sabato, Aprile 17

Mondiali, ultimi saldi image

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Germania-Italia - Semifinale Euro 2012

Il limone dei mondiali brasiliani è stato spremuto mediaticamente in tutti i modi e in tutte le posture, difficile cavarne ancora una goccia di succo potabile. Ne sa qualcosa Concita De Gregorio, sfottuta a sangue dall’implacabile web, ormai più temuto della Santa Inquisizione, a causa di un non memorabile pezzo strappacore sul day after verdeoro.

Il rito della finale è stato appena celebrato, penne ardenti hanno officiato le liturgie, immutabili nei secoli, che prevedono una o più nazioni distrutte, coventrizzate da sconfitte epocali, trafitte da ferite che nemmeno sua maestà il tempo rimarginerà mai e, in simmetria più perfetta di un bicameralismo obsoleto, incontenibili peana elevati al cielo in gloria di un popolo eletto. Uno solo, ma toccato dalla grazia di uno Spirito Santo partigiano, costretto (dal maligno?) alla scelta più beffarda e crudele, tra due papi in carica contemporanea. E tutti a strologare, come aruspici confusi e felici, sul significato del segnale che la divinità abbia voluto sdegnosamente inviare al popolo bue.

Prima di cadere nella depressione da astinenza, malamente lenita da petardi da calciomercato strapaesano gabellati per bombe incendiarie, qualcosa da dire resta. Per esempio, mi ha incuriosito molto il gioco della nazionale B. Sembra uno scherzo, ma se approfondisci, c’è materia di studio.

Per Nazionale B intendo l’oggetto del tifo di ripiego, magari blando e salottiero, quello che scatta quasi come un obbligo contrattuale per far sì che l’immenso capitale di energia investito nella Nazionale di appartenenza, trombata anzitempo, non vada completamente perduto.

Ci sono naturalmente studi e sondaggi, inevitabilmente “seri e rigorosi”, che danno la squadra X in vantaggio sulla Y nel cuore degli italiani. I quali, perduto per strada un cavallo, si affrettano un po’ per celia, un po’ per non morire, molto per conclamate debolezze desossiribonucleiche al disinvolto salto in arcione al nuovo cavallo indicato come sicuro vincente.

Non è questo che mi interessa. All’atto pratico i teletifosi, ne sono convinto, si rivelano più sportivi e più emotivi del previsto. Sostenendo la squadra che esprime il gioco migliore, o quella che deve recuperare un gol e ci sta dando dentro con passione, anche se manifestamente più debole e sfigata.

Se invece ci si pensa bene, tracimando magari dal contesto sportivo, emergono altre considerazioni più sotterranee e imbarazzanti. La Francia la odiamo. O meglio, proprio odiamo no, ci sta sullo stomaco come un enorme profiterole ingerito poco prima di coricarsi . Se gioca contro il Costarica, tifiamo Costarica pure se ci ha umiliato il giorno prima.

Dell’Inghilterra subiamo un fascino obliquo come le strisce dell’Union Jack. Dietro la loro supponenza ai limiti del disprezzo, britannicamente dissimulata e perciò ancor più lancinante, spunta sempre il mito della nostra gioventù beatlesiana, la mecca agognata dei primi viaggi di formazione, la trasgressione vagheggiata e quasi mai soddisfatta della  mano sotto la sua camicetta che addirittura Claudio Baglioni evocò,  primo fra tutti gli italiani sciamanti in libera fuga dal senso di colpa cattolico.  

Il Brasile, sotto sotto, non c’incanta. Maestri di calcio, ma perennemente in bilico tra il tronfio e il piagnone. Una specie d’Italia gonfiata a dismisura in pregi e difetti. Tenutari di contraddizioni troppo grosse per essere davvero comprese da noi, ormai finti latini e veri figli di nessuno. Buoni per l’atroce trenino di capodanno, per lo sbavo fantozziano in presenza di attributi femminili francamente esagerati ed  in perenne, esasperante ondulazione. E per una musica che tutti dicono di adorare ma che nessuno ascolta nel segreto delle quattro mura.

Poche note distruttive su un luogo comune che resiste da decenni, la pretesa predilezione italiana per Argentina e Olanda. Il fatto che hanno tutti nomi italiani renderebbe, in una superficiale percezione delle cose, il fiero e  nazionalista popolo sudamericano in qualche modo nostro fratello. Mentre l’allegra e tollerante Olanda della libertà giovanile, fumo e sesso, Van Gogh e Cruyiff, ci strizza eternamente l’occhio passando in bicicletta sui ponti di Amsterdam. Tutte balle. Al massimo, fuggevole simpatia, non concedo di più.

Resta la Germania. Nessuno la ama, qui da noi. La segreta reciproca ammirazione per qualità e difetti diametralmente opposti fu abilmente sfruttata da Mussolini per mezzo del notevole slogan “I nostri popoli sono fatti per intendersi”, salvo poi causare insieme danni inenarrabili al mondo intero prima di pestarsi l’un l’altro. Però sempre con loro finiamo a litigare e far pace, in campo e fuori.

E poi, per chiudere in gloria col calcio, ho notato una cosa. Nessuno in Italia ama la nazionale tedesca quando è in campo. Ma fateci caso, nessuno la odia davvero, al di là di battute stereotipate a base di crauti, panzer e kartoffeln, l’equivalente di pizza, spaghetti e mandolini nell’eterno gioco delle parti.

Forse tranne i nostri più attempati emigrati a Francoforte, certo. Ma è questione di tempo.

 

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