sabato, Maggio 8

Mobilitazione per una giustizia giusta "Tempi infiniti, abbiamo il dovere di reagire a un sistema che rischia di degenerare"

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Si chiama Elena Baldi, professione avvocato. Dal 19 aprile digiuna; dice: “Tempi infiniti, abbiamo il dovere di reagire a un sistema che rischia di degenerare“. Sillaba: “Presentare un ricorso per una separazione o per lo scioglimento del matrimonio nei primi giorni di quest’anno e vedersi fissare l’udienza di comparizione a luglio 2019. Oppure presentarlo a febbraio 2018 e dover comparire davanti ai giudici il prossimo anno. Al tribunale di Pistoia la realtà è questa. E anche in quello di Prato. Eppure quelli richiesti si chiamano provvedimenti d’urgenza. Un appellativo giustificato dalla delicatezza della materia e dalla fragilità dei soggetti coinvolti”.

  Che cosa chiede? “Dovrebbero essere fissati e tenuti in tempi strettissimi, giorni, al massimo qualche settimana. Invece dobbiamo attendere oltre un anno, a discapito degli interessi primari delle persone e della dignità ed onorabilità della Giustizia“.

  E’ nel nome della Giustizia che Elena Baldi digiuna. Una iniziativa nonviolenta, non “contro” i giudici del tribunale di Pistoia, vittime anche loro delle decisioni che vengono prese a livello romano, ma per richiamare l’attenzione “sul disinteresse o l’incapacità del nostro sistema a fornire mezzi, uomini e risorse che permettano ad avvocati, magistrati, operatori, di contribuire in modo effettivo al perseguimento della Giustizia che oggi, purtroppo, è sempre più spesso un vuoto contenitore. Quando assisti una parte in una separazione o un divorzio non sempre riesci a trovare un accordo con la controparte e a depositare un ricorso congiunto, consensuale. Spesso ti trovi casi cosiddetti al limite, con bambini piccoli da tutelare, madri senza lavoro, violenze psicologiche che si ripercuotono sui figli, padri che non riescono a vedere la prole, convivenze tese che rischiano di degenerare in reati gravi. Lo strumento che abbiamo a disposizione è il ricorso giudiziale che permette (o meglio dovrebbe permettere) di avere un’udienza a breve davanti al presidente del tribunale, il quale, sentite le parti, adotta provvedimenti d’urgenza nell’interesse dei figli e dei soggetti cosiddetti deboli: assegnazione della casa coniugale, assegno di mantenimento, regolamentazione dei tempi e modi di visita tra genitori e figli…”.

  Oggi per ottenere un’udienza presidenziale occorrono dai 12 ai 16 mesi. E nel frattempo? “Non ci sono garanzie per il mantenimento della prole, la convivenza diventa forzata, nessuno molla e in questa Babilonia volano schiaffi, offese ma anche reati più pesanti. In questo caos le parti deboli non hanno tutela né regole e tutti ne fanno le spese, in particolar modo i figli. Tutti possono fare tutto, senza rispetto e molte volte con un solo fine: colpire l’altro, che va annientato se ti ha tradito, distrutto o semplicemente fatto soffrire”.

  Una situazione in cui, secondo Elena Baldi, gli avvocati hanno il dovere di alzare la voce, hanno l’obbligo di farsi ascoltare, pretendere udienze e provvedimenti emessi celermente: “In questa situazione i legali devono pretendere il rispetto delle parti che assistono. Ma sento tanto silenzio, troppo silenzio, un assordante silenzio che porta spesso a fatti criminali. Noi avvocati abbiamo il compito ed il dovere di reagire ad un sistema che rischia di degenerare, altrimenti siamo complici di ciò che accade”.

  Elena Baldi reagisce con il suo sciopero della fame. L’obiettivo è riportare l’attenzione sul problema, che non è solo del tribunale di Pistoia ma è comune a quasi tutti quegli italiani: È dimostrato che le riforme, le leggi, i codici senza un adeguato supporto materiale non possono funzionare. Io spero di poter dare un piccolo segno che potrebbe diventare un segnale se altri operatori aderissero all’iniziativa”.

