mercoledì, Agosto 4

Miti e violenza rivoluzionaria nel ‘68 di Angelo Ventura Uno dei protagonisti degli anni di piombo

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Nei giorni scorsi è scomparso, all’età di 86 anni, Angelo Ventura, professore emerito di Storia contemporanea presso l’Università di Padova, tra i protegonisti degli anni di piombo e degli studi sul terrorismo italiano di quegli anni  -nel 1979 gambizzato da un commando del Fronte Comunista combattente.

Secondo Angelo Ventura il contesto sociale all’interno del quale maturò l’ideologia terroristica fu quello della borghesia: «L’ideologia della violenza e il terrorismo hanno tratto origine principalmente dalla borghesia intellettuale e naturalmente le istituzioni formative», «hanno trovato nelle istituzioni culturali  -dalla università alla scuola all’editoria- condizioni favorevoli al proprio sviluppo, incontrandovi risposte tardive, spesso ambigue e certo insufficienti »; d’altronde, «la cultura della violenza del terrorismo è nata e si è sviluppata all’interno delle istituzioni culturali trovando simpatie, indulgenza e omertà nell’establishment intellettuale».

Se infatti, il terrorismo non avesse trovato connivenze e complicità nella società civile, ben difficilmente avrebbe potuto attecchire in modo così capillare nel nostro Paese.
Si pensi, ad esempio, al ruolo avuto da Potere operaio e alla sua capacità di ramificarsi nei contesti più diversi: «il terrorismo sarebbe rimasto un fenomeno assai circoscritto se contemporaneamente Potere Operaio non avesse gettato nel campo della lotta armata il peso decisivo di un’organizzazione stesa in tutto il paese forte di migliaia di militanti, allievi nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università e nei quartieri dei principali centri urbani, infiltrati nelle istituzioni».

A tale proposito Ventura ribadisce responsabilità e connivenze gravissime: «il fatto è che la cultura della violenza del terrorismo è nata e si è sviluppata all’interno delle istituzioni culturali trovando simpatie, indulgenza e omertà nell’establishment intellettuale(..) la responsabilità del gruppo dirigente di Potere Operaio e Autonomia  -di Negri, Piperno, Scalzone e compagni- nella fondazione del partito armato non poteva ad esempio essere sconosciuta ai dirigenti del ‘Il Manifesto».

Oltre alla debolezza del sistema politico italiano di fronte al terrorismo, l’opposizione politica assunse  un atteggiamento di indulgenza e giustificazione verso le violenze della sinistra extraparlamentare e dunque non deve sorprendere, osserva Ventura, come i periodici «‘Lotta Continua‘ e ‘Il Manifesto‘ abbiano tenuto nei confronti del terrorismo rosso un comportamento simmetrico a quello tenuto da ‘Il Secolo d’Italia‘  nei confronti delle trame nere e del terrorismo di destra».

Quanto alle cause queste naturalmente furono molteplici, secondo Ventura: da un lato individuabili in: «atteggiamenti di estraneità verso lo Stato, ideologie rivoluzionarie avverse al sistema democratico e alla moderna società industriale, che giustificano in linea di principio la violenza», e dall’altro lato cagionate da insofferenza verso lo Stato: «in realtà l’ideologia della violenza del terrorismo non avrebbe trovato un suo spazio vitale del mondo della cultura se non avesse potuto insinuarsi in un senso diffuso di disagio, di sofferenza nei confronti del sistema politico sociale senza cioè un vero proprio divorzio degli intellettuali dello Stato», ma soprattutto dalla martellante propaganda ideologica marxista-leninista presente nel nostro Paese, «ma la cultura, ossessivamente propagandata e anzi imposta dogmaticamente per tanti anni, restava ancora quella marxista stalinista, rivoluzionaria, maturata nelle condizioni dell’Europa ottocentesca della prima rivoluzione industriale o della Russia arretrata. (….) Era questo il clima culturale che si respirava ancora nelle sezioni comuniste e perfino sia pure in misura minore in quelle del partito socialista; era questa l’ideologia che plasmava formalmente che ne segnava l’orizzonte culturale dei militanti politici e sindacali e soprattutto degli intellettuali» .

Credere che nel nostro Paese fosse in atto un dibattito culturale acceso e non una vera e propria guerra civile costituì un errore immane di valutazione: «perché questo occorre ricordare che non era in corso un pacifico dibattito politico culturale, ma una spietata guerra unilaterale, dichiarata dal terrorismo contro lo Stato e la società civile; un attacco proditorio e feroce al quale lo Stato non potevo rispondere accettando logica della guerra dovendo invece restare fedele alla propria natura di regime democratico fondato sulle regole dello Stato di diritto».

Indubbiamente, rileva Ventura, anche una tradizione culturale astratta giovò alla penetrazione e alla legittimazione del terrorismo: «la radicata tradizione di un sapere prevalentemente libresco, astratto riduttivo, si combina con una cultura fortemente ideologica, incline allo spirito sistematico e ai miti. È questa una cultura che disdegna i fatti, una cultura che si può creare sui miti come quello della rivoluzione culturale cinese, immaginare la rivoluzione sempre dietro l’angolo e rimuovere con disinvoltura i fatti sgradevoli, contrastanti con i propri schemi ideologici».

Non a caso, osserva Ventura, si è creata sul piano squisitamente culturale una convergenza fra estremismo di sinistra e radicalismo di destra come dimostra la rivalutazione  -operata dalla sinistra-  di intellettuali come Friedrich Nietzche, Martin Heidegger, Carl Schmitt e Ernst Junger, convergenza volta a delegittimare le istituzioni della democrazia rappresentativa e del capitalismo.

Il saggio ‘Vogliamo tutto‘, è tra i lavori più interessanti di Ventura, per quanto ne facciamo una breve analisi.

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