domenica, Aprile 11

Moldavia piccola, povera e divisa

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Tre anni la fa la Moldavia, ovvero la vecchia Bessarabia già romena e poi sovietica prima di accedere, un quarto di secolo fa, ad una accidentata indipendenza, subiva una botta eccezionalmente dura anche (o tanto più) per il Paese noto come il più povero, il più corrotto e uno dei peggio governati d’Europa. La sua già fragile economia, sorretta in qualche modo da una massiccia e incessante emigrazione e dalle copiose rimesse degli espatriati, veniva prostrata dalla sottrazione fraudolenta a tre banche di una cifra da record mondiale: circa un miliardo di dollari, pari ad un quinto del Pil nazionale annuo.

Le conseguenze non potevano mancare, anche in campo politico sotto la spinta di un’ondata di proteste popolari senza precedenti (anticipatrice di quella esplosa recentemente nella consanguinea Romania) contro una classe dirigente chiamata a rispondere nel suo complesso, se non proprio nella sua totalità, della rovinosa gestione della cosa pubblica. Sono cadute le teste, fra l’altro, di due ex capi del governo, uno costretto a dimettersi e l’altro condannato a otto anni di carcere.

Il sistema nel suo insieme, tuttavia, non sembra essere cambiato, a giudicare dal fatto che l’attuale premier, Pavel Filip, è riuscito a conservare la guida del governo (l’ottavo in tre anni) a dispetto della sua impopolarità e di accanite contestazioni. Ma grazie, invece, ai suoi legami con quello che viene per lo più considerato il vero ‘uomo forte’ dell’establishment moldavo, il magnate Vladimir Plahotniuc, presidente del Partito democratico che guida la coalizione governativa e al quale appartiene lo stesso Filip.

Plahotniuc, invece, non è riuscito a conquistare l’agognata presidenza della Repubblica, che nello scorso novembre è stata assegnata per voto popolare ad un esponente di sinistra, il socialista Igor Dodon. Il quale, a differenza del predecessore e del governo in carica, di centro-destra e filo-occidentale, si distingue per un orientamento decisamente e attivamente filorusso. Un avvicendamento, questo, che complica inevitabilmente le cose e minaccia di rendere ancora più arduo il risollevamento del Paese dalle poco lamentevoli condizioni in cui langue.

È vero che al disastro del 2013 sono seguiti segni di promettente ripresa economica. Lo scorso anno la crescita è stata del 2%, dopo il calo limitato allo 0,5% nel 2015, sia pure grazie soprattutto all’aumento di un terzo della produzione di cereali, essendo l’agricoltura la maggiore ricchezza nazionale. Consumi e investimenti si sono rianimati, benchè a prezzo di un maggiore indebitamento pubblico mirato a proteggere cittadini e imprese dalle ricadute del crack bancario.

A scongiurare una deriva finanziaria contribuiscono gli aiuti da parte della Banca mondiale e del Fondo monetario. Quest’ultimo, che aveva temporaneamente sospeso l’apertura di credito ma l’ha recentemente ripresa, presta assistenza anche per la lotta contro la corruzione, che continua ad averne un gran bisogno come prova tra l’altro l’arresto ancora nei giorni scorsi di un ex governatore della Banca centrale.

Persino la migliore buona volontà e la più ferma risolutezza al riguardo da parte del governo, che non sono affatto scontate, potrebbero però non bastare ad assicurare quel successo in tempi ragionevoli che sarebbe necessario anche come condizione ufficialmente prevista per rafforzare il legame con l’Unione europea e ricavarne tutti i numerosi vantaggi del caso.

Oltre all’ostacolo corruzione, infatti, sono in gioco qui anche le riforme di struttura, compresa quella di un sistema giudiziario tutt’altro che esemplare, richieste e sollecitate da Bruxelles e il cui varo, tuttavia, si presenta ulteriormente complicato, come minimo, dall’attuale “coabitazione” ai vertici dello Stato tra governo di un colore e presidente della Repubblica di un altro.

Il secondo, per la verità, è dotato sulla carta di poteri alquanto limitati, che Dodon si mostra però ben deciso ad usare fino in fondo anche perché forte, a differenza dei predecessori, di un’inedita investitura popolare in aggiunta ad un consenso popolare sulle sue posizioni forse non complessivamente maggioritario, a giudicare dai sondaggi, ma comunque sostanzioso. E si sa del resto che i poteri presidenziali possono rivelarsi ovunque alquanto elastici a seconda sia della personalità di chi li detiene ma anche delle circostanze.

Ebbene, Dodon non si limita a sbandierare ai quattro venti la propria preferenza per una futura adesione all’Unione economica eurasiatica capeggiata dalla Russia anziché alla comunità dei 28 (o 27) di Bruxelles, e neppure a ventilare o auspicare un’abrogazione per via referendaria, secondo il modello Brexit, dell’accordo di associazione e libero scambio sottoscritto nel 2014 con la UE.

A fine febbraio, ricevendo una delegazione del Fondo monetario giunta a Chisinau per lo sblocco di un nuovo credito, il presidente ha informato gli ospiti di disapprovare alcune clausole dell’accordo di cooperazione stipulato dal governo con il FMI, tra cui quelle relative alla riforma delle pensioni, al congelamento degli aumenti salariali e alla limitazione delle sovvenzioni all’agricoltura, preannunciando inoltre il veto presidenziale alla contestuale legge sull’amnistia per lo scandalo bancario.

