martedì, Maggio 24

Monica Vitti: oltre il mito, la donna e l’artista (non la diva) L’icona del cinema italiano scomparsa il 2 febbraio scorso nel ricordo dei suoi estimatori. All’origine del mito, secondo lo psicologo Loris Pinzani, “la genuina empatia con il pubblico in grado di suscitare emozioni”

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Talvolta la vedevo passeggiare lungo via di Ripetta sottobraccio al marito, l’ultima era d’estate tanto tempo fa, il volto coperto da un cappello di paglia a larghe tese e dagli occhiali scuri, indosso un vestito giallo a fiori e una collana di perle turchesi, un po’ affaticata, assente, si sapeva che non stava bene, forse per questo le persone che incrociavano la coppia mostravano grande rispetto travestito da indifferenza. Per me era come una vicina di casa, trovandosi il mio ufficio scolastico in quella stessa strada. Una vicina discreta ed elegante, purtroppo sofferente.Così Silvia ricorda Monica Vitti, già lontana nel fisico e anche con la mente, dai set cinematografici  o dai teatri che ha calcato per una vita. Anzi, erano stati la sua vita. Sei andata ai funerali? le chiedo. Vivo fuori Roma ed ho seguito la cerimonia funebre in tv, ascoltando in religioso silenzio e con tanta commozione le parole  dette in suo ricordo, la stessa commozione che ho letto sui volti silenti della folla in attesa davanti alla Chiesa degli Artisti, prima di abbandonarsi in un intenso, interminabile applausoall’uscita del feretro,  ricoperto di mimose e rose gialle. Qual’ era in quegli anni la tua percezione di Monica Vitti?  “Quella di una persona amabile, ma soprattutto di un’ideale di donna assai diversa dal modello ancora imperante (marito, figli casa e famiglia)  capace di sapersi costruire il proprio destino,  di donna e di artista, assecondando  la propria vocazione ed il proprio talento….e vivendo con grande passione anche i propri amori. Ciò che su una ragazza come me  all’inizio della carriera professionale esercitava un grande fascino….”

Dal 2 febbraio scorso ( 2/2/22), giorno della  scomparsa all’età di 90 anni ( era nata il 3 novembre 1931), di Maria Luisa Ceciarelli, padre romano e madre bolognese, nome d’arte Monica Vitti (in omaggio alla madre Vittiglia), si è detto e scritto moltissimo, com’era giusto che fosse (anche la stampa estera ha dedicato ampio spazio alla notizia della sua scomparsa ‘Queen of Italian Cinema dies’, titolava il ‘New York Times’), ripercorrendo le tappe della sua straordinaria  carriera: dalla scelta, appena sedicenne di volersi calare in teatro nei panni di ‘Madre Courage’ di Bertolt Brecht, tanto per capire quale fosse il suo  orientamento politico, fino al suo ultimo film (‘Scandalo segreto’, da lei scritto diretto e interpretato) che risale al 1990, il quale chiudeva una luminosa carriera cinematografica segnata  da oltre 50 film, tanto teatro e tv, coronata da un Leone d’oro alla carriera (Festival di Venezia 1995) da 5 David Donatello per la migliore interpretazione, 2 targhe d’oro, un Orso d’argento ( Festival di Berlino) e vari altririconoscimenti che ne sottolineano la grandezza di artista. Ma il vero Palmares, quello che più conta, è il ricordo che di lei, delle sue interpretazioni e dei personaggi cui ha dato voce, il “suo” pubblico conserva nella memoria e nel cuore. E che ne fanno una icona, l’ultima del grande cinema italiano, come si è sentito dire anche dalla folla anonima che si era radunata per l’ultimo saluto in piazza del Popolo e non soltanto dagli amici e dai colleghi che hanno avuto la fortuna ed il privilegio di lavorare e divertirsi insieme a lei. Alcuni di questi commenti da noi raccolti ricordano il periodo  intellettualistico, correvano gli Anni 60, e lei interpretava la cosidetta tetralogia dell’incomunicabilità (‘Avventura’, ‘La notte’, ‘l’Eclisse’, ‘Deserto rosso’),  girati con Michelangelo Antonioni, di cui fu musa e grande amore. Ma i più sono legati al ricordo della commedia all’italiana, che segnò il suo passaggio  repentino, spiazzante, dal cinema di nicchia al genere comico, nel quale – lei bellissima – divenne la prima attrice, la più importante, colta e popolare capace  di calarsi nei panni della popolana romanesca, lavorando con i più grandi registi del genere che se la contendevano: Monicelli, Scola, Magni, Salce, Sordi, Bunuel e  Carlo Di Palma, il suo secondo grande amore, con il quale girò ‘Teresa la Ladra e ‘Polvere di stelle. Non è certo un caso che qualcuno avesse deposto ai piedi del feretro un mazzo di fiori avvolto con la prima pagina del Manifesto, che intitolava ‘Ma ‘n do vai , indimenticabile ritornello da lei cantato in coppia con Sordi,  in un altrettanto indimenticabile film. Furono quelli i mitici (per quanto tormentati e difficili) Anni Settanta per il cinema italiano.

