domenica, Settembre 26

Mont’e Prama e i suoi Giganti field_506ffb1d3dbe2

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Monte Prama

La recente notizia apparsa sulla stampa locale della sospensione delle ricerche nel sito di Mont’e Prama in Sardegna nella zona del Sinis vicino a Cabras, condotte dai tecnici della Soprintendenza dei Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano in collaborazione con le Università di Sassari e Cagliari, ha suscitato molto scalpore. Tuttavia questa informazione si è rivelata senza fondamento perché, come ci ha riferito l’attuale responsabile per la Soprintendenza, Alessandro Usai, l’interruzione della ricerca per un breve periodo è dovuta a motivi tecnico-organizzativi e riprenderà quanto prima perché non è intenzione degli studiosi abbandonare lo scavo, che nel frattempo sarà protetto e vigilato grazie alla collaborazione delle forze dell’ordine. I duecentomila euro stanziati dalla Regione per il progetto ‘Archeologia Mont’e Prama’ sono ancora largamente disponibili, poi vi sono le risorse fornite dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo da cui dipende la Soprintendenza: quindi la ricerca di fondi tramite il crowdfunding popolare invocata per il proseguimento delle ricerche è soltanto un’iniziativa privata fatta con intenti lodevoli, ma non necessaria per assicurare la continuità degli scavi e della ricerca archeologica nel sito. Analogamente, è sempre frutto di una volontà personale l’aver coinvolto le istituzioni locali con visite sull’area degli scavi al fine di suscitare interesse per questa ricerca, laddove la tutela del sito è ampiamente gestita con contatti quotidiani con la Regione e con il Ministero dagli uffici della Soprintendenza ad essa preposti.

L’importanza di Mont’e Prama sta nel rinvenimento negli anni Settanta del secolo scorso di una trentina di statue monumentali in pietra, molto frammentate, raffiguranti pugili provvisti di scudo, arcieri e guerrieri, in un sepolcreto articolato in più fasi e vicino ad un tracciato viario. Dalla stessa area provengono anche betili (ovvero cippi funerari) e modelli di nuraghe. Vi furono quattro campagne di scavo effettuate tra il 1975 e il 79, poi le statue vennero restaurate nel 2005 con i fondi stanziati dal Ministero e dalla Regione Sardegna e ricomposte dal personale del CCA (Centro di Conservazione Archeologica di Roma) presso i locali del Centro per il restauro e conservazione dei beni culturali di Li Punti a Sassari che fu aperto al pubblico per tutta la durata dell’intervento. La datazione delle statue oscilla dal IX all’VIII secolo a.C. e le pone come le raffigurazioni a tuttotondo più antiche del Mediterraneo dopo quelle egizie e antecedenti ai kouroi della Grecia. Le sculture sono una sorta di monumentalizzazione della necropoli, e presuppongono una committenza vicina all’aristocrazia localelegata ad artigiani orientali venuti per tramite dell’Etruria e cheoccupava un posto di prestigio nella società del posto.

Abbiamo intervistato Alessandro Bediniesperto di Protostoria e già dirigente presso la Direzione Generale del MiBACT.

Perché il sito di Mont’e Prama è così importante dal punto di vista archeologico?

