosca per affidarsi temporaneamente ad un meno ingombrante legame con la lontana Cina, e poi ancora una parziale dissociazione della Romania dall’alleanza orientale. Finita la ‘guerra fredda’, i benefici insiti nell’evento furono in parte annullati dalla frantumazione aspramente conflittuale della stessa Jugoslavia, favorita anche dalle diverse attrazioni esterne delle sue componenti. La proverbiale ‘balcanizzazione’ ne venne addirittura esasperata. Emersero infatti sette nuovi Stati indipendenti in luogo delle sei repubbliche federate preesistenti, con la piena emancipazione del Kosovo a maggioranza albanese dopo il sanguinoso scontro con la Serbia (che non l’ha mai riconosciuto a tutti gli effetti) e il decisivo intervento militare occidentale.

Ne è scaturito anche l’inedito spauracchio di una grande Albania, allarmante, oltre che per i serbi, per le altre due repubbliche ex jugoslave con problemi di minoranze, la Macedonia e il Montenegro. Come se non bastasse quello, ancora lontano da una soluzione rassicurante, della pacifica convivenza tra serbi, croati e musulmani nella Bosnia-Erzegovina. Tutto ciò agevolò la sostanziale esclusione dai Balcani della nuova Russia, guardata con antica simpatia dalle popolazioni e/o dai governi dei paesi slavi meridionali, Bulgaria inclusa (a differenza della neolatina Romania), ma ancora troppo debole economicamente e politicamente per poter reggere qualsiasi confronto con l’Occidente e le sue organizzazioni, a loro volta in fase incontenibilmente espansiva.

Solo dopo l’avvento al Cremlino di Vladimir Putin una politica estera russa più assertiva e ambiziosa ha potuto dispiegarsi con risultati di qualche rilievo anche nella penisola balcanica. Grazie, soprattutto, alle copiose forniture di petrolio e gas, all’impegno nel coltivare la comunanza religiosa e all’appoggio diplomatico fornito su alcune questioni scottanti ai governi della regione, generalmente trattati come amici naturali. Ciò non è bastato neppure a rallentare il loro progressivo avvicinamento all’inclusione nell’Unione europea e nella NATO, per quanto spesso controverso in sede domestica e comunque non improntato a intenti antirussi. Lo ha semmai accompagnato, talvolta, qualche sospetto che l’amicizia con Mosca venisse curata e ostentata strumentalmente, per premere cioè ad ogni buon fine sugli interlocutori occidentali.

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