Chi era Monica, lo ha ricordato Valter Veltroni, amico di famiglia: era dolce e spiritosa, sapeva utilizzare in ogni modo i suoi infiniti talenti. Non era aristocratica, non aveva la pretesa di insegnare come si sta al mondo, era colta  e popolare, due parole che sapeva tenere insieme. Prima di Monica, le donne per far ridere dovevano giocare sulle proprie imperfezioni. Poi è arrivata lei e tutto è cambiato. Con i suoi occhi allegri, i suoi capelli arruffati, la sua voce inconfondibile.”

Laura Delli Colli , autrice di una biografia sull’attrice, ricordava quanto l’adolescente Monica non amasse il proprio corpo, si vedeva alta, piedi e naso lunghi, voce rauca,  ma poi riflettendo sui propri (presunti) difetti fisici – tipico nelle adolescenti – decise di accettarli e farne un motivo della  propria unicità. E il regista    Pino Quartullo,  che l’ha avuta come insegnante di recitazione, ricordava come ai suoi allievi lei dicesse “l’importante è essere se stessi”. Il Sindaco di Roma Gualtieri: “La città la ha sempre stimata, amata. In questi giorni si è sentito molto”Qualcuno della folla  che  dal Campidoglio a piazza del Popolo,  l’ha seguita per l’ultimo saluto, l’l’ha definita un’icona. Un mito. Verissimo.

Ma com’è stato possibile che vent’anni dopo la sua uscita dalle scene (cinema, teatro, tv) il dolore e la commozione  per la sua scomparsa terrena, siano ancora così sentiti? Se lo è chiesto anche il Ministro Franceschini. E ‘ un interrogativo, che ci poniamo anche noi. Proviamo a girarlo ad un esperto, il dr. Loris Pinzani, psicologo e psicoterapeuta autore di varie pubblicazioni sui fenomeni di massa: “I motivi per i quali un personaggio del suo valore rimane vivo nel ricordo e nel dolore quando scompare, anche a distanza di anni dalla sua attività pubblica, sono essenzialmente due: uno è la Gloria che sempre si condivide quando si è contemporanei di un grande, l’altro è la Genuina empatia che si instaura con chi è in grado di suscitare emozioni. Più è forte questa capacità e più l’individuo ne è colpito e le masse mitizzano il personaggio. Nel caso di Monica Vitti affiora un quadro in cui un’attrice del suo calibro, nonostante fosse assente ormai da molto, rimane impressa in modo incancellabile per i suoi contemporanei e in coloro che hanno potuto ripercorrere e vivere le emozioni da lei suscitate.