Il sito si trova nel Sinis, una regione di per sé fondamentale in Sardegna, perché è un territorio di frontiera tra il Campidano e i Montiferru a Nord, presso la valle del Tirso. Quest’area si trova tra la zona di approdo di Tharros, dove sono arrivati i Fenici, e Sant’Imbenia a Nord, altra zona archeologica con un approdo molto importante per il commercio di materiali importati dal vicino Oriente e anche dall’Eubea. È un’area frequentata dall’Età del Bronzo Medio e Recente, nella quale esistono un centinaio di nuraghi e insieme anche villaggi post-nuragici della prima Età del Ferro: si tratta di un’area densamente abitata, sia perché è di transito, sia perché la natura favoriva gli approdi tra il mare e le lagune dello stagno di Cabras, con aree non montuose, ma collinari e vallive, a vocazione agricola e anche per allevamento di bestiame. È inoltre una zona con molte presenze archeologiche non sfruttate e non ancora indagate, che possono riservare molte sorprese. I due nuraghi importanti sono: quello di Cann’e Vadosu, vicino a Mont’e Prama, e  quello di S’Uraki, che vuol dire il Grande Nuraghe, più a nord, ai piedi dei Montiferru presso San Vero Milis: in esso sono stati ritrovati anche oggetti orientali, importati dai Fenici. Nello scavo del Mont’e Prama si è trovato un sepolcreto di particolare estensione e consistenza, che risale al passaggio fra l’Età del Bronzo e la prima Età del Ferro, con pozzetti che sono tombe a incinerazione, analoghe a quelle di Cabras e di Is Arutas, sempre all’altezza di Mont’e Prama, ma sul mare. A Mont’e Prama lo scavo ha restituito per la prima volta un numero abbastanza rilevante di queste tombe, il che significa che si tratta di una zona di sepoltura collettiva, molto antica ed abbastanza rara in Sardegna. È per ora un fatto isolato, ma potrebbe essere dovuto al caso. A Mont’e Prama lo scavo del sepolcreto ha evidenziato queste tombe più antiche con una successiva fase che vede lo costruzione di un lastricato, che conserva all’interno altre tombe di età successiva. C’è poi una sistemazione definitiva dell’area lungo il lato occidentale, che era costeggiato da un percorso stradale. È proprio in questa zona, su queste nuove tombe che ne regolarizzano il bordo occidentale, che vengono erette le grandi statue. L’area di Mont’e Prama è importante perché è la prima necropoli monumentalizzata con uno sviluppo che dura nel tempo, partendo dall’inizio dell’Età del Ferro; non c’è accordo tra gli archeologi sulla data di fine del sepolcreto e sulla cronologia delle statue. C’è chi pensa che esse risalgano al Bronzo finale e siano quindi legate a un tipo di sepoltura più antica, come quella delle tombe dei Giganti, poi successivamente trasferite nei pressi; mentre altri, come il sottoscritto che ha scavato nel 1975 e Tronchetti, che ha continuato gli scavi nel 1977 e 1979, sulla base dei dati di scavo (ora di dominio pubblico perché finalmente sono stati stampati, mentre un’altra pubblicazione, ancora più dettagliata, è in corso da parte della Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano) vedono molto chiaramente un nesso speculare fra queste statue e le tombe che segnano la terza fase l’ultima fase del sepolcreto limitandolo lungo la strada. Nella zona da me scavata sono stati trovati pochi frammenti di statue, perché l’area era stata già arata intensamente, come mostravano i numerosi lastroni di copertura delle tombe ammucchiati lungo il confine del terreno. Le statue erano già state prelevate e poi recuperate dalla Guardia di Finanza. Il posto è stato scelto proprio in base alle indicazioni dei locali che lo indicavano come il luogo della provenienza di questi simulacri. Ho trovato frammenti e non intere statue (che erano collocate subito a Sud del punto dove mi ero fermato con lo scavo per motivi di tempo), e soprattutto modelli di nuraghe. Nel 1977 Tronchetti ha ripreso lo scavo da dove lo avevo lasciato, e sono cominciate ad emergere le statue che colmavano l’avvallamento, che poi era la strada stessa, lungo la quale vi erano queste tombe particolari, a pozzetto molto profondo chiuso da un lastrone su cui poggiavano le statue. Queste tombe non contengono materiali di corredo, tranne una, scavata da Tronchetti, con uno scarabeo fenicio di avorio datato intorno alla metà dell’VIII secolo. Esse possono essere datate alla seconda metà dell’VIII secolo. Come si diceva prima, c’è tra gli studiosi chi pensa che l’area sia stata distrutta dopo poco tempo con l’arrivo dei Fenici a Tharros, ma secondo me c’è una certa durata di vita dei simulacri, forse anche prolungata nel tempo fino al VI secolo a.C., con una loro riproduzione continua. Essi non sono stati eseguiti tutti contemporaneamente, perché anche le tombe non sono state realizzate tutte nello stesso tempo. Abbiamo anche ritrovato frammenti e schegge delle statue nel riempimento di alcune tombe, soprattutto quelle scavate da Tronchetti, il che vuol dire che c’era una loro lavorazione sul posto, dovuta anche ad una loro continua manutenzione. Ci sono poi motivi stilistici che fanno pensare ad una prosecuzione nel tempo della realizzazione delle statue, come appunto l’impugnatura degli scudi da parte di certi arcieri con il pollice ripiegato, stilema che si trova nella statuaria greca a partire dall’ultimo quarto del VI secolo a.C. Questo è uno stilema molto interessante che compare non solo nella statuaria, ma anche nella ceramica attica a figure nere, diventando comune in quella a figure rosse, ma anche su avori rinvenuti nel Santuario di Delfi, nel Donario di Creso (siamo alla fine della prima metà del VI secolo).