  Già: la politica. Come vanno (o meglio, come non vanno) le cose, nei palazzi del “potere” è sotto gli occhi di tutti. Il peggio del “vecchio” si somma con il peggio del “nuovo”, e produce una micidiale miscela composta da dilettantismo, malafede, stupidità. Parlano di formule astratte, non si capisce che cosa si propone per un paese sull’orlo dell’abisso; una cosa è chiara: c’è un’affannosa e affannata gara per il potere: una classe politica che fa del suo meglio (e ci riesce benissimo) per alimentare nel paese sfiducia, rabbia, frustrazione.

  Tutti parlano ogni minuto; e nessuno dice mai nulla. Men che meno sulla giustizia, la madre di tutte le emergenze del paese. Una questione completamente cancellata dalle agende politiche degli “inquilini” di Camera e Senato.

   Anche per questo si carica di senso politico forte l’astensione dalle udienze, e la manifestazione nazionale indetta per giovedì dall’Unione Camere penali, per il “Sì alla riforma penitenziaria” rimasta in sospeso e “per ripristinare la legalità nelle carceri”. Evento che si svolge con il patrocinio del Consiglio nazionale forense; una manifestazione con tra gli altri Cesare Placanica, Rita Bernardini, Patrizio Gonnella, Giovanni Fiandaca, Giovanni Maria Flick, Giovanni Legnini, Mauro Palma, Piero Sansonetti, e tanti altri rappresentanti della professione forense, e del più generale movimento per una giustizia giusta. Uniti nel “il forte dissenso nei confronti di una politica che calpesta i diritti fondamentali dei detenuti, negando i principi propri della Costituzione e dei trattati internazionali da tempo sottoscritti dall’Italia”.

  In questo contesto, assume particolare significato l’ampia intervista rilasciata dal responsabile del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo a “Avvenire”, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana. Nel 2016, dice Consolo, i detenuti che lavoravano erano 16.251; nel 2017 sono saliti a 18.404. Passi concreti verso quel modello di carcere che vorrebbe: “Utile e aperto: La scommessa è dare a ogni detenuto un ruolo, un futuro, una prospettiva. È costruire un percorso di reinserimento nella società. La strada è una sola: il lavoro. Più diamo lavoro a chi chiede lavoro e saranno meno i crimini”.

  Per Consolo il lavoro è la soluzione a molti dei problemi legato al “pianeta carcere”, fondamentale anche per frenare il rischio terrorismo: “I soggetti deboli sono quelli più manipolabili e la debolezza è legata alla mancanza di prospettive, di futuro. Il detenuto non deve trascorrere un periodo di sofferenza: se la parentesi carcere si trasforma in un danno quel danno si riverserà sulla collettività. Trasformare la pena in un castigo vuol dire contribuire a creare una società insicura e pericolosa. Far lavorare i detenuti porta consenso sociale. E poi è sbagliato pensare che il detenuto debba passare il tempo solo aspettando la libertà. Il carcere è un periodo della vita. Va sfruttato. Va utilizzato per crescere. E dovere dell’amministrazione è dare questa opportunità”.

  Un discorso improntato sia agli elementari principi fissati dalla Costituzione, sia all’elementare e pratico buon senso. E tuttavia, sembra difficile da far recepire alla società politica e a quella cosiddetta “civile”. Ma Consolo si dice ottimista, pur non nascondendosi le non poche difficoltà: “La sfida è puntare sul lavoro per dare una opportunità a una persona e strapparla a una vita da criminale. Creiamo lavoro. I numeri sono cresciuti e possono crescere ancora. Faccio un piccolo calcolo matematico: abbiamo 193 istituti di pena in circa altrettanti comuni. Allora ogni comune che ospita un carcere si attivi per offrire venti posti nei lavori socialmente utili ai detenuti...”. Se…chissà.

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