sabato, Maggio 8

Miti e violenza rivoluzionaria nel ‘68 di Angelo Ventura Uno dei protagonisti degli anni di piombo

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Prendendo in esame teoria e prassi di Potere Operaio pisano, l’Autore legittimamente pone l’enfasi sulla condanna senza mezzi termini della democrazia borghese, sulla necessità di abolire la proprietà privata e sulla necessità di attuare in Italia una pianificazione economica analoga a quella dell’Unione Sovietica. In buona sostanza, la lotta rivoluzionaria contro lo Stato borghese, doveva procedere parallelamente alla lotta contro il riformismo borghese dei partiti comunisti europei e dei sindacati.
Infatti, uno dei riferimenti fondamentali di Potere Operaio pisano, fu quello delle lotte terzomondiste dalle quali trasse ispirazione anche per legittimare la necessità storica della violenza rivoluzionaria. La mitizzazione della guerriglia cubana, analogamente a quella operata nei confronti della Cina maoista, fu una implicazione ideologica inevitabile. In modo particolare l’autore rileva come, nel contesto di Potere Operaio toscano, non pochi fossero i convinti sostenitori della violenza rivoluzionaria e fra questi Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Dall’esame complessivo dei documenti emerge con chiarezza una visione dicotomica della realtà in cui il bene si collocava da una parte e il male dall’altra in modo esattamente asimmetrico, senza possibilità alcuna di mediazione.

 

Nel contesto del Movimento studentesco l’ individuazione degli strumenti atti a scardinare il sistema furono rapidamente individuati nella organizzazione di convegni di quadri politici, nella realizzazione di giornali politici ma soprattutto nella realizzazione di un partito organizzato, disciplinato. Naturalmente il soggetto rivoluzionario non poteva che essere classe operaia. Gli ambiti all’interno del quale questa rivoluzione avrebbe dovuto compiersi erano la scuola, l’università e la fabbrica.

In relazione a Potere operaio l’autore osserva giustamente come quest’organizzazione fu un vero proprio partito dell’insurrezione e rileva come abbia incarnato  -prima della formazione dei gruppi terroristici- nel modo più evidente la volontà di eversione del sistema. Anche ‘Potop‘, come si chiamava ‘affettuosamente’ Potere Operaio, era persuaso che la classe operaia fosse al centro della scena rivoluzionaria e che l’epicentro della lotta rivoluzionaria dovessero essere le metropoli industriali. Senza equivoci, né lessicali né ideologici, Potere operaio si espresse sempre a favore della lotta armata da avviarsi dentro le fabbriche come nei quartieri, lotta armata che avrebbe dovuto manifestarsi attraverso un’agitazione permanente nel contesto lavorativo per portare poi ad un sovvertimento completo del sistema.
Oltre a dissolvere il sistema capitalistico in quanto tale, l’obiettivo più ambizioso di Potop era certamente quello di liberarsi dal lavoro in quanto tale: in altri termini la distruzione del capitalismo non equivaleva soltanto all’eliminazione della vita privata ma alla necessità di lavorare per vivere.
Questo aspetto è di particolare significato -sottolinea Ventrone- poiché rivela come all’interno di Potop fosse stata elaborata da un alto un’immagine apocalittica della modernità e dall’altro un’utopia tecnologica grazie alla quale le macchine avrebbero interamente sostituito il lavoro umano.
Quanto all’uso della violenza rivoluzionaria, questa fu più volte teorizzata da alcuni rilevanti esponenti del movimento e, fra questi, da Oreste Scalzone e Francesco Pardi.
Quanto poi alla necessità di attuare una militarizzazione clandestina per l’instaurazione della dittatura operaia, questa fu condivisa sia da Franco Piperno che da Toni Negri. In altri termini, un’analisi lucida dei documenti di Potop, rivela in modo inequivocabile come i suoi leaders fossero ormai convinti della necessità di passare dalla lotta di classe alla lotta rivoluzionaria, dalla lotta di fabbrica alla lotta armata.
Non a caso, già a partire dal 1970 Valerio Morucci aveva cominciato a tenere corsi intensivi su come confezionare e usare le bottiglie Molotov. Uno dei riferimenti più significativi, nel contesto della violenza rivoluzionaria, fu la guerriglia metropolitana irlandese. Non desta quindi alcuna sorpresa che l’enfasi posta da parte di Potop sulla necessità di usare la violenza rivoluzionaria avesse indotto i suoi esponenti a creare all’interno di quest’organizzazione una struttura segreta denominata Lavoro Illegale, struttura la quale poi sarebbe nato il Fronte Armato Rivoluzionario Organizzato creato da Piperno e Morucci.

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