venerdì, Maggio 7

Miti e violenza rivoluzionaria nel ‘68 di Angelo Ventura Uno dei protagonisti degli anni di piombo

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Anche nel contesto di Lotta Continua, emergono elementi di estremo interesse in merito all’uso della violenza rivoluzionaria: questa sarebbe stata possibile solo su lungo periodo perché soltanto attraverso una lotta di lunga durata si sarebbe potuti arrivare ad un confronto armato con i padroni per distruggere l’apparato repressivo del sistema capitalistico.
Anche per Lotta Continua la rivoluzione culturale cinese divenne un modello determinante, rivoluzione che fu naturalmente mitizzata e quindi mistificata. Di particolare significato, nel contesto della strategia insurrezionale di Lotta Continua, fu la necessità di conquistare spazi urbani creando le cosiddette basi rosse (come era già avvenuto in Cina e in Vietnam). Infatti, la costruzione di basi rosse significava sottrarre gli uomini della metropoli al controllo politico del nemico avviando un processo di costruzione di potere alternativo, basi rosse dalle quali, poi, si sarebbe potuto organizzare la lotta armata.
Al di là del modello maoista, altri significativi modelli di riferimento furono le Pantere Nere e l’Ira. Trattandosi di una lotta di lunga durata era necessario disarticolare il sistema anche attraverso una lotta a bassa intensità, cioè attraverso l’occupazione delle case, attraverso il rifiuto di pagare i trasporti urbani e l’istruzione scolastica, attraverso cioè atti di disubbidienza civile. Deve tuttavia essere chiaro che, sia la costruzione di basi rosse all’interno della metropoli, sia l’uso della disobbedienza civile, erano finalizzate al raggiungimento della lotta armata. Nonostante l’esplicita ammissione della necessità della lotta rivoluzionaria, Lotta Continua da un lato considerava il terrorismo praticato dalle Br e dai Gap di Giangiacomo Feltrinelli come una deviazione aristocratica e dall’altra parte assunse, nei confronti del terrorismo, un’ammirazione che giustamente Ventrone definisce ambigua, come dimostra, d’altra parte, la campagna diffamatoria contro il commissario Luigi Calabresi e il plauso espresso da Lotta Continua per il rapimento e l’uccisione del dirigente della Fiat Argentina Oberdan Sallustro da parte dell’Erp.
Un’analoga ambiguità fu mostrata nei confronti del sistema che si voleva abbattere: a partire dalle elezioni amministrative del 1975, infatti, Lotta Continua indicò di votare ai suoi militanti per il Pci.

In relazione ai Gruppi marxisti- leninisti e maoisti, l’Autore sottolinea, con legittima enfasi, come queste organizzazioni vietassero a livello statuario la libertà personale di elaborazione, la libertà individuale di analisi critica in un contesto implicitamente totalitario.
Di particolare significato a tale riguardo, sono le considerazioni dell’Autore relative all’Uci (l’unione dei Comunisti Italiani), per la quale l’individuo doveva essere subordinato alle esigenze dell’organizzazione, per la quale era legittima la requisizione di ogni proprietà individuale e di ogni rendita o risparmio, per la quale veniva posto divieto ai suoi adepti di fare viaggi senza il permesso dei dirigenti.
Anche in quest’organizzazione, quindi, emerge con chiarezza la visione dicotomica della realtà: «l’universo dell’Uci, come quello di tutte le formazioni mao-staliniane, era quindi l’universo in bianco e nero, in cui da una parte c’era il bene, cioè il popolo e dall’altra il male, l’avversario, che andava odiato senza alcuna possibile mediazione». Naturalmente, anche in queste organizzazioni furono costruiti scenari utopici nei quali il conseguimento del comunismo avrebbe posto l’uomo al centro dell’universo, in un contesto di nuovo umanesimo eliminando -come d’altronde aveva sottolineato Marx- la separazione alienante tra lavoro intellettuale e lavoro manuale.

Gran parte dei temi affrontati dall’estrema sinistra furono ripresi dalle Brigate Rosse per le quali la politica diventava una guerra senza spargimento di sangue, mentre la guerra diventava una politica con spargimento di sangue, per le quale la città diventava il soggetto fondamentale per attuare la rivoluzione, per la quale diventava significativa la personificazione del potere(emerge nei documenti infatti la necessità di colpire i responsabili del potere politico ed economico).
A tale proposito, i target della guerra pianificata dalle Br erano: gli spioni, i guardoni, i briganti fascisti, i porci opportunisti, i capi e capetti. Per raggiungere questo obiettivo, l’unico strumento adeguato era il fucile e non certo il voto della democrazia borghese.
Un’altra interessante novità introdotta dalle Br fu la costruzione di una struttura organizzativa articolata e gerarchica: era, infatti, composta da unità di base denominate ‘cellula’, dalle ‘brigate’ -che altro non erano che più cellule messe insieme-, dalle ‘colonne’- determinate dalla somma di diverse brigate- e infine dai ‘fronti’ che si articolarono in quello delle grandi fabbriche, della controrivoluzione, in quello logistico e infine in quello delle carceri e della controguerriglia.
Al vertice dell’organizzazione c’era, naturalmente, la direzione strategica o consiglio rivoluzionario, mentre il comitato esecutivo dirigeva e coordinava le attività sia del fronte che delle colonne.
Naturalmente, soprattutto nelle Br, la realtà era letta in termini dicotomici e manichei. Tuttavia, a differenza dei gruppi extraparlamentari, il raggio d’azione dei soggetti rivoluzionari finì per ampliarsi poiché   comprese non solo gli studenti, ma anche i giovani che svolgevano lavori occasionali, i lavoratori manuali, i disoccupati e in generale gli emarginati oltre naturalmente i prigionieri politici. Persino la piccola borghesia poteva diventare un valido strumento di sostegno alla lotta armata.
Infine, con indubbia finezza interpretativa,Ventrone sottolinea la presenza di un vero e proprio paradosso psicologico e cioè «il paradossale cortocircuito che si realizzava tra la personalizzazione di un dato astratto il potere e la spersonalizzazione della vittima».

 

 

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