Dunque, non c’è solo l’ how we were ( il Come eravamo di un celebre film), l’aver vissuto le stesse stagioni della vita del personaggio che ne diventa simbolo, ma, nel caso di Monica, quello di aver rappresentato un ideale di vita vera, come torna a sottolineare Silvia ( l’ipotetica ‘vicina di casa’):  Roma è la mia città” – riprende a dire – “e lei ne ha interpretato l’anima gioiosa e malinconica, ma non  è per la sua romanità  che mi è rimasta nel cuore, no, no, è  per il fatto che si è sempre dichiarata un’attrice e non una diva, attrice e non diva, una persona innamorata  del proprio  mestiere e della vita e che a questa visione è rimasta sempre fedele. E innamorata dell’amore,  da vivere con passione tenerezza allegria e riservatezza, lontano dai rotocalchi,  dai rumori assordanti e fagocitanti dello star systemE il mio pensiero corre all’ultimo grande amore, quello con Roberto Russo, che si è preso cura di lei come solo l’amore vissuto in profondità piò consentire. Oltre il mito, vedo e ammiro la donna che ha saputo vivere con intensità e al tempo stesso, leggerezza e ironia il proprio tempo.”

Patrizia invece, pur essendo fiorentina, ne ricorda le interpretazioni in romanesco, e ci confessa  di conoscere e di cantare le canzoni dei film in cui lei canta Roma, interpretando lo spirito popolare della città:  “Tosca in particolare mi è rimasta nel cuore:  “mi madre è morta tisica, te me farai morì de crepacuore”….Poi ricorda le sue altre interpretazioni già proposte dalla Ferri prima poi da Proietti come ‘Nina se voi dormite’, o il pezzo cabarettistico ‘I crauti’. Quanto ai personaggi  il suo ricordo va all’Adelaide del Dramma dell’amore e della gelosia, divisa tra Oreste e Nello (Mastroianni e Giannini), a Teresa la Ladra e agli altri interpretati tutti con grande naturalezza. E’ la naturalezza e la versatilità” – dice – “la capacità di lavorare in sintonia con tutti i grandi della commedia all’italiana, che mi porto nel cuore, anche a distanza di tanti anni. Insieme al suo viso  pulito, alla sua semplicità.”  

Per Rosanna, nostra collega esperta d’arte, origine siciliana, il ricordo di Monica è quello di una bella persona, un’attrice intelligente e ironica,  tenera e passionale, divenuta  nel nostro immaginario  un bellissimo simbolo capace di trasmetterci  un tempo e stagioni della vita, che  per ragioni anagrafiche non tutti hanno  vissuto e che lei ci ha trasmesso in maniera straordinaria, suscitando emozioni che non finiscono qui. Testimonianze diverse, a dimostrazione che l’affetto e la popolarità che l’accompagnano non sono prerogative del popolo romano. Il campanilismo non c’entraC’entrano invece i valori di cui si è fatta portatrice.

«L’amore è stata la cifra dell’esistenza di Monica” – ha detto Don Walter Insero, rettore della Chiesa degli Artisti – “Quello che resta quando si spengono i riflettori è l’amore donato e ricevuto». Oggi «sentiamo un senso di orfananza, ci stanno lasciando tanti grandi artisti di quella generazione che ci lasciano orfani ma trasmettono anche un’eredità alle altre generazioni». Gigi Proietti e Lina Wertmuller, l’avevano preceduta.

Fino ad ora  si è parlato poco di teatro, che è stata la prima grande fiamma che ha illuminato la vita di Monica Vitti, e di cui è stata grande interprete. Chi scrive ebbe la fortuna di intervistarla sul palcoscenico del Teatro della Pergola di Firenze, poco prima che si alzasse il sipario  su un lavoro teatrale americano ‘Prima pagina’, scritto nel 1928 da Ben Hecht e Charles Mac Arthur, un  crudo dramma americano sul  giornalismo, ambientato  nella sala stampa del tribunale di Chicago alla vigilia di una impiccagione. Un testo tosto, di cui erano già state fatte centinaia di rappresentazioni. Quella ripresa era a metà degli Anni 80.  Dicono che lei fosse restia a rilasciare dediche. Non lo so.  Fatto sta che scrisse: ‘A Marcello Lazzerini, uniti da un lavoro per lui vero, per me finto, sempre però con passione e, se possibile, con ironia Monica Vitti’. Dunque, passione e ironia. Erano il suo stile di vita. E questo è anche il più caro ricordo che ho di lei.

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