domenica, Novembre 28

Mohammad Bin Salman al-Saud: il nuovo Principe Ereditario, tra luci ed ombre

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Infatti Mohammad Bin Salman è colui che ha lanciato questo ambizioso programma di riforma economico-sociale,  “Vision 2030”, che comprende, tra l’ altro, un progressiva diversificazione dell’ economia, ad oggi basata prettamente sul petrolio. Ha contato molto, nella sua nomina, questa sua volontà cambiamento?

Penso sia un progetto fuori dalla portata dell’ Arabia Saudita, nonostante i proclami e l’ attenzione mediatica. Tante cose sembrano più che altro slogan che non tengono conto di alcuni deficit strutturali del Paese che, negli ultimi cento anni, è andato nella direzione delle disuguaglianze anziché in quella di uno Stato moderno, in grado di gestire bene la sua ricchezza. Detto ciò, bisogna anche dire che Mohammad Bin Salman si è ritrovato a gestire questi dossier estremamente importanti, quasi simbolici per il futuro del Paese proprio perché da tempo era indicato e pensato come futuro leader e solo quando sono maturati i tempi si è verificato questo passaggio. Lui è l’ artefice nel senso che è la figura iconica di questo programma, ma è un progetto che deriva da qualcun altro, da tutta una serie di figure rimaste dietro le quinte, non da ultimi anche alcuni consulenti esterni che hanno preparato questo pacchetto di politiche e slogan che lui è riuscito a comunicare e diffondere, grazie anche a colleghi, ambasciatori, figure chiave del governo saudita quest’ idea di un Paese più giovane, più moderno, che riesce a rispondere alle necessità del ventunesimo secolo.

Il progetto in questione che prevedeva, tra le altre cose, la quotazione in borsa di una piccola parte di Saudi Aramco che aveva trovato delle resistenze all’ interno della Famiglia Reale, con questa nomina, ottiene definitivo impulso?

Sì, si mantiene questa direzione di rotta che assorbe molto di quella che è la propaganda americana, delle agenzie come il Fondo Monetario, che da tempo dicono che questa situazione dell’ Arabia Saudita non è sostenibile nel lungo periodo. I conflitti cui facevamo accenno poco fa si vedono sicuramente anche in questo perché chiaramente privatizzare o comunque quotare in borsa una parte dell’ azienda che fornisce alle casse dello Stato la possibilità di pagare questa pletora di Principi è molto problematico. Per questo non so quanto verrà fatto in questa direzione.

E’ stato determinante, per Re Salman, nel prendere questa decisione, anche i rapporti che il Neo Principe Ereditario Mohammad Bin Salman intrattiene con l’ America di Trump? E’ stata una conferma di quel rafforzamento di legame avvenuto un mese fa a Ryad tra l’ America di Trump e l’ Arabia Saudita?

Non c’è dubbio. Così come il cambiamento dell’ Ambasciatore dell’ Arabia Saudita negli Stati Uniti che è una figura giovane, molto vicina a Mohammad Bin Salman, un imprenditore che gravita intorno a questa ‘Vision 2030’. Poco dopo è avvenuta la nomina del nuovo Principe ereditario. Poi questo nuovo clima in cui l’ Arabia Saudita insieme ad altri Paesi ha cercato in qualche modo di inasprire il suo ruolo, isolando il Qatar.

B. Salman è colui che guida, ad esempio, la guerra in Yemen, finora povera di risultati tranne la perdita di molte vite umane. A questo riguardo in che direzione andrà l’ Arabia Saudita?

Penso che l’ Arabia Saudita questa decisione tanto quanto lo Yemen è andato incontro ad una catastrofe umanitaria gravissima. L’ Arabia Saudita subisce la decisione così come l’ impegno economico che grava sulle casse dello Stato, ma questo è il frutto di questa politica di cui il Regno si vanta, sponsorizzando questa guerra come una lotta contro il terrorismo, contro il tentativo dell’ Iran di estendere il proprio dominio sul Medioriente. Anzi, a maggior ragione, penso che piuttosto che si stia andando verso una direzione di normalizzazione di posizioni di politica estera molto aggressive in Yemen così come nel contesto della crisi con il Qatar, senza l’utilizzo della forza ovviamente, legate all’ ascesa della figura di Mohammad Bin Salman.

