venerdì, Settembre 17

Moldavia divisa in due o quasi

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Grosso modo, le elezioni parlamentari svoltesi ieri in Moldavia hanno prodotto un risultato per lo più previsto dagli osservatori e dai sondaggi demoscopici. La prova delle urne era molto attesa perché doveva soprattutto consolidare o rimettere in discussione le recenti scelte dei dirigenti di Chisinau riguardo alla collocazione internazionale di un Paese situato in un’area oggi particolarmente critica.

Quanti confidavano in un responso chiaro e rassicurante devono essere rimasti alquanto delusi. Benchè sembri avere prevalso lo schieramento filo-occidentale, ha trovato infatti conferma la previsione, appunto, di un sostanziale equilibrio (intorno al 40% dei consensi per ciascuno) tra esso e quello più o meno filorusso, con conseguenze che non mancheranno di farsi sentire sulla formazione del nuovo governo, resa comunque problematica dalle scomode circostanze attuali, politiche ed economiche.

Nei dettagli, le sorprese non sono invece mancate. Nessun sondaggio preconizzava neppure lontanamente l’apparente conquista della maggioranza relativa (21-22%) da parte del Partito socialista, decisamente filorusso. Si tratta però di una sorpresa in gran parte spiegabile. Si tratta infatti di un partito giovane, nato da una recente secessione dal Partito comunista sotto la guida di un suo ex esponente, Igor Dodon, che dagli ex compagni viene bollato come un traditore.

Ad ogni buon conto Dodon e i suoi devono avere portato con sé molti voti strappati al vecchio partito, già detentore della maggioranza relativa e ancora favorito dai pronostici per conservarla. Ma c’è di più. Le ultimissime battute della campagna elettorale hanno riservato un clamoroso colpo di scena: l’esclusione dalla competizione del partito “Patria”, altro neonato rumorosamente filorusso e guidato da un giovane imprenditore, Renato Usatii, che ha fatto fortuna in Russia e ora vi è precipitosamente tornato dichiarandosi in pericolo di vita.

Decretata dalla magistratura perché Patria avrebbe ricevuto fondi da Mosca violando la legge, l’esclusione  può facilmente sollevare il sospetto di un gentile omaggio ai governanti. Non sembra tuttavia che coalizione filo-occidentale ne abbia ricavato un apprezzabile vantaggio, poiché i molti voti pronosticati a Usatii si sono verosimilmente riversati sulle liste di Dodon, contribuendo al clamoroso successo dei socialisti.

Dei tre partiti di centro-destra o centro-sinistra attualmente al potere ha fatto largamente meglio come sempre quello liberal-democratico capeggiato dall’ex premier Vlad Filat, che dovrebbe essersi classificato secondo, col 19% circa dei voti, davanti ai comunisti del vecchio Vladimir Voronin. Nell’insieme, però, la coalizione non poteva non risentire di una situazione interna ancora parecchio insoddisfacente malgrado alcuni miglioramenti.

Negli ultimi cinque anni la crescita economica è stata notevole, con una crescita cumulativa del 20% che dovrebbe continuare anche nel 2014% (previsto un +2%) e nel 2015 (+4%) dopo il mirabolante +8,9% del 2013. Essa stenta però a tradursi in tangibili benefici per una popolazione afflitta da elevata disoccupazione e forzata emigrazione di massa, nonché vittima di una corruzione endemica e dello strapotere di “oligarchi” non meno avidi di quelli russi e ucraini.

A combattere più efficacemente anche questi mali dovrebbe aiutare l’intensificazione dei rapporti e della cooperazione con l’Unione europea, in modo da spianare la strada anche ad una futura ammissione ad essa, ventilata sin d’ora, come membro a pieno titolo. Ma ovviamente una simile prospettiva dovrà fare i conti con gli ulteriori e non facilmente prevedibili sviluppi della crisi ucraina mentre quelli pregressi hanno semmai alimentato allarmanti analogie tra i due Paesi quanto meno dal punto di vista russo.