Si tratta almeno in parte della stessa materia su cui esiste o si cerca un’operante convergenza tra Chisinau e Bruxelles, la cui vanificazione o anche il semplice intralcio potrebbero frustrare sia la già problematica aspirazione governativa ad un’ammissione a pieno titolo nella UE sia gli sforzi compiuti di concerto e col sostegno delle maggiori organizzazioni mondiali per il risanamento e lo sviluppo dell’economia nazionale.

Naturalmente l’opposizione che Dodon minaccia o già esercita a quest’ultimo riguardo non nasce solo dalle sue preferenze per la collocazione internazionale della Moldavia ma anche dalle sue propensioni ideologiche di uomo di sinistra. Le quali non sono poi così automaticamente conciliabili con la tenerezza per la Russia di Vladimir Putin, e anzi lo sono semmai solo a scopo strumentale. È però una tenerezza che il capo dello Stato può coltivare, e di fatto coltiva, con più ampi margini di movimento, grazie proprio alle sue competenze, e con una maggiore incidenza nello stesso senso di cui sopra.

Oltre all’ammissione nella UE il governo di Filip mira anche all’adesione all’Alleanza atlantica. Esistendo anche qui non poche difficoltà di vario genere, si deve necessariamente procedere per gradi, e il primo passo viene compiuto con l’imminente apertura di un ufficio di collegamento con la NATO. Per l’occasione Filip ha invitato a Chisinau il segretario generale dell’alleanza, Jens Stoltenberg, e Dodon ha puntualmente tuonato contro l’invito definendolo “una provocazione”.

Se il premier non se lo rimangerà, come si deve presumere, è altrettanto probabile che l’incidente non andrà oltre qualche nuova manifestazione di piazza contro il governo. Sempre che Mosca non approfitti di un’occasione favorevole per inscenare una manovra politico-diplomatica-propagandistica contro l’atlantismo  moldavo, ad esempio offrendo come moneta di possibile scambio, con una confermata neutralità costituzionale del Paese, qualche concessione di rilievo riguardo alla Transnistria, la provincia separatista presidiata da truppe russe ormai da un quarto di secolo ma dal futuro ancora incerto malgrado la proclamazione in loco di un’indipendenza chiaramente strumentale e non riconosciuta finora da nessuno. Nonché accompagnata, per di più, da serie difficoltà economiche che pesano inevitabilmente sulle non floride finanze moscovite.

Le occasioni e i motivi di frizione ai piani più alti dello Stato moldavo comunque non difettano. Nei giorni scorsi il governo ha aperto un’indagine su un sospettato lavaggio di denaro russo sporco, per ben 22 miliardi di dollari, attraverso una banca moldava, con la complicità di numerosi magistrati e uomini d’affari locali che sono stati perciò arrestati. Mosca si è rifiutata di collaborare e Chisinau ha quindi denunciato come una rappresaglia il trattamento vessatorio e umiliante che sarebbe stato inflitto a deputati e funzionari moldavi al loro ingresso in Russia, raccomandando a tutti di astenersi dal mettere piede nella vicina (benchè non direttamente confinante) Federazione.

La raccomandazione non è piaciuta a Dodon, che l’ha definita “anormale”, rivendicando ad ogni buon conto il proprio diritto di recarsi in Russia quando e come vuole. E si è anzi precipitato a farlo già in questa settimana per un viaggio “di lavoro”, anche con la scusa di un imminente Business forum tra i due Paesi a Mosca, benchè avesse già compiuto in gennaio la prima visita ufficiale di un capo di Stato moldavo nella capitale russa dal 2008. E stavolta è stato Filip a trovare la cosa disdicevole.

Il premier ha dovuto tuttavia concedere qualcosa al suo ingombrante presidente su un’altra questione delicata. La settimana scorsa Dodon aveva respinto alcune proposte di Filip per la nomina di nuovi ambasciatori trattandosi di persone appartenenti al Partito democratico. Ne ha invece accolte parecchie altre e ha comunque ottenuto la sostituzione dell’attuale capomissione a Mosca con il proprio consigliere di politica estera, evidentemente a lui più gradito e verosimilmente più in linea con un presidente che non nasconde di auspicare il ripristino entro il corrente anno di un’”alleanza strategica” con la Russia.

A questo punto resterebbe da domandarsi se tra capo dello Stato e governo non sia per caso in atto un doppiogioco, finalizzato a strappare il massimo possibile, innanzitutto ma non solo sul terreno economico, a Russia da una parte e Occidente dall’altra, prima di una scelta finale che dovrà comunque, prima o poi, essere fatta.

Doppiogioco probabilmente non è, in realtà, perchè sarebbe un po’ troppo rischioso, tenuto conto fra l’altro dell’adiacenza al calderone ucraino. Ancora più rischioso o quanto meno paralizzante sarebbe però il perdurare della divisione nazionale sia a livello popolare sia tra le forze politiche e i massimi dirigenti del Paese. Sempre che stia a cuore a tutti la sua sopravvivenza come Stato indipendente e vitale.

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