Ci parla quindi delle gigantesche statue del Mont’e Prama in pietra ritrovate in frammenti e ricomposte?

A Mont’e Prama sono stati trovati anche cippi di tradizione nuragica, quindi più antichi delle statue, e altari a forma di modelli di nuraghe, già noti da altri rinvenimenti, nella sua seconda fase, forse come segnacoli delle tombe. Abbiamo trovato all’interno della piattaforma lastricata una base rotonda, che molto probabilmente serviva di appoggio per uno di questi modelli, di forma circolare, che rappresentano in forme monumentali nuraghi semplici, complessi con torri e bastioni. Le statue sono invece una novità per la Sardegna, in quanto non erano state mai rinvenute in altre zone. La loro quantità ha fatto sì che siano passati circa 40 anni per poterne comprenderne l’importanza , in quanto esse hanno richiesto un lungo periodo di di restauro: infatti una cosa è recuperarle in frammenti, e altra è vederle ricomposte. Sono per ora 25 esemplari, la cui caratteristica comune è quella di rappresentare figure ben precise e dettagliate da particolari che le identificano come pugili con uno scudo (e sono quelle in numero maggiore: 16), come arcieri (in numero di 5 o 6 ricostruite) e come guerrieri (2): questi ultimi possono essere dei capi perché hanno una particolare guarnizione in vita, ossia una fascia con un lembo che ricade con una frangia, caratteristica dell’abbigliamento regale in Oriente. L’importanza di queste statue è quella di documentare in Sardegna l’affermarsi, nell’VIII secolo, di élites aristocratiche. Lo stesso avviene anche nell’Italia tirrenica dell’età Orientalizzante, con ricchissimi corredi funerari, come la Tomba del guerriero di Tarquinia, una delle più antiche, o come la tomba Regolini Galassi dell’area ceretana, o quella di Palestrina, e infine quelle scavate nel Lazio alle porte di Roma a partire dagli anni Settanta sulla Laurentina, a Castel di Decima e a Ficana : si tratta di sepolture a pseudo camera, sia maschili che femminili, con carri, oggetti da parata in bronzo, scudi, sgabelli e probabilmente anche troni in legno, quindi deperibili, attestati in bronzo a Palestrina nella Tomba Barberini e in legno a Verucchio nelle tombe dalla fine del IX al VII secolo. In area tirrenica queste famiglie aristocratiche sono ben connotate e riconoscibili, mentre in Sardegna le tombe sono rare, forse per difetto di ricerca archeologica, forse per diversi rituali funerari. In Sardegna non si riteneva necessario che il morto fosse accompagnato da un particolare corredo, a causa di una diversa concezione di vita ultraterrena. La presenza di queste statue fa pensare che ci dovesse essere una committenza, ossia delle persone interessate a realizzarle, che dovevano pertanto occupare un posto di preminenza nell’ambito della loro società, come avviene nello stesso tempo nell’area tirrenica. Un altro elemento importante è lo stretto rapporto fra questa tipologia scultorea e la bronzistica, ossia con i cosiddetti ‘bronzetti sardi’, che rappresentano anch’essi figure di pugili, guerrieri e arcieri. Questo pone un altro problema: se vengano prima cronologicamente le statue o i bronzetti. Io ritengo, come anche altri, che la statua sia un punto di arrivo, una monumentalizzazione della piccola plastica, come succede anche in Etruria, dove si trovano le statue di Ceri in una tomba a camera con una coppia seduta in trono con il poggiapiedi scolpite ad altorilievo nel tufo, o quelle a tuttotondo di Casale Marittimo, che sono della fine VIII e inizi del VII secolo; altri esempi si trovano nell’area abruzzese e adriatica, prima fra tutte il guerriero di Capestrano. In Sardegna era già presente una produzione di bronzetti di tipo schematico di tradizione siriana e fenicia, a cui si sostituisce improvvisamente una produzione analoga a quella della bronzistica anatolico-urartea, che mette in risalto ogni minimo dettaglio delle armature (elmi, corazze, schinieri, spade, archi, frecce, faretre) e dell’abbigliamento in genere, particolari che si trovano identici anche nelle nostre statue. È impressionante come ci sia questa esplosione di dettagli nella rappresentazione di queste figurine. Molto probabilmente, secondo me, c’è stato un arrivo in Sardegna di artigiani orientali tramite l’Etruria: infatti se oggi l’isola è vista come isolata, in epoca così antica era al centro dei traffici del Mediterraneo. Gli artigiani orientali danno nuovo impulso a questa produzione di bronzetti con l’apporto dei loro miti e della loro mentalità, anche se questo aspetto è difficile da poter cogliere, ma sicuramente si evince da vari dettagli, come le frequenti rappresentazione di figure animali o umane mostruose, ad esempio con due teste o quattro braccia. Queste statue, più che rientrare nel fenomeno ‘orientalizzante’ come quello attestato nell’area tirrenica e che è mediato dall’ambiente greco, hanno una diretta derivazione orientale. La rappresentazione dei volti stessi, con gli occhi così allucinati, che si ritrovano anche nelle teste del Gargano, è tipica di una tradizione che risale all’arte sumera e che in Oriente dura per millenni. Questo ritrovamento apre uno scenario nuovo che comporta quindi un ripensamento sui cosiddetti ‘bronzetti sardi’, purtroppo di difficile datazione, perché tutti quelli che sono conservati nei musei sono con provenienza senza contesto e senza dati di scavo. Essi vengono in genere dai santuari, tranne due, cronologicamente databili allo stesso periodo delle statue, che provengono da una tomba di Sardara.

