lunedì, Ottobre 18

Montaldo ricorda Carlo Lizzani

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“Parlare di Carlo Lizzani mi tocca il cuore, è come ricordare un fratello maggiore, un amico indimenticabile, un sodalizio che non è mai venuto meno, è stato lui, Carlo, a proiettarmi in questo meraviglioso precariato che è il cinema”. La commozione vibra nelle parole che sgorgano dal cuore, prima a fatica poi più fluidamente, del regista Giuliano Montaldo chiamato a rievocare quel fatidico 1954, anno in cui si esibiva per la seconda volta come attore nel film Cronache di poveri amanti di Carlo Lizzani.

L’occasione per questo ricordo personale è data da una Mostra fotografica ricca di immagini inedite a cura di Carla Cavicchini, apertasi a Palazzo Bastogi, una delle sedi della Regione Toscana in via Cavour a Firenze. L’incontro tra l’allora giovane regista Carlo Lizzani (29 anni) e l’ancor più giovane attore (Giuliano Montaldo, 21 anni) era avvenuto nel ’51, a Genova, quando Lizzani si apprestava a girare nei dintorni della città ove erano avvenuti episodi drammatici della lotta partigiana, il suo primo film Achtung banditi! “Lui mi vide recitare in un teatrino periferico, quindi una domenica mattina mi avvicinò davanti al giornalaio e mi disse: “Senti Giuliano, sto per esordire nel cinema con un film che voglio girare a Genova, vuoi fare l’attore per me?” Accettai e infilandomi un giaccone e un paio di pantaloni scuciti, entrai nei panni del commissario partigiano Lorenzo”. Il film narra momenti della guerra partigiana e dello scontro con i tedeschi per il possesso di un deposito d’armi. Lizzani descrive la cruda e drammatica realtà di quella lotta di Liberazione senza intenti apologetici e senza nascondersi la disorganizzazione partigiana, che sfocerà tuttavia nella resa delle truppe di occupazione tedesche del generale Meinhold, nelle mani del comandante partigiano l’empolese Remo Scappini. Montaldo ricorda soprattutto gli ostacoli che quel film, che pure aveva come protagonisti Gina Lollobrigida e Andrea Checchi, incontrò sin dall’inizi. “Quel film non si doveva fare e allora per la sua produzione fu costituita una Cooperativa, a sostegno della quale si mobilitarono in tanti: sindacati, lavoratori, artigiani, portuali, semplici cittadini. Poi, quegli ostacoli si moltiplicarono, vietando l’uso di armi finte, divieto aggirato dagli artigiani del legno che realizzarono fucili e pistole di legno! E a me, durante la scena di una sparatoria venne fuori un “pum” che irritò non poco Carlo: Giuliano, ti prego, non farlo con la bocca, ci sono gli effetti sonori..”.

Ma anche la distribuzione fu boicottata. L’ordine del governo era: “i panni sporchi si devono lavare in casa”. Slogan censorio caro ad Andreotti, che già aveva osteggiato la distribuzione di quel capolavoro della storia del cinema che è Ladri di biciclette, protagonista lo sconosciuto Lamberto Maggiorani, presente anche in Achtung banditi! Ma torniamo ai sessant’anni di Cronache di poveri amanti, il film tratto dal romanzo di Vasco Pratolini. Qui Giuliano interpreta il ruolo di Alfredo, proprietario di una pizzicheria massacrato di bastonate dai fascisti per essersi rifiutato di versare il contributo al partito. Il romanzo ed il film narrano uno spaccato di vita proletaria tra il 1924 e il ’25, in una piccola e stretta strada di Firenze – via del Corno – tra Palazzo Vecchio e piazza S.Croce, ove troviamo l’artigiano, il calzolaio, la servetta, la maitresse, il bottegaio, il ragioniere e varia umanità: in questo microcosmo popolare, di fronte alla prepotenza ed alla violenza fascista, matura un sentimento di ribellione popolare. E’ una cronaca fiorentina, ma è soprattutto una presa di coscienza dal basso. Che avrà le sue vittime e i suoi piccoli eroismi. Fra gli interpreti Antonella Lualdi e Marcello Mastroianni, lui al suo terzo film, nei panni del giovane Ugo, un giovane comunista che tradisce la fede, ma si riscatta avvertendo Maciste della spedizione punitiva che si stava preparando ai suoi danni.

Allora Montaldo già manifestava la sua vocazione di regista. Stavo sempre più vicino a Carlo, per capire che cosa c’è nella mente di un regista. E qui cade un aneddoto legato a quel film. Mi ero fatto l’idea che il soprannome di Maciste significasse piccolo, nanetto, nell’interpretazione ironica dei toscani. “ No, no – rispose seccato Lizzani – Maciste è un omone!” Capii che avrei fatto meglio a tacere….”. Per il ruolo di quel maniscalco antifascista e comunista, picchiato e barbaramente ucciso da una squadraccia di fascisti sotto le scalinate della Chiesa di S.Lorenzo, Lizzani scelse infatti un gigante buono, un campione. Era il famoso ex discobolo Adolfo Consolini, medaglia d’oro alle Olimpiadi del ’48 a Londra, tre volte primatista mondiale e per trenta anni recordman italiano. E’ stata quella la sua unica interpretazione cinematografica, aiutato in ciò da un giovane Marcello Mastroianni il quale, per la prima volta interpretava una storia drammatica. Altro episodio bizzarro legato a quel film è quello riguardante l’inquadratura che Carlo voleva fosse fatta dall’alto di via del Corno, ricostruita negli stabilimenti De Paolis sulla via Tiburtina. Non potendo salire su in alto per le riprese lui decise di inquadrare la stradina dal basso, da terra. Ebbene, dopo la prima del film, che fu fatta a Poggibonsi, un noto critico scrisse che quell’inquadratura mostrava l’influenza del cinema sovietico su Lizzani! Altro aspetto curioso di quel film è la scena della morte di Alfredo in ospedale. Vedendola, sua moglie Vera, gli disse : “Ma sei un cane tremendo!”. E lui si rese conto ancor di più di quanto già non avesse intuito, che alla recitazione era meglio la regia…” Del resto, a me non piaceva fare l’attore, aggiunge il regista. In realtà, aveva mostrato buone doti.

