lunedì, Maggio 17

Monta l’onda anti-cinese in Malaysia La campagna elettorale popolata da slogan anti-cinesi per raccogliere il maggior numero di voti. La Cina segue con attenzione

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Diffuso in tutto il Paese un sentimento popolare anti-cinese. Si tratta di una vera e propria insorgenza culturale caratterizzata, negli ultimi giorni, da una vignetta che gira sui social locali e che la dice lunga sullo stato delle cose circa il pensiero comune nella società malese: una immagine dove una grande bandiera cinese è piantata sulla Penisola malese, quasi come se la stesse trafiggendo. Come se si voglia dare corpo a quella che viene vissuta come una annessione imposta con la forza, la rossa bandiera cinese mostra non solo una particolare egemonia da parte cinese, soprattutto in termini economici ma anche una supremazia in termini di pieno possesso del territorio malese nella sua totalità, quindi anche come una vera annessione culturale imposta dall’alto.

Dal punto di vista politico, dato che alle viste in Malaysia vi sono le ormai prossime elezioni presidenziali, non si può non riscontrare che l’ Amministrazione Najib sia in piena attività per ghermire quanta più parte dell’elettorato nazionale, anche in questo caso rivolgendosi al ventre molle della classe elettorale, agitando slogan anti-cinesi e alimentando astio e senso di scarsa sopportazione verso tutto ciò che promana dalla Cina. Secondo alcuni analisti politici locali, però, mentre è chiaro quanto accade nell’agone politico pre-elettorale, è altrettanto evidente che una campagna politica che prema molto sul pedale anti-cinese possa rivelarsi un fattore destabilizzante e negativo per tutti. Basti semplicemente pensare a cosa possa accadere, dal punto di vista cinese, se si debba valutare se continuare a investire o persino aumentare gli investimenti economici e infrastrutturali in Malaysia, a fronte del fatto che il territorio malese possa essere percepito come guidato da una marea montante anti-cinese e quindi intrinsecamente tout court ostile alla Cina. In un quadro simile, la Cina potrebbe facilmente stornare i propri interessi e gli obiettivi di investimento rivolgendo il proprio sguardo altrove. E nell’intera area Sud Est asiatica, o nel Continente Asiatico più in generale, ci sarebbe la folla di Nazioni ben contente di srotolare il tappeto rosso a favore degli investimenti diretti stranieri di origine cinese.

Guardando le cose secondo il punto di vista di questi analisti, una campagna politica condotta sulla base degli umori e dei risentimenti o sull’onda di spiriti nazionalistici e anti-cinesi potrebbe rivelarsi popolare e proficua in senso elettorale ma potenzialmente molto dannosa in ambito pragmatico e circa gli interessi economici cinesi nel territorio malese. Di certo non sono di particolare aiuto certi discorsi fatti in campagna elettorale da parte di alcuni candidati i quali affermano che certo gli investimenti cinesi andrebbero incontro a controlli molto più severi di quelli attuali e gli investimenti cinesi sarebbero consentiti solo nel momento in cui implementino e si affidino alla forza lavoro malese, arrecando vantaggi allo sviluppo della tecnologia oltre che ai capitali malesi. Sottolineando che è tutto quanto evidentemente oggi non accade.

L’ex Premier Mahathir Mohamad , alla luce delle telecamere e in tv rincara la dose: «A molte persone non piacciono gli investimenti cinesi, noi siamo a favore dei malesi. Vogliamo difendere i diritti dei malesi. Non vogliamo vendere pezzi di questo Paese a società straniere che costruiranno intere città». La scorsa settimana l’ex Premier ha anche affermato che la Malaysia fermerà i finanziamenti che giungono dalla Cina aggiungendo inoltre che gli investimenti cinesi saranno attentamente rivisti nel caso in cui la sua coalizione politica dovesse vincere alle prossime elezioni. Alla nota agenzia stampa Associated Press ha affermato che «nel caso di progetti già avviati, potremmo decidere di mettere allo studio la eventuale decisione di continuare oppure concludere o rinegoziare i termini» dei progetti in essere che vedono coinvolta la Cina in parte attiva nelle sue varie forme. In ogni caso, la Cina è il più grande investitore straniero in Malaysia contribuendo col 7 per cento dell’ammontare totale degli investimenti stranieri corrispondente a circa 18.5 miliardi di Dollari USA in termini di controvalore ricevuti dalla Malaysia nel solo anno scorso. Insomma non si tratta di un rivolo striminzito che si possa chiudere a cuor leggero e con eccessiva spensieratezza.

Di recente, l’Ambasciatore cinese in Malaysia, Bai Tian, ha rassicurato con molta nettezza che la Repubblica Popolare Cinese continuerà ad importare olio di palma, anzi che implementerà le quantità di prodotto importate così come per quel che riguarda i prodotti derivati e connessi con la lavorazione dell’olio di palma aggiungendo che non vi sarà alcuna rivisitazione dei dazi doganali già vigenti. Nei primi sei mesi del 2017, il totale delle esportazioni di olio di palma e prodotti derivati dalla Malaysia verso la Cina s’è accresciuto del 9.8 per cento fino a giungere ad un controvalore di 8.52 miliardi di Ringgit Malesi dai 7.76 miliardi di Ringgit Malesi dello scorso anno. Allo stesso modo, per quel che riguarda le esportazioni malesi di gomma e prodotti derivati, come peraltro confermato dal Ministro per Industrie di Piantagione e Beni Agricoli Datuk Seri Mah Siew Keong , la Cina ha superato gli Stati Uniti e l’Unione Europea diventando la principale destinazione per le esportazioni malesi in questo settore merceologico. Il totale delle esportazioni di gomma e prodotti derivati verso la Cina nei primi 11 mesi dello scorso anno sono salite fino al 76 per cento su base annua fino a raggiungere un controvalore di 7.45 miliardi di Ringgit Malesi, rispetto ai 4.23 Ringgit Malesi nello stesso periodo del 2016. L’olio di palma, una delle principali voci delle esportazioni malesi e che grande giovamento arrecano alla Economia del Paese, oggi sta ricevendo duri attacchi da parte di Unione Europea e Stati Uniti, la clientela locale ha anche assistito a campagne di opinione contro il suo uso nella catena alimentare industrializzata.

Anche l’India sta diversificando le proprie logiche nell’Import/Export, soprattutto nella direzione di calmierare i prezzi dei semi per estrazioni oleose, incentivando altre coltivazioni come la soia, allo stesso tempo il colosso indiano ha aumentato i dazi doganali sui prodotti base e raffinati derivanti dalla lavorazione dell’olio di palma applicando livelli impositivi tra i più alti da dieci anni a questa parte. Gli analisti malesi, quindi, mettono in guardia dal contrastare proprio il cliente preferenziale nell’olio di palma così come per numerose altre categorie merceologiche e commerciali, ovvero la Cina, per le sole esigenze della politica pre-elettorale interna, visto che Unione Europea, Stati Uniti ed altri contesti geografici globali stanno diversificando o bloccando le importazioni di prodotti strategici per l’economia malese.

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