Come è la situazione degli scavi in Italia e dei finanziamenti che li sostengono?

Posso dire per esperienza che gli scavi in Italia sono finanziati dallo Stato e per lo più legati a progetti speciali, come a Roma per il Palatino o Pompei, oppure legati ad interventi di urgenza. Attualmente sono legati a progetti particolari, di grande importanza, o a interventi di minore portata, in casi urgenti di crolli e per necessità di restauro. La maggior parte degli scavi si svolgono in Italia sono dovuti a motivi di archeologia preventiva, e non sono finanziati dallo Stato, ma da coloro che vogliono realizzare progetti di interesse pubblico, come grandi opere che la nuova normativa nel Codice dei Beni Culturali all’articolo 28 prescrive, mentre per la realizzazione di interventi edilizi privati ci si avvale delle normative locali sia comunali che regionali. L’altro filone che porta alla ricerca sul terreno è quello degli scavi in concessione all’Università, a scuole straniere, che hanno una finalità esclusivamente di ricerca scientifica. Essi in genere avvengono su terreno demaniale. Lo scavo in Italia è legato allo Stato, perché la proprietà di quello che giace nel sottosuolo è dello Stato e quindi la possibilità di intervenire con lo scavo è concessa solo alle Soprintendenze. Nessun altro, a meno che non abbia i requisiti di affidabilità o in concessione da parte del Ministero e con il controllo delle Soprintendenze medesime, può scavare.

La Regione ha finanziato con oltre 200 mila euro il progetto denominato ‘Archeologia Mont’e Prama’. Cosa si è scoperto durante gli scavi?

Poco so dell’andamento degli scavi iniziati quest’anno verso maggio-giugno. Sarebbe auspicabile completare l’esplorazione dell’area del sepolcreto, anche limitandosi a saggi mirati. La ricerca attuale ha previsto una campagna di prospezione tramite geo-radar, con l’applicazione di nuove tecnologie e apparecchiature innovative, che comunque richiedono sempre necessariamente poi l’opera dello scavo. È stato fatto uno scavo più a sud est rispetto alla zona del sepolcreto, alla ricerca di un possibile insediamento, la cui collocazione è ancora da chiarire. Il 17 luglio, nell’Aula Magna della Facoltà di Ingegneria di Cagliari, ci sarà la presentazione dei dati recenti dello scavo diretti dalla Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano, con l’ispettore di zona Alessandro Usai, e la collaborazione dell’Università di Sassari con il professor Raimondo Zucca, oltre alle ricerche del geo-radar fatte dall’ingegnere Gaetano Ranieri, alla presenza del Soprintendente Minoja.

Cosa possono fare gli abitanti di Cabras e della Sardegna per sensibilizzare sul problema scavi a Mont’e Prama?