Anche Cronache di poveri amanti fu osteggiato dal governo italiano, che esercitò forti pressioni affinché il film non venisse premiato al Festival di Cannes. Addirittura una delegazione ufficiale andò a parlarne col presidente della giuria Jean Cocteau: non poteva essere premiato il film di un comunista. Ottenne invece il Prix International e tre nastri d’argento. Nonostante questo successo, la Cooperativa Spettatori Produttori Cinematografici, che aveva prodotto anche Achtung banditi! si sciolse. Da allora la filmografia di Lizzani è proseguita nel segno della coerenza e della fedeltà ai propri valori, volta a ripercorrere anche criticamente, a scandagliare il proprio vissuto ed il nostro passato con l’onestà intellettuale e la passione civile e democratica che lo ha sempre contraddistinto, sia attraverso le sue opere cinematografiche ( Il Processo di Verona, Banditi a Milano, Mussolini ultimo atto….fino agli ultimi Celluloide e Hotel Meina), i numerosi scritti, tra cui quello dedicato a Don Peppino Diana, ucciso due volte dalla mafia, che durante le tre stagioni in cui ebbe la Direzione del Festival di Venezia.

Per Montaldo, che ha dato al cinema opere straordinarie come Sacco e Vanzetti, Giordano Bruno, Gli intoccabili o anche il Marco Polo televisivo, Carlo è sempre stato un punto di riferimento e un Maestro curioso del mondo, della vita, del cammino degli uomini. “Era un instancabile viaggiatore e il suo documentario sulla Grande Muraglia in Cina, è una testimonianza della sue doti di grande narratore”. Il ricordo di Giuliano Montaldo è integrato da altre testimonianze. Il regista teatrale Andrea Mancini, ricorda il Lizzani ancora studente e cinefilo che insieme ad altri universitari del Guf dalla “fronda“ passarono all’opposizione ed alle rischiose azioni per la Liberazione di Roma e che sarà salvato da morte sicura dal critico Vito Pandolfi. E poi sceglierà la strada della lotta partigiana e della militanza comunista. Il suo, aggiunge, è un cinema di forte impegno sociale che sa guardare con simpatia alla commedia dell’arte ed al filone comico impegnato, ad un’arte non intellettualistica. E Carla Cavicchini, che pazientemente ha ritrovato le immagini della Mostra e ha raccolto a più riprese le confidenze e i pareri di Lizzani sul cinema che ha nutrito il suo “lungo viaggio nel secolo breve” ( che è anche il titolo dell’ ultimo libro del regista uscito nel 2007) ci ricorda come la ricerca della verità in Lizzani attraverso i passaggi tormentati delle vicende di guerra, politiche, umane, non si sia mai discostata dal senso storico che lui ha sempre avuto chiaro. Alle domande La storia va rivista? Il popolo italiano sa fare i conti con essa? Lui risponde: “Mah….c’è la parola revisionismo che fa pensare a qualcosa attraverso…un mezzo quasi per rovesciare i termini del senso generale che, invece, permane come direzione…Io, già nel ’60 con “Il gobbo” raccontai la storia di un partigiano che diventa bandito. Questi fatti ci sono anche stati, però si tratta di collocarli e di far sentire che forse non è stata la strada maestra…No, la verità rimane. Al “revisionismo” preferisco la riflessione storica”. Quella che ci aiuta a riconoscere le varie forme di nazismo e di intolleranza, anche oggi.

L’ultima parola spetta all’amico di sempre, Giuliano Montaldo il quale evita di parlare della tragica scomparsa di Carlo Lizzani, che abitava vicino a casa sua in Prati, a Roma (stacco la spina, scrisse nel biglietto indirizzato ai figli quel 5 ottobre del 2013): per lui è una spina nel cuore. Preferisce ricordare il Maestro dei tanti e saggi consigli, l’amico delle confidenze, i tanti anni e momenti di condivisione di esperienze, idee, passioni: e a tal proposito ricorda anche quando Lizzani sembrava tentato dal desiderio di passare all’impegno politico diretto, poi l’ apparizione sulla scena di Berlinguer, lo dissuase. Troppo grandi sarebbero stati l’impegno e il sacrificio. Meglio così, altrimenti non avremmo continuato ad avere tra noi quel grande regista, quel personaggio coraggioso, coerente, colto, quell’uomo gentile, appassionato e disponibile che è stato, che è , nel nostro ricordo, Carlo Lizzani.

 

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