Non c’è in realtà confronto tra Moldavia e Ucraina quanto a legami storici, etnici, culturali ed economici con il più grande vicino orientale. Il piccolo Paese di ceppo romeno incuneato tra Romania e Ucraina non manca di una non irrilevante minoranza russa, le cui dimensioni diventano tuttavia modeste se non si computa la Transnistria, la regione orientale secessionista abitata in maggioranza da russi e ucraini e saldamente presidiata da un contingente dell’ex Armata rossa.

Resta ancora da dimostrare che la Russia postcomunista intenda davvero difendere ad oltranza e con ogni mezzo i propri connazionali all’estero o altre popolazioni ad essa in qualche modo collegate o collegabili. Ovvero, se si preferisce, strumentalizzare simili legami per preservare o ampliare la propria zona di influenza.

Se la tendenza in questo senso fosse confermata Mosca, più che sui russi o russofoni, potrebbe fare leva su un’altra minoranza, i gagausi di origine turca che già godono in Moldavia di un’ampia autonomia e hanno sempre guardato alla Russia come alla Turchia per una quanto meno potenziale protezione. Che potrebbero chiedere, ad esempio, soprattutto in caso di uno sgradito ricongiungimento dell’intero Paese con la Romania.

Perché non bisogna dimenticare, infatti, che la Moldavia altro non è in gran parte che la vecchia Bessarabia, già inclusa nell’impero zarista ma poi regione della Romania dal 1918 al 1945, quando le vicende della seconda guerra mondiale la riportarono sotto il dominio moscovita divenuto sovietico. Fu l’URSS a conferirle rango statale facendone una propria repubblica federata, aggiungendole la Transnistria già parte dell’Ucraina e gettando così le basi per la piena ed effettiva indipendenza conseguita nel 1991.

Né si deve dimenticare che Nicolae Ceausescu, dittatore comunista a Bucarest ma insofferente dell’egemonia sovietica, la sfidò da posizioni nazionaliste comprendenti una rivendicazione neppure tanto dissimulata della Bessarabia. Dopo l’abbattimento nel sangue della sua dittatura, anche il nuovo regime democratico romeno non mancò di accarezzare il disegno di una riunificazione. Malvista peraltro dai più, al di là del confine sul fiume Prut, come una sostanziale e non allettante annessione.

Nonostante tutto ciò, Mosca ha reagito alla minaccia di “perdere” la Moldavia in modo appena meno brusco di quello usato nei confronti dell’Ucraina. Non accontentandosi, comunque, di tenere in ostaggio la Transnistria anche per dissuadere i vari governi di Chisinau dal passare armi e bagagli al campo occidentale disertando la labile Comunità degli Stati indipendenti subentrata all’URSS e a maggior ragione i più stringenti progetti integrativi lanciati da Vladimir Putin.

Il gioco è stato relativamente facile finchè a Chisinau sono perdurati uno stallo tra forze di diverso orientamento ovvero lo sforzo di barcamenarsi tra Est e Ovest, del resto giustificato in qualche misura da concreti interessi economici. A partire dal 2009, però, si sono insediati al potere uomini e partiti decisamente favorevoli all’opzione “europea”, anche sotto la spinta della situazione economica sempre desolante di un Paese generalmente considerato il più povero del continente.

L’esplosione della crisi ucraina ha fatto il resto, ponendo in termini più crudi e ultimativi la necessità di una scelta precisa, visti i risultati del tentativo di Viktor Janukovic a Kiev di tenere il piede in due scarpe. Si è giunti così all’accordo del 27 giugno scorso per l’associazione all’Unione europea, recentemente ratificato dal parlamento di Chisinau, e al contestuale rigetto delle pressioni di Mosca per un’adesione alternativa all’Unione doganale Russia-Bielorussia-Kazachstan, destinata a trasformarsi il prossimo anno in una più larga Unione economica eurasiatica.