Gli abitanti di Cabras possono fare ben poco, a meno che non vogliano ricorrere ad una ricerca di massa per i fondi. Questo potrebbe essere il caso perché, se gli abitanti e la popolazione stessa vogliono, si possono attivare per richiedere un intervento politico, o quanto meno un interessamento (la Sardegna è infatti una regione autonoma e quindi anche con delle possibilità diverse rispetto alle altre) per stanziare, come ha fatto per il restauro delle statue, una cifra abbastanza rilevante anche per un nuovo museo, oltre che per la valorizzazione dell’area archeologica. La popolazione può sensibilizzare la parte politica per ottenere la creazione di questa realtà, anche se sarà molto difficile creare un nuovo museo, perché significa affrontare spese di gestione e di personale, a fronte però di nuove opportunità di lavoro. I beni archeologici possono creare una filiera che può essere utile dal punto di vista economico, non solo perché attiva il turismo, ma anche per creare nuovi posti di lavoro per i locali. Gli abitanti di Cabras possono pertanto sia proporre progetti, sia darsi da fare per raccogliere fondi in tal senso.

Il crowdfunding applicato al vostro settore funziona in Italia?

Io sono molto scettico su questi metodi di raccolta globale di fondi, perché sono metodi che vengono dall’estero, come già indica il nome. Io detesto questo uso dei termini stranieri e in Italia il termine si traduce in ‘colletta’. Come può una nazione, come la nostra, ricca di beni culturali, far colletta per i suoi beni? Secondo me una nazione civile, che figura tra le prime dieci per importanza economica, non può ridursi a questo. Lo Stato deve fare la sua parte e finanziare la ricerca. Per casi particolari si possono innescare questi processi virtuosi da parte della popolazione, di comunità, di gruppi di persone per attuare una raccolta fondi. Questa procedura che viene dal mondo anglosassone, come le ‘digventures’, associazioni di scavo di recente costituzione per la ricerca archeologica, possono avvenire in quei paesi che hanno una mentalità e una legislazione diversa, per cui quello che è sottoterra è di proprietà di chi possiede il terreno, diversamente dall’Italia. Da noi non è pensabile che uno si possa mettere a raccogliere fondi per fare uno scavo. Da noi lo scavo lo fa solo lo Stato e significa tutta una serie di pratiche amministrative: dal progetto, alla perizia, all’occupazione del suolo pubblico, perché se il terreno è demaniale è un conto, se è privato bisogna fare tutta la procedura per l’occupazione che comporta spese non indifferenti ,sia per le pratiche, sia poi per risarcire il proprietario per il mancato uso del terreno. Nel mondo anglosassone queste associazioni offrono a quelli che aderiscono, dei pacchetti, tra cui la partecipazione allo scavo: ma da noi non è pensabile che uno paghi per andare a scavare, se non ha le competenze per farlo. Per non parlare delle difficoltà di ospitare in un cantiere persone estranee a seguito della vincolanti norme di sicurezza in atto. Lo scavo inoltre non è una attività che può fare chiunque, ci vuole preparazione adeguata. I musei sono statali, non sono privati. Non possiamo fare del museo uno strumento per fare quattrini, dovremmo cambiare la nostra legislazione (come purtroppo sta avvenendo), ma allo stato attuale non si possono attuare queste modifiche che significherebbero demandare al privato quello che deve fare lo Stato, il quale deve continuare a fornire i servizi, come è previsto a fronte delle tasse pagate dal cittadino. Solo in casi particolari un privato può sostituirsi allo Stato. Io personalmente vedo con rammarico questo liberarsi da parte dello Stato di una parte importantissima di servizi per affidarli al privato e scaricarli sulle spalle del singolo cittadino contribuente che già paga le tasse.

Quali altri esempi vi sono di crowdfunding nel vostro settore?

In Italia io non conosco esempi di crowdfunding, tranne qualche caso isolato. Per esempio c’è un tentativo di raccolta fondi di questo tipo per il finanziamento della Scuola Archeologica Italiana di Atene, che è una cosa triste, misera e che non ha raggiunto il risultato sperato. Inoltre per ottenere risultati in questa pratica bisogna avere una notevole capacità di comunicazione e famigliarità con l’uso del web. Questo è pertanto un fatto anche culturale: noi non siamo pronti e io ribadisco che non sia giusto e che lo Stato debba assumersi le sue responsabilità.

 

Abbiamo intervistato anche Alessandro Usai, funzionario archeologo della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano e responsabile per l’area di Mont’e Prama.

Come mai si è pensato ad una campagna di crowdfunding per far continuare gli scavi su Mont’e Prama?

