giovedì, Ottobre 21

Mistero Al Baghdadi. E Trump ammette: ‘Sono indagato’

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Dopo tanto parlare, Donald« Trump esce allo scoperto: «Sono indagato per aver licenziato il direttore dell’Fbi proprio da chi mi ha detto di licenziare il direttore dell’Fbi». Non è ben chiaro a chi si riferisca quando parla dell’uomo che gli avrebbe detto di licenziare James Comey, ma tutto sembra portare a Robert Mueller, il procuratore speciale per il Russiagate e predecessore di Comey. Ma per altri la stoccata è per il vice ministro della Giustizia, Rod Rosenstein, che ha firmato prima la controversa lettera in cui si raccomandava a Trump il licenziamento di Comey e poi, di fronte alle polemiche, ha deciso la nomina di Mueller. Mueller che intanto sta indagando sulle operazioni finanziarie e imprenditoriali condotte da Jared Kushner, genero e consigliere di Trump. Lo riporta il ‘Washington Post‘, citando fonti investigative che parlano anche di indagini sulle operazioni finanziarie di altre persone molto vicine al presidente, come l’ex consigliere alla sicurezza nazionale Michael Flynn e gli ex responsabili della campagna del tycoon, come Paul Manafort e Carter Page.

Nel frattempo Trump è pronto ad una revisione della politica americana verso Cuba mirata sostanzialmente a fermare il flusso di denaro Usa ai militari e ai servizi di sicurezza dell’isola, accusati di alimentare la repressione. Resteranno in piedi invece le relazioni diplomatiche con L’Avana ripristinate da Barack Obama e gli accordi che permettono alle compagnie aeree e navali Usa di servire l’isola.  Intanto il presidente ha ufficialmente fatto marcia indietro sui dreamer ed ora gli immigrati senza documenti entrati negli Stati Uniti da bambini potranno rimanere nel Paese. «E’ una grande vittoria per i dreamer dopo mesi di politiche draconiane e crudeli nei confronti dei migranti», ha dichiarato David Leopold, avvocato specializzato in legge sull’immigrazione. Sorpresa per questa decisione, visto che da candidato Trump aveva detto che avrebbe interrotto immediatamente il programma varato da Obama.

Confermato invece che Cina e Stati Uniti mercoledì prossimo a Washington terranno il primo dialogo su diplomazia e sicurezza dell’era Trump. La crisi nordcoreana sarà uno dei principali argomenti in agenda. Il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha già anticipato al Congresso di aver chiesto a Pechino di agire contro diverse entità cinesi sospettate di aiutare Pyongyang ad aggirare le sanzioni internazionali.

L’altra grande notizia della giornata è il comunicato del ministero della Difesa russo che afferma che un raid della sua aviazione militare potrebbe aver ucciso Abu Bakr al-Baghdadi, leader supremo dell’Isis. Nel comunicato si legge che il raid in cui al-Baghdadi avrebbe trovato la morte è avvenuto nella periferia sud di Raqqa il 28 maggio. Il ministero, aggiunge l’agenzia ‘Ria‘, è impegnato nella ricerca di conferme. Nel sobborgo a sud di Raqqa era in corso un incontro tra capi dell’Isis ed «era presente anche il leader dell’Isis Ibrahim Abu-Bakr Al Baghdadi, che è stato eliminato in seguito al raid».

Il colonnello Ryan Dillon, portavoce della Coalizione, non conferma la morte di Al Baghdadi e invita alla prudenza: «In passato altre volte sono state diffuse simili affermazioni che poi si sono rivelate prive di fondamento. Al momento non abbiamo alcuna prova definitiva. Di certo la Coalizione e l’intera comunità mondiale saluterebbero la notizia del decesso di al-Baghdadi». Cauto anche il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, mentre dal Cremlino non arrivano commenti.

Da Londra l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) solleva però dubbi sulla ricostruzione fornita dalla Russia. «Sembra che ai russi siano arrivate informazioni non accurate. E’ difficile credere che al-Baghdadi si trovasse a Raqqa, attaccata dalle forze curde sostenute dalla Coalizione (a guida Usa) e sotto pesanti bombardamenti aerei. I vertici dell’Isis non si trovavano a Raqqa». E parla di aver avuto informazioni che al-Baghdadi si trovi al momento nella regione siriana orientale di Dayr az Zor, confinante con l’Iraq.

Andiamo a Londra, dove la polizia ha ammesso di escludere per il momento l’ipotesi dolosa nell’incendio alla Grenfell Tower. Lo ha detto in una conferenza stampa Stuart Cundy, comandante di Scotland Yard nelle operazioni della torre. Fa discutere però la lettera del sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan, alla premier Theresa May, nella quale accusa il governo e il consiglio locale di Kensington and Chelsea di «non aver fatto abbastanza» per prevenire «l’orrendo disastro», nè dato risposte adeguate alla «rabbia della comunità».

Paura a Chasse-sur-Rhone, non distante da Lione. Un’auto con 14 bombole piene di gas è stata trovata in un parcheggio non lontano da una struttura in cui si svolgono attività industriali pericolose. Sul posto sono intervenuti gendarmi e artificieri che hanno estratto le bombole con l’aiuto di un robot. La polizia ha trovato e fermato il proprietario del veicolo, che è l’autista di una impresa di consegne di bombole. La procura ha aperto un’inchiesta per tentato omicidio e ha informato i colleghi dell’antiterrorismo di Parigi. Poi ha ha perquisito anche la sua abitazione. Ad insospettire le forze dell’ordine il fatto che le bombole erano collegate con un filo e nascoste coperte e caricate anche nel bagagliaio del veicolo.

Passiamo al Qatar, che denuncia di essere stato messo sotto embargo  e parla di sanzioni  che avranno effetti più devastanti di quelli causati dal Muro di Berlino. A fare il paragone è Ali bin Smaikh al-Marri, presidente della Commissione nazionale per i diritti umani (Nhrc) del Qatar:  «Questo embargo e queste misure ammontano a una punizione collettiva», ha affermato, chiedendo poi alla comunità internazionale di intervenire.

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