Ad esempio nei confronti dell’ Iran sciita, il Principe Mohammad Bin Salman che tipo di strategia potrebbe mettere in campo? Una strategia più aggressiva?

A livello di retorica sì perché la figura stessa è quella che ha maggiormente rappresentato, in questi anni, la posizione dei ‘falchi’ all’ interno dell’ establishment mentre il precedente Principe ereditario era visto non dico come una ‘colomba’, ma di certo come qualcuno che era un po’ più moderato e pragmatico. Ecco, il pragmatismo di Mohammad Bin Salman è, come dire, caratterizzato da una politica estera molto ‘aggressiva’.

E questo è quello che  lo accomuna al Presidente americano Trump.

Assolutamente sì. Ed infatti, una volta avuto l’ avallo di Trump che è andato a dare il proprio sostegno all’ Amministrazione saudita con questo viaggio, rimettendola sotto l’ ala protettrice americana, a questo punto la politica estera di Mohammad Bin Salman può andare avanti senza alcun problema. Non penso che ci saranno più divergenze con l’ Amministrazione americana, con il Presidente; con il Pentagono, con i militari, magari le divergenze, ad esempio, su questa campagna in Yemen potrebbero continuare ad esserci, però dal punto di vista di quello che pensa Trump, penso ci sia un appoggio quasi incondizionato.

Questa politica così muscolare nei confronti dell’ Iran sta portando ad alcuni avvicinamenti impensabili fino a qualche tempo fa, come ad esempio quello nei confronti di Israele, legato anch’ esso all’ America.

Sì c’è una triangolazione quasi a dire che “il nemico del mio nemico è mio amico”.  Ci si allea perché l’ obiettivo è ora quello di sterminare questo riposizionamento sulla scena internazionale dell’ Iran dopo la cancellazione di alcune sanzioni.

Dai primi di giugno l’ Arabia Saudita sta portando avanti un braccio di ferro con il Qatar. L’ influenza del nuovo Principe ereditario nella crisi diplomatica, tenendo conto il suo legame con l’ America che, proprio ieri, ha inviato in Kuwait il Segretario di Stato Tillerson alla ricerca di una mediazione, sarà improntata ad un approccio meno morbido?

Sì anche se ci sono altre interpretazioni secondo cui non sarebbe stata l’ Arabia Saudita a trainare questo attacco contro il Qatar che è diventato via via sempre più forte, ma sarebbero stati gli Emirati Arabi e quindi l’ Arabia Saudita per non essere messa da parte, per non farsi vedere in una posizione di debolezza, sia salita poi sul carro degli Emirati, per far valere questa posizione. Il contrasto tra Arabia Saudita e Qatar si trascina ormai da anni non solo durante le Primavere arabe, ma già da prima. Con le Primavere arabe, con l’ ascesa della Fratellanza Musulmana, il conflitto si è fortemente acutizzato. Penso che la politica aggressiva di Mohammad Bin Salman si manterrà soprattutto per quei conflitti, per così dire, strategici, in particolare, in questo momento lo Yemen, che è una ‘proxy war’ contro per colpire l’ Iran. Per quanto riguarda le crisi strettamente regionali interne al CCG, anche qui possiamo ipotizzare due scenari: il primo potrebbe essere quello in cui Arabia Saudita ed Emirati continuino ad isolare, a martellare il Qatar sino a quando non si arriva ad una rottura, di fatto, dell’ alleanza; il secondo scenario potrebbe vedere l’ Arabia Saudita che ha già cercato di utilizzare un certo multilateralismo regionale, al contrario, tenti di utilizzare di più il Consiglio di Cooperazione del Golfo per imporre il proprio ruolo all’ interno del Consiglio, non dando vita ad un contrasto bilaterale con il Qatar, ma aprirlo a tutto il consesso degli Stati membri e cercare di diventare il leader regionale in maniera, appunto, più multilaterale, passando attraverso queste organizzazioni che sono, di fondo, delle scatole vuote, perché il potere è dell’ Arabia Saudita.

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