Questa è una notizia che è uscita su vari giornali, ma è del tutto priva di fondamento. Non so bene in quale modo è uscita, se è stata bene interpretata o male interpretata e quindi erroneamente riportata, tutt’al più può essere considerata un’iniziativa personale fatta con buona volontà, ma non ha assolutamente fondamento. Non stiamo pensando a una cosa del genere. Ci sono dei fondi pubblici disponibili, li stiamo utilizzando secondo progetti e non cerchiamo i soldi della gente. Questo è importante da dire.

Invece su un possibile abbandono degli scavi, cosa vorrebbe dire interrompere ora le ricerche in quell’area?

Le ricerche verranno interrotte adesso per un breve periodo per motivi tecnico-organizzativi. Non è nostra intenzione abbandonare il sito degli scavi, tutt’altro, ci sono i fondi e i progetti per proseguire, anche se in questo momento è necessaria una breve interruzione che non porterà alcun danno perché il sito è sotto controllo dei Carabinieri e del Corpo Forestale. Non succederà quindi assolutamente niente.

C’è rischio che le aree di scavo, per questo piccola sospensione, siano meta dei tombaroli?

No assolutamente, intensificheremo i controlli chiedendo a tutte le forze dell’ordine di collaborare. Cosa che tra l’altro già avviene. Il sito è controllato.

Si sono riscontrate 56 mila anomalie nascoste nel sottosuolo del sito nei 25 passaggi che il geo-radar ha individuato. Ce ne parla meglio?

In realtà questo è un dato che io non ho sotto mano direttamente perché è materia della équipe geofisica, che ha fatto questa indagine preliminare con l’utilizzo del geo-radar e di altre tecniche integrate che permettono di avere un’idea di quello che si può trovare nel sottosuolo. Ovviamente sono tutte anomalie dal punto di vista geofisico, nel senso che indicano un comportamento di elementi geofisici in base a parametri di tipo elettrico, magnetico, radar e così via, che normalmente possono essere considerati non propri della terra, quindi identificherebbero qualche elemento ‘estraneo’ che potrebbe essere antropico, dovuto ad attività umana antica, ma anche a quella più recente, oppure frutto degli agenti naturali, come ad esempio la presenza di vecchi corsi d’acqua che poi sono stati cancellati dal deposito di terra. Sono tutti elementi che devono essere verificati dal punto vista archeologico. Il numero di 56 mila non è impressionante, sinceramente, perché in qualunque area archeologica di una certa estensione si possono fare le stesse indagini e si avrebbe lo stesso numero, se non addirittura maggiore. L’importanza non è nel numero delle anomalie geofisiche, che è un elemento utile da considerare ma non costituisce un’enormità in sé, piuttosto sta nel fatto che l’indagine è stata molto sistematica, cioè si è presa in esame un’area molto vasta, nella quale si è potuto rilevare i tracciati, le linee e i punti che hanno un comportamento ‘anomalo’ rispetto a quello che normalmente ha la terra e che potrebbero indicare elementi di interesse archeologico, ma che non è detto che lo siano realmente e non è possibile sapere solo su questa base se queste anomalie, una volta individuate come archeologiche, risalgano all’epoca nuragica, o romana, o anche a epoca molto più recente.

Che tesori e che scoperte pensa possano essere ancora nascosti da queste anomalie?

L’area è stata indagata in piccola parte con gli scavi archeologici negli anni Settanta. È ovvio che estendendo gli scavi la nostra conoscenza sarebbe grandemente accresciuta e moltiplicata: infatti i saggi di scavo che sono stati eseguiti in questi mesi dimostrano che una certa parte di quest’area sicuramente è ancora potenzialmente molto importante. Ci attendiamo da una parte conferme di quel che sappiamo, e cioè che questo sito era una necropoli monumentale con statue, riproduzioni di nuraghi e betili, d’altra parte potremmo aspettarci altre cose che ancora non abbiamo la possibilità di sapere. Possiamo solo fare delle illazioni e delle congetture, ma niente di più. Si parla per esempio di un santuario nuragico, ma non c’è nessun elemento obiettivo, fermo e chiaro che possa far parlare di un santuario. Al di là delle anomalie geofisiche che danno delle indicazioni di massima su alcuni punti che potrebbero eventualmente essere interessanti da verificare, quello che è importante è se quel documento è archeologico e quindi è importante l’osservazione obiettiva del resto archeologico con tutti i suoi limiti, cioè con gli elementi conservati eventualmente integri e con quelli molto rovinati, danneggiati, smembrati fin dall’inizio, fin dal momento della distruzione di questo complesso che è avvenuto forse in epoca cartaginese ed è continuata nel tempo per millenni con i lavori agricoli che hanno danneggiato tutto quello che c’era nel sottosuolo, fino alle ultime arature che sono avvenute negli anni Settanta.