Per castigare i colpevoli dell’affronto, il Cremlino non si è limitato ad usare l’arma ormai familiare delle sanzioni economiche, ossia il blocco delle tradizionali importazioni di prodotti agricoli moldavi (vino e carne, frutta e verdura), dei quali la Russia acquista il 45% del totale. Non ha ancora toccato le vitali forniture di gas, per le quali la Moldavia dipende quasi interamente dalla Russia pagando per di più prezzi tra i più elevati.

In compenso, oltre a bersagliare il Paese con un’intensa campagna di stampa e  di propaganda accompagnate da minacce più o meno velate, Mosca ha sostenuto finanziariamente, secondo voci correnti a Chisinau e mai seccamente smentite, il partito socialista, i cui capi sono stati ricevuti da Putin all’inizio di novembre. Senza parlare, naturalmente, del caso più misterioso benchè più teatrale e rocambolesco che ha avuto per protagonista Usatii e il suo partito.

Vi è stato insomma un multiforme e comunque vistoso impegno russo senza precedenti per influenzare la campagna elettorale e l’esito della consultazione. Si tratterà ora di vedere come Mosca reagirà al responso delle urne e ai suoi seguiti, che a loro volta rimangono in buona parte da chiarire.

Molto dipenderà, certo, da quale governo postelettorale si potrà fare a Chisinau e da come esso si comporterà. In ogni caso si tratterà inevitabilmente di un nuovo governo di coalizione, diverso però da quello uscente in quanto comprendente almeno una parte dell’attuale opposizione se i risultati definitivi della consultazione confermeranno le anticipazioni.

In altri termini, lo schieramento centrista dovrà cercare l’appoggio esterno, quanto meno, del partito comunista, che del resto solo con una certa forzatura viene generalmente qualificato come filorusso. In realtà esso mira piuttosto a condizionare le forme e i contenuti dell’aggancio alla UE in modo da non antagonizzare troppo la Russia, del rapporto con la quale neppure i suoi possibili futuri alleati di governo possono permettersi di infischiarsi.

Lo hanno dimostrato, ad esempio, sulla questione sempre scottante delle relazioni con la NATO. Nello scorso maggio un vice segretario dell’alleanza occidentale aveva compiuto una visita a Chisinau e in settembre il ministro della Difesa moldavo aveva presenziato ad una sessione del Consiglio atlantico nel Galles. Tenuto altresì conto che truppe moldave avevano partecipato alla missione NATO nel Kosovo, tutto ciò era sembrato preludere a qualcosa di particolarmente inviso a Mosca.

Nei giorni scorsi, tuttavia, prima della scadenza elettorale, il premier in carica Iurie Leanca ha ritenuto opportuno dichiarare in un’intervista all’agenzia russa ‘Novosti’ che il suo governo non ha alcuna intenzione di chiedere l’ammissione nella NATO anche perché la Costituzione moldava prescrive la neutralità e vieta la presenza di truppe straniere nel territorio nazionale.

Un apposito sondaggio aveva del resto appurato che quasi metà della popolazione (il 48% degli intervistati) è contraria ad un legame atlantico, mentre va anche detto che neppure tra i membri dell’alleanza prevalgono in questa fase l’interesse  e la voglia di espanderla in aree adiacenti alla Russia.

Molto e ancor più che dalle scelte e dagli indirizzi di Chisinau dipenderà tuttavia da quelli della stessa Russia, che a loro volta, dipenderanno dall’andamento della crisi ucraina i cui sviluppi non sono determinati unicamente dalla strategia e dalla tattica del Cremlino. Qui permane la plausibilità di tutti i possibili scenari, compresi i meno augurabili.

Per dirne uno, quello che vede la Moldavia forse ancora più esposta di prima a pesanti pressioni e minacce russe dal momento che a differenza dell’Ucraina, dove la causa filorussa è sostenuta sia pure molto combattivamente da una parte minima del Paese, nell’ex Bessarabia Mosca può contare, come dicono i numeri, sulla devozione o la comprensione di metà dell’elettorato.

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