lunedì, Settembre 20

Monarchia: una prospettiva italiana Prosegue l’excursus propositivo di Alessandro Sacchi, Presidente dell’UMI

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È stato fatto un sondaggio per capire quanti italiani propendano per un ritorno dell’istituto monarchico – nel contesto di un ordinamento costituzionale?

L’UMI conta 70000 iscritti. Posso citare una fonte terza, che non proviene da noi. Quando, nella primavera del 2011, si sposò William d’Inghilterra, l’emittente Sky, sull’onda della cerimonia trasmessa, fece un sondaggio interattivo – molto relativo, perché non certificato e rivolto solo ai suoi abbonati. La domanda direttamente posta era: ‘Ti piacerebbe che in Italia tornasse la monarchia?’. Da parte mia, se allora avessi dovuto esprimere una stima, avrei pensato al 18% come a un risultato già eccezionale; invece il 31% disse ‘Sì’. È un numero enorme se consideriamo gli anni trascorsi dopo il referendum. Per troppi anni – ora ci si accorge, in ritardo, del danno arrecato – ha avuto corso un processo di demolizione sistematica dei simboli fondanti lo Stato nazionale. Quand’ero ragazzino, a scuola si cantava ‘La leggenda del Piave’, sempre; Garibaldi era l’ ‘Eroe dei due mondi’ e Vittorio Emanuele II il ‘Padre della Patria’; Mazzini era l’ ‘Apostolo del Risorgimento’ e Cavour il ‘grande Tessitore’.  Poi sono iniziate le spinte divisive, prima con il leghismo in Norditalia, poi – con una sorta di ‘effetto rebound’ – al Sud, sotto forma di un neo-borbonismo d’accatto. Queste forze centrifughe hanno progressivamente sgretolato le strutture portanti su cui si reggeva l’immaginario collettivo di una nazione. Proviamo a togliere agli americani Lincoln, o Washington che attraversa il Potomac! Non parliamo, poi, di Napoleone: se, al rilievo della differenza di età tra il Presidente Emmanuel Macron e la sua sposa, i francesi sorridono, ben diversa sarà la reazione a eventuali critiche negative mosse a Bonaparte!

La riabilitazione dei simboli, per essere valida nel presente e pro futuro, dovrà avvenire in maniera ragionata, ma ciò contrasta con la carica emozionale connaturata agli eroi di ogni nazione e latitudine. Quali sono, oggi, i nostri miti?

A causa del processo deleterio al quale accennavo, manca una figura di riferimento comparabile. L’Ex-PDR Carlo Azeglio Ciampi ha cercato di invertire la tendenza, essendo stato il primo a dire che il trasferimento del re a Brindisi, nel 1943, era necessario perché bisognava preservare la sovranità. Un re a Roma, per quanto romantico, sarebbe stato catturato e portato in Germania. Non ci sarebbe stato nessuno a garantire la continuità dell’Armistizio e a Roma si sarebbe combattuto in strada come accadde a Berlino. Vittorio Emanuele III assunse le proprie responsabilità quando ne ebbe lo strumento costituzionale, offerto dal voto di sfiducia del Gran Consiglio contro Mussolini (24 luglio 1943).

I simboli sono mattoni portanti dell’edificio nazionale e rientrano nella sfera del ‘sacro’, parola che contiene, nel suo corredo etimologico, il senso di infrangibilità (dall’accadico ‘sakāru’: ‘sbarrare, interdire, impedire l’accesso’). Trovo patologico che le bandiere, in Italia, siano spiegate solo per le partite di pallone.

Pensa a un tricolore con la croce sabauda al centro?

La bandiera del Regno è quella del Risorgimento, e anche delle vittorie. Oggi celebriamo una strana nazione: festeggiamo il 25 aprile e non il 4 novembre, festa istituita nel 1919, l’anno successivo all’annessione di Trento e Trieste – i filmati parlano da soli.

Tornando al programma dell’UMI, quali prospettive si aprono con la proposta abrogativa dell’Art. 139?

Dopo una serie di convegni, sto registrando un interesse da parte della politica parlando a un ritmo di incontri ormai serrato con segretari di partito, capigruppo parlamentari e, più in generale, con attori politici decisionali. Occorre guardare oltre il ‘congelamento’ del 1946: l’elettorato non può essere lo stesso. L’unico criterio di imputabilità che posso continuare a riconoscere è la sovranità popolare che, come già detto, risulta compressa dal 139.

Ovviamente, questa è la meta: per raggiungerla sono necessari i passaggi parlamentari. E a valle dell’abrogazione del 139 sarebbe riproponibile il referendum istituzionale, con Amedeo d’Aosta (e i suoi successori) Re d’Italia e rappresentante di una nuova monarchia parlamentare. Ricordiamo, infatti, che è Amedeo il successore dinastico, mentre Vittorio Emanuele è erede di Umberto II secondo il diritto civile, e non pretendente al trono. Aimone, figlio di Amedeo, non balla in televisione ed è Amministratore delegato di Pirelli per tutte le Russie. Sul piano della serietà personale e della responsabilità soggettiva, mi sembra una buona referenza.

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