Il geofisico Gaetano Ranieri ha affermato che proverà a portare sul sito il Presidente della Regione e l’assessore regionale alla Cultura. Crede che sensibilizzando la Regione al problema degli scavi si riuscirà a risolvere la situazione o si deve fare dell’altro per tutelare quella zona?

Anche questa è una notizia data dai giornali che deriva da iniziative personali. Il professor Ranieri ha avuto la possibilità di portare sul posto l’assessore, ma non è con i rapporti personali, né con queste iniziative episodiche ed estemporanee che si risolvono i problemi. La tutela del patrimonio archeologico è un’attività quotidiana della Soprintendenza Archeologica, di cui io sono un funzionario, che viene affrontata attraverso i normali e continui rapporti ufficiali, cioè non è portando le persone sul posto che si dà una soluzione a questo problema. Non si va con la canna da pesca o con l’amo per prendere un giorno quella persona e l’altro un’altra, ma si lavora tutti i giorni sul sito e anche in ufficio tramite rapporti formali. Abbiamo contatti quotidiani con la Regione e con il Ministero e su questi si fa affidamento, non su iniziative personali episodiche. La nostra attività si svolge quotidianamente e in questa sta la nostra capacità di mantenere il controllo del sito sia prima, che durante e dopo gli scavi.

Qual è l’attenzione da parte delle istituzioni e dei media al problema delle mancanza di fondi in questi scavi e nel resto di Italia?

In Sardegna, specialmente in riferimento a Mont’e Prama, non si parla tanto della mancanza di fondi, ma il tema che va per la maggiore è un’insistenza anche eccessiva, esagerata a volte, sulla necessità di rivendicare per la Sardegna un ruolo nel mondo antico e moderno. Tutto ciò viene vissuto in maniera gonfia di aspettative, anche distorte. Noi facciamo veramente fatica a fare quello che vorremmo fare e cioè fare informazione non sui singoli ritrovamenti, non sull’importanza di sculture gigantesche in quanto tali, ma cerchiamo di informare l’opinione pubblica sull’insieme dei valori di un luogo che ha avuto una lunga e complessa vicenda e su tutta una serie di aspetti che raccontano insieme storia e cultura. La difficoltà da parte nostra è questa, perché la richiesta che ci viene rivolta dalla gente è limitata e distorta. Non si parla della mancanza di fondi, stranamente ci si lamenta invece del fatto che le cose non sono state già fatte, ignorando la mancanza di mezzi a disposizione e pretendendo che le cose si facciano semplicemente perché dovevano essere state già realizzate, ma nessuno si preoccupa di come creare le condizioni necessarie alla loro attuazione, condizioni che sono in parte finanziarie, in gran parte anche legate alla carenza di tutta una serie di risorse umane, strumentali e di ogni genere.

Come è la situazione economica, invece, sugli scavi di Mont’e Prama?

Al momento abbiamo delle risorse. Ciò vuol dire che sono state chieste, ottenute con dei programmi che sono stati valutati, approvati e che comportano degli impegni importanti. Ci sono diverse risorse: in parte regionali, quelle sulle quali si sta lavorando adesso con un progetto di ricerca che coinvolge la Soprintendenza insieme alle Università di Cagliari e Sassari; inoltre abbiamo fondi che vengono dal Ministero. Per un po’ di tempo si lavorerà a Mont’e Prama, poi vedremo. Come in tutte le ricerche archeologiche non si può pensare di fare un lavoro a tappeto che sia definitivo una volta per tutte, ma ogni tanto bisogna fermarsi, fare il punto della situazione, vedere cosa serve fare, fare dei progetti e in base a questi chiedere i fondi necessari. Non c’è in questo momento una preoccupazione di fondi, il principale obiettivo è spendere bene le risorse che possediamo e poi fare il punto della situazione per programmare le future iniziative di tutela, ricerca e valorizzazione sul posto e nei musei.

 

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