martedì, Settembre 28

Moda italiana: più innovazione field_506ffb1d3dbe2

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La moda italiana è l’espressione della creatività del Paese. Non è soltanto la grande industria del settore poiché l’artigianato è ben presente in tutta la Penisola. Sono diverse le realtà economiche che producono autentiche eccellenze. Il Made in Italy è l’espressione di una fusione tra tecnologia, design e qualità ma vuole essere anche narrazione, parola, sapienza artigianale.

La politica italiana non valorizza opportunamente questa ricchezza della Penisola poiché il settore riesce facilmente a imporsi sul mercato estero. Ma una giusta promozione potrebbe assicurare una maggiore presenza sui mercati internazionali, con una notevole ricaduta positiva sull’economia e sull’occupazione.

La scarsa attenzione della politica italiana non aiuta l’economia perché una nazione deve credere alle proprie potenzialità economiche, con una più efficace e più incisiva azione di promozione sul mercato. Lasciare senza un adeguato sostegno gli imprenditori della moda italiana non favorisce il settore, ma si può certamente ottenere molto di più.

Con Bruno Nardelli, amministratore delegato di Nardelli Luxury e direttore creativo del brand di orologi e gioielli Liu Jo Luxury, nato dalla partnership tra la Nardelli Luxury e l’azienda di abbigliamento Liu Jo, cerchiamo di comprendere le differenze presenti nel settore economico della moda italiana, senza tralasciare il comparto del lusso che registra costantemente buoni performance economiche.

Nardelli Luxury, uno dei principali player nel settore della gioielleria e dell’orologeria, è l’unica realtà del settore a premiare giovani studiosi al Palazzo del Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica, nel corso della cerimonia di conferimento dei Premi Leonardo. Questi giovani studiosi, considerando il cambiamento del mercato della moda, approfondiscono stili di consumo e bisogni del cliente del fast fashion, al fine di individuare le leve di comunicazione e di marketing, capaci di permettere alle aziende di mantenersi competitive sul mercato e di soddisfare la domanda dei consumatori nel settore.

La moda italiana non è opportunamente valorizzata. E’ impensabile sfruttare soltanto i grandi brand italiani della moda perché c’è un folto numero di piccole e medie aziende che producono autentiche eccellenze. Come si può intervenire per invertire questa tendenza?

Le aziende della moda scontano le difficoltà di tutti gli operatori economici presenti nel Paese: viviamo in un contesto economico in cui fare impresa è sempre più difficile. Soprattutto perché le Istituzioni non si rendono conto che le imprese non competono più tra loro per il mercato locale (ormai esiguo), ma competono a livello globale con realtà dei Paesi in via di sviluppo, le quali riescono a produrre anche prodotti di qualità. Le aziende avrebbero bisogno di supporti più operativi e realmente utili: meno partecipazioni a fiere organizzate da mille Enti e un credito d’imposta netto per chi investe nelle innovazioni di prodotto o di processo, senza dimenticare una fiscalità competitiva per chi si ostina a mantenere la sede in Italia.

Il settore economico è un grande ambasciatore all’estero dell’Italia. Quali Paesi del mondo sono i maggiori fornitori della moda italiana?

La Cina è certamente un grande fornitore di prodotti raffinati come la seta, di prodotti semi lavorati o di produzioni su larga scala. Ma lo stesso discorso vale anche per i vari Paesi dell’Asia. Nel Vecchio Continente, in un settore come quello di Liu Jo Luxury, certamente il maggiore fornitore per i meccanismi e alcune lavorazioni è senza dubbio la Svizzera.

A volte la moda italiana non riesce a conquistare la passerella internazionale perché non è validamente supportata da Enti e Istituzioni. Come adottare un’opportuna promozione?

Come già accennavo, visto che le Istituzioni locali non sono in grado di supportare le aziende nella loro internazionalizzazione, toglierei tutto il budget alle Regioni e alle Camere di Commercio per destinarlo interamente a un serio e rigoroso piano unico per l’internazionalizzazione, curato dalla vecchia e gloriosa Ice.

Il fatturato della moda italiana è davvero rilevante eppure il settore economico sembra sia trascurato dalla politica italiana. Perché? C’è un motivo?

Perché stupidamente viene visto come frivolo mentre dietro al settore della moda e del design c’è il lavoro di più di un milione di persone. Se negli anni il comparto economico fosse stato supportato quanto la vecchia Fiat, oggi potremmo parlare sicuramente di una storia completamente diversa. La politica italiana e le persone che lavorano nelle Istituzioni hanno una grande colpa: aver sottovalutato il settore e non supportarlo a sufficienza. Penso, ad esempio, a nicchie straordinarie e potenzialmente ricche come quelle dell’artigianato che andrebbero valorizzate con politiche di sostegno come fanno i francesi.

Quali azioni metterebbe in campo per valorizzare la moda italiana?

Ripeto, crediti d’imposta per chi investe nella ricerca e nelle innovazioni di prodotto o di processo. Sono azioni importanti da intraprendere seriamente per favorire il settore della moda italiana.

Dove registra le maggiori carenze della moda italiana? C’è un settore particolare?

Nella totale incapacità di rispondere alle richieste dei mercati quando c’è l’opportunità di competere sulle quantità.

Durante la crisi economica riesce ad avere una maggiore facilità sul mercato il pronto moda rispetto ai capi di abbigliamento dell’alta moda?

Sono cambiati i bisogni dei consumatori e gli stili di consumo. Oggi un consumatore può avere un pantalone di Zara, un orologio Swatch, una camicia di H M, un Fay o un Monclear e un Mac da duemila euro.

Chi è il consumatore del XXI secolo?

Secondo uno studio di Saatchi & Saatchi presentato qualche giorno fa, oggi possiamo parlare dei cinque miti del concetto di lusso che mutano in cinque nuove interpretazioni, portando alla democratizzazione del consumo d’élite.

 

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